schiava

le frasi son sempre quelle: prendimi, puniscimi, usami, lasciami, schiavizzami, menami. naturalmente, loro, le presunte submissive, son ben nascoste dietro foto in bianco e nero e nickname in tinta con il personaggio da interpretare. e come fai a essere originale se la tua sfera d’interesse va dal fetish al pissing? dal culo alla bocca?, come in quei libercoli dove non c’è storia, soltanto dita infilate da qualche parte, la morte della letteratura erotica e il trionfo della volgarità.

culi, piedi e polsi elegantemente legati da cinture di cuoio maschili e forti. visi lucenti di lacrime e obbligatoriamente in bianco e nero, occhi bendati. ripetitive, poco curiose per accorgersi del resto, al centro di un universo che comprende se stesse e i possibili maschi che le accontentino. magari, queste donnine disponibili al martirio, son tutte alias di una casalinga annoiata che nell’anonimato coltiva il proprio sogno d’amore, la trasfigurazione bugiarda di un’esistenza grigia. o peggio, che punta al successo letterario: diventare una seconda James con poco sforzo.

la richiesta di sottomissione, la perdita di responsabilità, il desiderio di delegare al maschio ogni faccenda è però la foto dei nostri tempi, una immagine che non possiamo ignorare né dileggiare. la regressione a uso di oggetto è il desiderio più intimo di molte donne, prive, e giustamente visti i tempi,  di qualsiasi sogno di realizzazione personale.

attenzione però, perché se siete così servizievoli come dite, pronte a tutto ed esattamente come loro vi vogliono, rischiate di finire a lavar pavimenti e a stirare camicie.

ninfomane di genere

quando lavoravo in teatro, quando facevo l’attrice, poiché in definitiva non ho mai smesso di esserlo, non ammettevo l’idea che mi s’infilasse in un genere preciso. non poter muovermi da lì, dalla definizione che ben si adattava a ciò che ero per molti, mi faceva impazzire. e lasciai per questa ragione. il fisico del ruolo m’imponeva di restare dietro una linea di demarcazione precisa, i ruoli da studiare erano sempre quelli, giovane puttana, giovane ninfomane, giovane pazza ninfomane, giovane puttana pazza ninfomane. e ce n’erano a iosa di personaggi così. tutti pronti ad aspettare me. non domandiamoci poi perché i drammaturghi finiscono per suicidarsi.

io invece volevo trasformarmi, avevo scelto di fare teatro, e non cinema, per poter essere altro, non per aderire all’immagine che mi si adattava meglio, quella che avevo anche fuori dal teatro, quella di ragazza border line disposta a rischiare la vita facendo gare in automobile sulle strade dell’Eur, sempre aggrappata al braccio di uomini di trent’anni più vecchi, sempre un po’ alticcia e in cerca di qualcuno cui affidarmi con gratitudine.

volevo mascherarmi, deformare i tratti del mio viso, volevo ingobbirmi, invecchiarmi, arrochirmi. preferivo mettermi nei panni del vecchio Tui che della Principessa Turandot. ma il pubblico non vuole sorprese. e nemmeno gli addetti ai lavori, anzi, soprattutto loro. e il più delle volte anche noi fingiamo di volerci sorprendere, percorrendo infine la strada già tracciata, quella che conosciamo a memoria.

sarà per questo che sono finita ancora una volta su uno scaffale di roba per adulti, nonostante io tenti disperatamente di superare il genere, trovo che un’esistenza senza erotismo sia terribilmente triste.

voci personali

a me basta che qualcuno mi dica che ho un marchio di fabbrica. e così ha fatto una editor che meno di due mesi fa ha rifiutato il mio manoscritto. lo avevo scritto per un premio dal pubblico radical chic, di signore che, magari la sodomia sì ma soltanto a parlarne dal parrucchiere. e così avevo eliminato qualunque scena “alla me”, di quelle che si fanno ma a dirle sta male. in letteratura poi…

“Ho letto Justine 2.0», mi dice sorridendomi al bancone di un bar di Trastevere, mentre beviamo un succo alla melagrana, «non lo avessi fatto, oggi la penserei diversamente su questo romanzo che pure ha ottimi perché», e mi restituisce il corposo plico.

«E quale sarebbe il mio marchio di fabbrica? aiutami». perché io non lo so, giuro, sono lenta a capire. no ci sono ancora arrivata. lei ride: «è il sesso, Elena, è il sesso privo di schemi già dati, quello inaspettato e naturale, scanzonato, talvolta canzonatorio, un po’ grottesco».

ecco, torno sempre alla commedia dell’arte, al tratto forte, ai volti senza nome, all’urlo e alla risata, al significato ben chiaro nel significante, ai colori accesi, alle voci artefatte dalla maschera, al mondo che guardo davanti a me a che mi sembra sempre più una caricatura di se stesso. al quale comunque non può corrispondere una letteratura più seria.

p.s. ho dovuto interrompere la lettura di Covacich -devo cercare il resto della trilogia- e ho iniziato un romanzo di Murakami. d’altra parte io amo la pittura di Hiroshige.

posizionare, un verbo tecnico/amministrativo in letteratura

se un uomo mi dicesse “posizionati lì“, letto, tavolo di cucina o canapè, gli darei un ceffone e me ne andrei: non sono un mobile. e soprattutto scopo soltanto con chi ha un buon eloquio.
no, non è vero, mi son fatta decine di camionisti.
no, non è vero, soltanto due, ma chiaramente assieme.
ma suvvia, diamine! non scherziamo!
nemmeno in teatro si usa il verbo “posizionare”. nessuno mi ha mai chiesto di posizionarmi in quinta.

ho la sensazione che questa sia una robaccia virale venuta dagli uffici dell’amministrazione comunale e finita in letteratura. tipo il “piuttosto che” congiunzione.
“posizionami il mobile accanto alla fotocopiatrice!”, “l’uomo al momento dell’incidente era posizionato a un metro dalle strisce pedonali”, “si posizioni oltre la riga gialla!”.
forse, senza offesa vi prego ci son grandi geni anche tra i ragionieri, forse è perché a scrivere, oggi, non sono più gli scrittori?, ormai confinati a corregger bozze a tutti gli altri?
comunque, i vocabolari esistono e parlano chiaro http://www.treccani.it/vocabolario/posizionare/, e se di tanto in tanto li consultaste non mi sentirei costretta a umiliarvi. di domenica mattina poi. e non c’è neppure bisogno di consultarli, basta un po’ buon gusto.

non compro letteratura di genere. e non compro storie erotiche. l’erotismo volgare, banale, campato in aria delle casalinghe in odore di celebrità. il linguaggio per lo più misero, ripetitivo e incolore di chi certe cose le sogna soltanto.
i paesaggi rubati alla Christie o alla Aury.
il castello di Silling sarebbe troppo, grazie a dio in tanti non hanno lo stomaco per leggere de Sade.

chi mi conosce sa come la penso in fatto di narrativa. chi mi ha letta lo sa anche di più.
di una storia non m’interessa mai “cosa succede”, ma “come”, e soprattutto “perché”.
per godere ho bisogno di turbe psichiche da analizzare e mettere su carta.
non arrivi a farti frustare, legare, sputare in faccia e sodomizzare dal portiere chiatto dello stabile di fronte, se non hai una matassa di passato da analizzare.

una storia è storia se mi sorprende a ogni pagina. come un uomo.
una storia è letteratura quando mi fa sentire piccola piccola, quando censura il mio senso critico.
una buona storia è come un Master veramente capace, che riesce a zittire i miei dubbi portandomi con la forza del pensiero (o meglio ancora del desiderio) a sfilarmi qualunque cosa io indossi, ad appoggiare saldamente le mani al tavolo, allargare le gambe al massimo e far sì che lui faccia un po’ quel che più gli pare.
ci sono scrittori che mi fanno godere anche da morti.

fanno bene gli editori a non accettare più manoscritti.
mancano le basi, spesso mancano pietre di paragone importanti. per lo più manca il talento. e il senso critico.

sulla letteratura erotica Romain Gary scriveva

“Quando li pubblicava, Cristian Bourgois mi spediva i suoi romanzi erotici, ma mi son sempre entrati da una parte e usciti dall’altra. Io non la capisco quella roba. Ho assistito a discussioni su libri erotici dei quali io non avevo idea, e non ho nemmeno cercato di capire chi facesse cosa, e con chi, e con cosa, e neppure se qualcuno facesse qualcosa. Roba tipo sfioramenti anali come battiti di ciglia, foglie morte,senza la minima traccia di vita, che si palpeggiano, mugolano, o fanno uso di catene, dato che non hanno altro modo di rimanere legati. Ci sono due cose che non si possono fare con il culo: la prima è che non si può spiritualizzarlo, non si può moralizzarlo e non lo si può mettere su un piedistallo; la seconda è che non si può sopprimerlo: è lì, ed è animale, è carne. Nel Connecticut e in qualche altro stato d’America, ci sono ancora leggi che permettono di sbattere in galera chi non scopi nella posizione del missionario” (La notte sarà calma- Romain Gary)

anche io faccio una fatica immensa a leggerli, quelli di genere, quando mi capitano tra le mani. il mio erotismo è nella storia, i miei protagonisti hanno in mente il sesso ma non è detto che lo consumino, magari ne parlano, e basta, lo sognano. nelle mie storie non ci sono stereotipi di femmine con autoreggenti, né maschi dal membro enorme. ci sono donne normali, uomini incapaci, anche. saliva, sangue e sputo. indifferenza.
non amo le storie incredibili. la perfezione appartiene alla pornografia.