non sono morta

un  amico trombonista arrivato indenne (o quasi) agli 80 anni, del quale vi raccomando “Amari accordi” uscito per Arcana, una raccolta di aneddoti sul jazz italiano le sue vergogne, tra cui Renzo Arbore, qualche settimana fa risultò irreperibile telefonicamente: subito fu attivata la catena telefonica. la voce giunse al Man, mio marito, trombonista, il quale, ansioso come una madre ammalata di superdonnismo, chiamò immediatamente l’amico Marcello. lui, celebre per humor nero, non lasciò neppure che il telefono squillasse: ciao, Mario, rispose, no, non sono ancora morto.

basta. mi rendo conto che disattivare FB abbia qualcosa di eroico, stamattina ho disattivato anche #twitter, e vi ringrazio per gli accorati messaggi che mi raggiungono quotidianamente attraverso le  applicazioni telefoniche, ma non sono ancora morta. soltanto, trovo che mai come oggi ci si debba tutelare dal vampirismo mediatico, allontanarsi per impedire alla politica di appropriarsi di ogni istante della nostra esistenza, di ogni spazio vergine della nostra materia grigia: ma ci rendiamo conto che all’inizio sui social si parlava solo di figa e cazzi e ora soltanto di cazzoni?

per cui no, sebbene da quasi un mese io sia fuori da FB, mi sento finalmente viva.

qui Conversazioni sentimentali in metropolitana (Castelvecchi Editore)

qui lo scandaloso Pioggia Dorata (GiaZira Scritture)

nuda in chat

bei tempi quando il modem era piuttosto un afrodisiaco, e frizzava nell’etere come la musica di un concertone rock, come il basso in accordatura tra le dita del jazzista inglese a torso nudo,  il charleston del batterista pieno di tatuaggi e sudato, i tasti frementi del pianista fattissimo con la faccia da ragazzone che si addormenta subito dopo.

la chat era un’incognita come fare il giro dei Jazz Club al sabato sera a Roma e cercare qualcuno ancora sobrio che volesse accompagnarmi a casa e forse a letto. anzi meglio, di più. la chat 1.0 era primitiva come un maschione timido, la connessione lenta come dei buoni preliminari, l’aspettativa altissima, l’eccitazione per la novità titillava il nostro cervello di donne e uomini in grado di cambiare il mondo.

poi sono arrivate le APP. tutte quelle che vuoi per fare sesso in tranquillità: quelle che te lo mostrano più vicino, più lontano, più divertente, più sicuro, più grosso. e io mi fermai lì, sulla soglia del 2.0 impertinente, che ti concede connessioni serie, che ti filma così come sei, con tanto di difetti, la faccia accaldata nel grandangolo della stanza d’albergo disfatta. mi sono fermata lì. quando in chat mi raggiungevano curiosi e amanti del brivido, quando le lenzuola digitali erano veramente tutte da immaginare, quando potevo essere ciò sognavo, quando sognavo.

qui il mio ultimo romanzo edito Castelvecchi.

qui il più discusso e amato Pioggia Dorata.

perché XFactor è diseducativo

ho diretto una scuola di musica per anni, forse la più popolare dopo il CPM di Paolo Mussida, e a causa di essa, per amore della musica e di chi ci lavorava, ho investito tutto ciò che possedevo. sorvolo su anticamere e inciuci politically correct non andati a buon fine perché troppo “correct”, o su quanti mi abbiano abbandonata dopo il fallimento. ciò che conta oggi è che sono felice di aver fatto qualcosa per il Jazz e che grazie al Jazz abbia conosciuto Maestri come Franco Cerri, Carl Anderson, Terry Bozzio, George Benson, John Petrucci e altri. alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario nello scintillante mondo dell’editoria, la mia unica consolazione è sapere dei tanti miei ex studenti sono oggi ottimi professionisti. ma quando sostengo che XFactor è un programma diseducativo e pericoloso, mi si banna con insulto. perché l’esperienza personale non conta per il populista social.  per l’analfabeta funzionale la conditio sine qua non per poter aprire bocca è la celebrità, non l’esperienza decennale tra spartiti, esami e programmi didattici.

sono anni che sostengo quanto XFactor sia un programma diseducativo, al limite dell’osceno. e non sono bastate le denunce di ex partecipanti buttati al cesso dopo poche stagioni e dimenticati: perché ci vuole ricambio, perché il programma deve andare avanti. ma ieri sera, finalmente, ho avuto la prova di ciò che da 11 anni sostengo guardando la serata di debutto del Talent inglese “Guitar Talent“, capitanato da George Benson, Tony Visconti e Miloš Karadaglic. e mi vien da ridere pensando ai nostri giudici. e vi prego, non mi paragonate Fedez o Agnelli a George Benson.

la costruzione del Talent è al servizio della musica e non del copione lacrimevole da prima serata per casalinghe. nel Talent inglese arrivano sul palco soltanto ottimi musicisti preselezionati, non personaggi insulsi che giuria e pubblico possono divertirsi a prendere per il  culo. i giudizi sono dati quando il concorrente è sceso dal palco, non mentre sta lì in piedi, sotto gli occhi di tutti. dei concorrenti non sappiano nulla, non c’è la mamma ad accompagnarli, la voce fuori campo non racconta vita morte e miracoli per sollecitare commozione: che c’entra l’esistenza del giovane immigrato con il suo talento?, perché la ragazza bullizzata deve passare il turno in quanto “passionale” e quella invece dalla tecnica strabiliante no? sono questi trucchi meschini a distruggere il senso dell’arte e della musica, che richiede talento ma soprattutto cultura, tecnica e precisione.

XFactor chiede “storie da raccontare”, manco gli scaffali delle librerie ne fossero sforniti. Guitar Talent se ne frega delle esistenze fragili dei suoi concorrenti, il produttore di Bowie cerca chitarristi sicuri e talentuosi, non border line da salvare.

In libreria dal 28 settembre “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana” Castelvecchi Editore.

siete voi che non piacete al #Jazz

spesso penso che sui social dovrei avere meno amici artisti e più gente comune, che non abbia alcuna velleità creativa. poi, mi capita la discussione tipo, e l’ho proprio copiaincollata qui, commentandola, per offrirla a voi in tutta la sua profondità.

premetto che  non c’è nulla di male a non amare un genere musicale. dico però che prima di fare pubbliche esternazioni, e dare giudizi assoluti, quindi non più personali, sarebbe proficuo informarsi.

lui, tronfio, sul proprio status di Facebook: Io la musica jazz non la capirò mai. Non è armoniosa, non ha senso. quindi mi viene da pensare che  il “popolo di pancia” desideri anche capire la musica, che notoriamente andrebbe fatta passare dalle vene direttamente al cuore. o che “il popolo di pancia”, che ama ogni cosa per istinto, prenda ogni tanto lucciole per lanterne.

ma entriamo nel dettaglio: “Non è armoniosa, non ha senso“. e quando mai l’armonia è legata al senso?, e chissà poi se intendevi armonia: ossia consonanza di suoni, o melodia, quindi successione di suoni e ritmo. ma non è importante, perché è proprio dell’ignorante, ossia di colui che ignora, trattare la materia con pressapochismo: quindi giunge l’amica, che di rinforzo, risponde: (cucù…) anche a me non piace, non sono un’intenditrice e la concepisco come un’accozzaglia disordinata di suoni.

Note in liberta’ : replica ancora  il critico, infilandoci una quindicina di punti di sospensione, perfette stilettate al mio cuore di correttrice di bozze e a quello di jazzofila, che quando ascolta tre note già balla. perché il jazz si balla, anche.
ecco. ma quale Jazz ascolti?, di che cosa stai parlando? gli rispondo con la compassione tipica di chi vorrebbe regalare un po’ di bello a tutti. e proseguo: il Jazz  può non piacere a chi non lo conosce. E comunque basterebbe vedere un Musical con Astaire, per sentire l’armonia, almeno, Fred e Ginger la sentivano. Se poi ti riferisci al Free al Cool, allo sperimentalismo, allora è un’altra storia, è un’evoluzione, è ricerca, ma il Jazz è anche ballad, e le ballad, si ballano.

allora l’esperto rilancia, categorico, dopo averci pensato su stanotte: Io amo la musica, e mi interesso tutti i generi, ma il jazz non riesce a trasmettermi nessun tipo di vibrazione. Mi dà la stessa sensazione che potrebbe darmi un bambino che suona le pentole.

100 anni di musica e li conosci tutti? bravo, complimenti, spero tu non viva la tua esistenza con la stessa superficialità con la quale scegli i vocaboli, perché al massimo, un bimbo, con le pentole fa chiasso, non suona. non credo sia il #Jazz a non piacere a voi, ma siete voi che non piacete al #Jazz. 

dal 28, in libreria ma già in prenotazione: Conversazioni Sentimentali in Metropolitana, Castelvecchi Editore. il mio nuovo romanzo. 

solisti

ieri ero al concerto di Fabrizio Bosso, nella favolosa cornice di Palazzo Venezia, sotto una luna velata di umidità, tra plotoni di zanzare. seduta alle mie spalle una coppia che mi ha deliziato per circa mezzora. non mi sono mai voltata a guardarli. amo immaginare l’espressione da cui provengono certe banalità. erano due come io non sarò mai, neppure lavorandoci sopra, e che si sono raccontati anche ciò che non hanno visto, letto o ascoltato, che vanno dietro a ciò che si dice in giro e non sanno distinguere un quadro da un poster. ogni frase dava all’altro l’input ad alzare la posta, una gara a chi ne sapeva di più. e in poco più di trenta minuti siamo andati dallo “ius soli” allo Strega passando per vaccini, economia, Ciabatti, vacanze e Renzi.

i due usavano la cautela del primo appuntamento. stesso ambiente, stessa cerchia di amici. mi sono domandata come potesse essere il primo bacio tra due così, intrappolati nelle loro certezze, in un odore che sembrava lo stesso per entrambi: antizanzara e nicotina. e chissà se anche per persone dall’agenda così fitta di mondanità a poco prezzo esista un baratro, e se sia più piccolo del mio, di diametro minore così come di profondità.

quando è iniziato il concerto hanno smesso di parlare. forse hanno incrociato le braccia sul petto per impedirsi di toccarsi furiosamente, ma non credo, forse, come me hanno iniziato a stare nella musica. al termine del primo incredibile “assolo” di Fabrizio hanno applaudito, fischiato, urlato, erano caldi come la notte romana, già bollenti di entusiasmo. poi, quando l’orchestra ha completato il pezzo, tra virtuosismi e micro espressioni musicali, i due hanno ripreso a parlare.

perché il mondo è pieno di gente che applaude soltanto i solisti.

da parte mia un grande applauso a Paolo Silvestri, direttore e arrangiatore, alla splendida orchestra (il Man tra loro) e a Fabrizio Bosso, che, tutti assieme, hanno contribuito a farmi passare l’emicrania.