la castrazione delle parole

non ho letto il romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, ma so come scrive. e non è che se invece una persona ha una rubrica su Repubblica, come ha digitato qualche esaltato ieri, ha l’autorevolezza per poter instillare nel lettore il dubbio che l’editoria abbia potere di censura sul cinismo, per esempio, anche perché se di questo si tratta, ben venga.

vedo gente, intellettuali e artisti, litigarsi premi e infilare poi tutto nella sacca dei buoni sentimenti e della correttezza a parole, e mentre ci ammazziamo tra noi, giacché l’arte non dà più da mangiare a nessuno, tra un selfie e l’altro preghiamo che uno cada rovinosamente perché l’altro salga sul piedistallo e lì rimanga, con la sua rubrichetta e la sua trasmissioncina, a dirci cosa leggere e cosa no.
grazie al cielo i libri li scelgo nella vecchia maniera, cioè con la mia testa.

la letteratura non può prevedere censura né che abbia il compito di assolvere. non lo chiedeva de Sade né Nabokov, e giudicare infernali le loro esistenza non significa arrogarsi il diritto di mettere limiti, di ridurre la zona franca degli artisti, (dannati per nascita, poveri in canna, suicidi), indicando come cattiva letteratura un romanzo dal contenuto scandaloso per il censore. o perché non offre soluzioni. o perché ne offre di sbagliate. o perché non arriva a nulla. perché con le bombe di Trump che fischiano sulle nostre teste è anche complicato trovarne, di soluzioni, che si tratti di pedofilia o femminicidio.

per me non esiste cattiva letteratura, esistono tanti brutti libri e un’enormità di pessimi scrittori. e per me, tra questi, sicuramente non c’è Walter Siti.

Romain Gary, in un su un suo breve saggio scrive, parlando Malle e del suo film sull’incesto: “un artista ha il diritto di trattare i temi che vuole, e il pubblico di andare o non andare a vederlo. Trovo francamente penoso servirsi di un’opera d’arte come pretesto per creare uno scandalo“.

farselo tutto e ripetutamente.

vabbeh, sto di doppi sensi, un po’ perché sono annoiata dai luoghi comuni di cui riempite la mia casella di posta elettronica, manco avessi scritto una trilogia con donne in reggicalze invece che sei racconti sulla pornografia sentimentale, un po’ perché quando il titolo è ammiccante ci cascate sperando in una confessione hard core e io invece vi frego con consigli di lettura.

vi racconto brevemente di Romain Gary, di cui non posso per ovvie ragioni dirvi tutto ora, ma limitarmi a brevi cenni provando a restare in tema, sorvolando anche il discorso sugli pseudonimi che anche i partecipanti a #ioScrittore ormai conoscono.
del gaullista Gary mi sono messa in testa di leggere l’opera omnia un paio di anni fa, cosa che non mi riuscirà data la mole di scritti (circa ventinove romanzi), e le scarse traduzioni in italiano (la maggior parte Neri Pozza), ma che sto conoscendo comunque a fondo, come un amante che s’incontra spesso. perché capita così quando ci s’innamora di un autore, che lo vuoi tutto e finisce anche per annoiarti, o angosciarti, come mi capitò con Buzzati, forse perché ero troppo giovane.

la conclusione che ho tratto è che uno scrittore, come un amante, si ripete ma può sorprenderti proprio quando pensi che sia finita. si ripete all’interno di un romanzo, come succede a Romain nell’acclamato Le radici del cielo, Premio Goncourt 1956, comunque da leggere perché unico per le tematiche ecologiste, e si ripete nello stile, un po’ involuto come nel caso del conosciutissimo La vita davanti a sé (Premio Goncourt 1975) e l’introvabile L’angoscia di Re Salomone, che in comune hanno l’ebraismo e il tema della vecchiaia e della morte, o Il mio caro pitone che racconta invece la solitudine dell’uomo moderno.

ho capito anche che un autore deve essere libero di scrivere ciò che vuole senza seguire la moda del momento, o i dictat degli editor, perché sono le nostre ossessioni a voler scrivere e noi non siamo che il loro tramite, perché come lui stesso sostiene in quello che per ora mi sembra il suo più emozionante romanzo, La promessa dell’alba, sono risposte che un vero artista cerca, non la celebrità: L’assoluto mi rivelava improvvisamente la sua presenza inaccessibile, sicuramente nacqui quel giorno, come artista; attraverso lo scacco supremo che è l’arte, l’uomo, eterno ingannatore di se stesso, cerca di contrabbandare una risposta ciò che è destinato invece a restare un tragico interrogativo. 

Pioggia Dorata, ora anche in ebook

#vivalalettura

ogni giorno leggo questi hashtag e ogni giorno leggo di librerie che chiudono, case editrici in rosso, scrittori alla canna del gas.

un tizio scrive #vivalalettura qualsiasi essa sia. io invece sostengo di no, perché non c’è niente di meglio che un brutto libro per scoraggiare un potenziale buon lettore. la lettura deve essere di qualità per giustificare quella che qualcuno definisce oggi una fatica: la lontananza per alcune ore da amici e social, le veglie fino a notte fonda quando la storia ti prende proprio, la spesa, che se leggi almeno due libri al mese e non lavori diventa notevole. i dati Nielsen 2015 parlano di una chiusura in positivo per il mercato dell’editoria, ma quali sono i romanzi che tengono? io lo so e voi anche.

qualcuno dice che il romanzo rischia l’estinzione e che dovremmo scrivere allo stesso modo che per la TV. io credo invece si parli di settori diversi. se parliamo di “Gomorra” non parliamo di “Il teatro di Sabbath”, anche se per alcuni una inchiesta giornalistica romanzata ha lo stesso valore letterario di un capolavoro che narra la crisi d’identità del maschio americano maturo. qualcuno vuole pagine di solo “fatto”, si confondono alla prima digressione e danno di matto per i flash back. altri chiedono metafore eccessive, ricerca a ogni costo,  giochi di parole, autoreferenzialità.

i critici latitano sommersi da montagne di novità letterarie che nemmeno leggono; alle scuole di scrittura, nel frattempo, insegnano a plotoni di potenziali “prodotti editorali” da una sola stagione il mucchio di cazzate che giustifichi il prezzo del corso, e che i neo scrittori ripeteranno alle noiose presentazioni dei propri romanzi: che devi cercare la verità, mettere le mani nella merda, essere autentico e fottertene degli altri, mentre tutto dipende dal fisico del ruolo, dal clan cui appartieni, dalla scuola frequentata e da quale genere andrà di moda al Salone 2016.

per me la scrittura è espressione di concetti condivisi, il racconto di una vicenda interessante e possibilmente originale attraverso parole giuste. non ho verità in mano, non amo speculare sulle mie disgrazie, faccio tentativi, cerco Maestri e regole da seguire.

Infine, sentendo inutili tutti i miei sforzi e  tormentandomi invano, ho preso l’unica risoluzione che mi rimaneva, quella di sottomettermi al destino senza ribellarmi oltre alla necessità” (Rousseau)

 

mal d’amore

il fatto è che mi sono già “scritta” abbastanza. non è parlare di me che m’interessa. ho fatto l’attrice e lo sono ancora, e recitare è come andare in bicicletta, se lo hai fatto una volta non lo dimentichi più, e quindi dopo 20 anni di lavoro sul testo il mio mestiere rimane quello d’immedesimarmi e chiedermi: che cosa prova un uomo affetto da gelosia ossessiva?, e quanti tipi di gelosia ossessiva esistono? e infine, per raccontare efficacemente questo personaggio violento, dovrei andare in carcere a parlare per esempio con il mio ex compagno di Accademia Vittorio, condannato a 5 anni per violenza psico fisica verso la sua compagna?, per averla marchiata a fuoco e averla costretta a mangiare escrementi?

no, i segni li conosco già. la gelosia ossessiva, quella di Mairet, e la più letale, la Sindrome di Otello, quella che insiste finché non ottiene la confessione e la scusa per uccidere. e poi le mie storie hanno finali assurdi, avessero soltanto finali drammatici sarebbero come tutte le vicende terribili che si consumano fuori dal mio studio. invece io voglio  liberarle tutte le mie eroine, perché con un attentato al giorno ci vuole il lieto fine, perché si può anche cambiare noi, e decidere di lasciarli quando fanno male, quando è abbastanza, quando traducono tutto nella propria lingua, quando più che parlare, menano.

perché nessun amore è necessario. perché alla fine tutto diventa ricordo.

 

scrivi come mangi

salvo poi rendersi conto che non tutti mangiano per riempirsi, né lo fanno esclusivamente ingerendo pasta asciutta e fettine di vitella, mi domando cosa resterà della letteratura se ridotta a cronache scialbe e senza progetto, senza sogno né poesia.
non possiamo uniformare tutto a un unico modello, ossia l’uomo -inteso in senso universale- e le proprie poco interessanti epiche quotidiane.

quando chiudo i social è tutto un rimestare tra Amazon, Anobii e riviste letterarie, tra elenchi di autori che non ho mai sentito nominare, come loro non hanno sentito nominare me, e che pure hanno all’attivo decine di pubblicazioni ma sono dispersi nella fanghiglia editoriale, che pubblica a getto continuo alla ricerca dell’autore da “botto”.
ma se uniformi il teatro alla televisione ottieni la fine del teatro, e così con la letteratura, tolte digressioni, citazioni (tanto in odio ai consumatori ignoranti) e ricerca linguistica che cosa resta?

quando elimini la magia, che è nella complessità dell’uomo (sempre inteso in senso universale), composto di paure, manie, tic, piccole perversioni, non resta che una telenovela troppo semplice all’interno della quale personaggi stereotipati (su misura del pubblico poco alfabetizzato) si muovono alla ricerca di finali poco scontati.
perché per la nuova editoria il colpo di scena è tutto. e la Bovary più che suicidarsi si sarebbe dovuta far trovare da Charles a letto con la cameriera.

perché tolti i monologhi interiori e le atrocità che albergano nell’uomo semplice che cosa rimane?
è possibile che per adeguarsi al pubblico (che comunque NON compra) e al neo moralismo, si debba tralasciare la complessità della nostra lingua e soprattutto le mille sfaccettature della psiche umana?