come sto

riuscite a immaginare come si vive senza gli occhi di tremila sconosciuti puntati addosso?, o di tremila sconosciuti che non hanno niente di meglio da fare che scorrere la home del proprio social e dare giudizi sul prossimo?, positivi o negativi che siano poco importa?

scrivi così, fai così, parla colì, dormi così, mangia pomì, scopa con mì…

in questi ultimi giorni mi hanno scritto così tanti amici che se vi va e mi condividete magari facciamo prima.
no so quando né se tornerò.
veramente, non lo so.
ho finito il quinto romanzo ma ho già per le mani il sesto.
non ho tempo, e non ho voglia di perdere quello che ho a convincervi che valgo qualcosa.
lontana dai social non ho più nemmeno l’ossessione di essere pubblicata né la frustrazione che nessuno lo faccia.

credo di voler esibirmi soltanto per chi paga il biglietto, come ho sempre fatto a teatro dove non ho mai recitato gratis.
non mi va più di stare in strada e di mostrarmi gratuitamente, c’è troppa gentaglia, folla chiassosa, pessimi guitti che mi tolgono lo spazio.
certo non avrei conosciuto nemmeno certe meraviglie di cui ora ho il numero di telefono e l’amicizia. vero.
ma vince l’orrore, almeno in questa fase della mia esistenza vince il disgusto per la condivisione.

siamo in troppi.
preferisco essere una pazza che urla in piazza.

come sempre questa è la mia email bibolotty@gmail.com, volendo possiamo sentirci.

cavalcare l’onda della notizia

che noia. arriva LadyLike, le oche spennate o il lifting di Tizia e fioccano post ironici, sfacciati, seri, incazzati. così per tutto: blog, status su twitter, FB, televisione, radio. poi non se ne parla più. dopo l’indigestione di opinioni e al termine delle baruffe ci rimettiamo la maschera neutra e ricominciamo a cercare scoop per ottenere una manciata di retweet. tanto sappiamo come funziona. conosciamo i trucchi. si legge in giro qual è l’opinione dei più e ci si schiera, citando qualche fonte, raramente, di solito impossessandosi del pensiero dell’altro o opponendosi scioccamente, tanto per mostrare la propria diversità.

ma nonostante le nostre opinioni fiocchino sul web nulla cambia. la nostra indignazione non ha peso, nessuno riesce più a dire qualcosa di veramente incisivo, presi come siamo dalla ricerca di consenso. Il consenso, la malattia più grave del nostro secolo. in barba a tutti i grandi del passato che hanno cambiato il mondo grazie alla forza del loro dissenso.
Fosse per noi, per questa società malata di selfie, la terra sarebbe ancora piatta.