volemose bene. ma anche no

io almeno ho il buongusto di non commentare con entusiasmo il successo dei competitor e di strapparmi le vesti con gif animate, soprattutto se oltre a non piacermi mi stanno sul cazzo. no, riflettevo sulla diffusa ipocrisia social del “volemose bene e magnamoce er core”.

tanto nessuno vi aiuterà, neanche se farete i buoni, neanche chi avevate creduto al di sopra di ogni colpa, al di sopra dell’umano sentire e che sia soprattutto già ben sistemato in Agenzia. nessuno scrittore aiuterà l’altro scrittore a meno di cospicuo versamento per scheda editoriale e editing. allora mettiamo le cose in chiaro subito e spogliamo questo mercimonio di qualsiasi interesse artistico e umano, e finiamola di fingerci amici per la pelle.

un giorno vi mostrerò alcune lettere autografe che Italo Calvino scrisse a mia zia, Barbara Valmorin, e il bene che dice del suo ambiente e la descrizione che fa di certi suoi contemporanei.

tengo più al mio fegato che a farmi una buona reputazione fingendomi buona.

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l’uomo di Crisopoli

Guido Morselli fu rifiutato proprio da tutti, anche da Italo Calvino, al tempo direttore editoriale Einaudi (come Vittorini, Pavese, Ginzburg), il quale gli scrisse che Il comunista non era un romanzo realistico, che non c’era un briciolo di verità in quei personaggi, e lui lo sapeva, gicché nelle sedi era nato e cresciuto.
che cantonate prendono editor e editori.
un po’ perché umani e non divini, diversamente da come te se li rappresenti anche loro cagano al mattino, un po’ perché stronzi, talvolta investiti del potere che li rende arroganti e invidiosi, intrappolati nell’eterno conflitto d’interesse tra matita blu e libertà stilistica, e rottura degli schemi.

quando ti accusano di essere un povero frustrato perché critichi giustamente il brutto romanzo di successo che magari l’editore ha amato e promosso, racconta loro di Guido Morselli, che dopo una vita di invii di manoscritti e di rifiuti puntuali, fu pubblicato da Adelphi che giaceva nella bara. Morselli si suicidò nel ’73, dopo aver scritto Dissipatio HG (Human generis).

i miti letterari e i miti di redazione.
non so se lo sai, ma le redazioni son spesso piene di stagisti privi di esperienza e tatto, talmente presi dal guardarsi il proprio ombelico di addetti ai lavori, in attesa di tirar fuori il proprio manoscritto, che non rispondono nemmeno ai lettori.

però leggi. leggi tanto.

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togliere

diversamente dal solito lo faccio con rito religioso. ma non solo, la cerimonia si tiene a piazza di Spagna. il prete è un figo con barba. ho anche le damigelle vestite di rosa, tre ex amiche che un tempo smisero di essermi amiche per farsi il mio ex marito. l’organizzazione dell’evento è a cura del Signor M., Master Esperto che chi ha letto “Justine 2.0” conosce, un uomo che pubblicando quel romanzo ho allontanato per sempre.

non ho nulla con me, né abito né scarpe. sono lì quasi per caso. non ho neppure le unghie dei piedi smaltate. non sono stata dal parrucchiere. l’abito non l’ho provato ma a guardarlo alla gruccia non sembra male.
lo sposo non lo vedo, mi dicono che è con i fonici, c’è pure la jazz band.

le ex amiche si prodigano attorno a me. tra incidenti e personale delle pulizie che ci chiede di sgomberare il camerino infilo l’abito, tra tante, trovo un paio di graziose scarpe numero trentacinque e chiuse davanti. trovo anche chi mi accompagni all’altare. un cinquantenne bello, occhiali di tartaruga, sguardo severo, troppo alto ma pazienza, non ho alternative, la marcia nuziale sta per suonare.
un nugolo di nemiche mi viene incontro: ho dimenticato di truccarmi, peggio, ho un occhio segnato dalla matita e uno no e non ho la borsina dei trucchi. lo stesso incubo di essere in quinta e non sapere in quale spettacolo mi trovo.

riesco a passarmi un filo di rossetto domandandolo a una passante. il prete nel frattempo ha alzato il prezzo per la cerimonia e io lo affronto, mi offro come merce di scambio e lui cede. miracolosamente arrivo all’altare. l’abito mi sta d’incanto seppure sembra uscito da una sartoria teatrale.
lui è lì, è “il man” vestito da sposo.
mi porge il microfono, il prete officia e io mi sveglio.

questo sogno mi dice che è venuto per me il momento di togliere.
in teatro mi hanno insegnato che è meglio mettere, creatività, idee, gesti. poi si leva con calma. così ho fatto con la scrittura, ma ho idea sia più proficuo misurare prima lo sforzo, anziché lavorare poi per mesi sull’eccedenza.

trascrivo questo paragrafo letto stanotte, tratto dal libro di Ernesto Ferrero “I migliori anni della nostra vita”, che consiglio a chiunque voglia scrivere. queste parole di Italo Calvino sono anche un ringraziamento al MIO Editor, una persona sorprendentemente sensibile che si sta interessando alla mia scrittura (Buddha sia lodato), dandomi consigli su misura: la parola è una cosa gonfia, molle, un po’ schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntato a un massimo di precisione, d’economicità.