Io e il Minotauro

il romanzo sta piacendo soprattutto agli uomini. forse perché mi astengo dal giudizio, perché da frequentatrice del sesso estremo penso si debba fare un passo indietro di fronte alle scelte di coppia, per quanto suonino assurde, perché ritornare e non fuggire è in qualche modo una scelta, perché la libertà prima di tutto, perché volevo che il lettore provasse per il carnefice Gimmi la stessa compassione che per lui prova Adele, e che la tiene in gabbia.

Antonello su Amazon scrive “Per uomini: un romanzo che ci fa capire quanto siamo stati noi Minotauro, stessa identica considerazione fanno Vittorio, Stefano e Tommaso. che stia ricevendo solo il massimo dei voti su Amazon, che il distributore ne richieda in numero maggiore di settimana in settimana, che ottenga ottime recensioni, alcune commoventi, come quella uscita a firma di Stella Grillo su Sul Romanzo, non fa che accrescere il mio coraggio: vado avanti nonostante la merda in vetrina.

perché un anno di lavoro su un romanzo, due anni o quattro come per la distopia in lavorazione, non si ripagano mai. a questo punto non mi resta che il fine filantropico, così come quando recitavo che mi davo in egual modo davanti a 200 come a 3 spettatori.

a me non spettano trilogie, né una rubrica su Cosmopolitan, né la citazione dell’attore di teatro.

ma almeno votatemi qui  

 

il bisogno di dire

il mio ex marito mi raccontava sempre delle sue amanti. non mi diceva proprio che erano le sue amanti. mi raccontava di loro come il buon samaritano le buone azioni quotidiane. e l’esistenza del mio ex marito era un pieno di povere creature da salvare: la ragazzina licenziata in tronco al bar, la bagnina trovata esanime sul lungomare di Ostia, la venditrice di contratti telefonici sottopagata. ovviamente poi le affibbiava a me come segretarie, quando ero capo d’impresa, così da scoparsele quando voleva. per lui era importante parlarmene. dimostrarmi che il suo cazzo andava a infilarsi in luoghi tranquilli e più per obbligo morale che per necessità: se una vuole ringraziarti che fai? rifiuti?

anche un caro amico famoso jazzista anni fa sentì il bisogno di chiamare tutta Roma per raccontare di aver scovato i diari della sua donna e scoperto così che lo tradiva con un quadro RAI. in quei giorni non si riusciva a trovare la linea libera neppure per prenotare un tavolo in un Jazz Club.

così tu, amico ex libraio, che ti servisti del mio incidente al piede e dell’uscita di Io e il Minotauro per telefonarmi e per raccontarmi, invece, di questa che hai viso due volte l’anno per tre anni e che ha deciso di lasciarti via email. mi colpì, infatti, la tua insistenza nel voler sapere dell’uscita di Io e il Minotauro, la tua offerta di farmi recensire da uno “grosso grosso” di cui mi facesti il nome e io subito scordai: Elena, ti prego, fammi sapere eh, l’amico mi deve dei favori. poi iniziasti a dirmi, di nuovo, di te e di lei. chiudemmo dopo circa un’ora con la promessa di risentirci appena uscito il romanzo.

sto ancora aspettando tue notizie. o meglio notizie del mio romanzo.

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L’arrivo del virus nel mondo

Corriere_

il mio pezzo sul Corriere del Mezzogiorno 29 marzo 2020

Sembra passato un secolo, eppure soltanto un mese fa i TG mandavano in onda da Bristol l’ultimo appello di Greta Thunberg ai potenti del mondo, viceversa occupati a sedare guerre e a farne scoppiare di nuove: la salvezza del pianeta siamo noi, urlava alla platea di giovani la sedicenne con le trecce. Sulle time line dei social media scorrevano i dati delle temperature da record in Antartide, le terrificanti immagini di orsi raminghi e denutriti e ghiacciai sciolti; dall’Italia si leggevano le quotidiane denunce per i meravigliosi pini marittimi capitozzati durante la notte, e raccapriccianti scene di guerra assieme a vignette ironiche sul nuovo virus influenzale in Cina: il Covid 19.

Poi, in pochissimi giorni, questo minuscolo granello di materia che ci sazia da milioni di anni e ci contiene, esattamente come un corpo contiene batteri e virus, ha starnutito, mettendoci tutti a tacere.

Il virus è arrivato. L’Italia è stata colpita, L’Europa, gli Stati Uniti.

Gli ultimi dati a disposizione trovati in rete, che si riferiscono alle rilevazioni sino al 4 marzo 2020, parlano chiaro, il taglio della produzione industriale nella sola Cina ha portato a una riduzione di circa 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica. In meno di tre giorni dal decreto del nostro Premier, anche nelle città del nord si respira aria di montagna; le strade deserte sono frequentate per lo più da gatti, cani, volpi e cinghiali; le foto di Piazza Duomo e Piazza Navona sembrano scattate in un’epoca lontanissima.

Nessuno può gioire per questa situazione, anche perché il virus è democratico e non c’è chi possa sostenere di essere fuori pericolo, in salvo, neppure Trump, la perdita economica del Paese è ingente, così come quella dei liberi professionisti, delle migliaia di Partite Iva ingiustamente escluse da qualsiasi provvedimento “a supporto dei cittadini”, però mi domando se non sia il caso che ci si fermi tutti, anche lassù, per domandarci quale costo di vite abbia, e soprattutto avrà, la politica industriale praticata negli ultimi cento anni, quando poi, costretti a rimanere al chiuso delle nostre case, ci ritroviamo a non sapercene che fare delle inutilità di cui ci siamo circondati.

Costretti alla reclusione domiciliare, pena multe salate o arresto, quando anche i social hanno perso il ruolo di mezzo per dimostrare al mondo quanto valiamo, esauriti gli argomenti – il capufficio dispotico, la collega carina, l’automobile superaccessoriata che vorremmo sopra ogni cosa, la maestra del figlio che ci sta antipatica, il corso di scrittura, la palestra affollata- ecco che ognuno è messo di fronte a quello che rimane. Allora si è costretti a pensare e a parlare guardandosi negli occhi, proprio come in un dramma mitteleuropeo, e, mentre in sottofondo gli anchorman propongono quotidianamente nuovi argomenti con cui distrarci, ci troviamo di fronte alla persona con cui abbiamo scelto di condividere l’esistenza e che ormai vedevamo per lo più su Facebook, quella che a sera, al termine di una cena sbrigativa, distrutta dalla giornata di lavoro, ci diceva “ciao amò” e ci sedeva accanto sul divano per sonnecchiare davanti alla televisione, altro diaframma necessario tra noi e il reale. Allora notiamo la sua evidente distrazione, quella che prima del virus credevamo stress da superlavoro, e il nostro improvviso disinteresse per quel “nessuno” che ci aveva catturato il cuore con i suoi “buongiorno tesoro” corredati da una valanga emoticon.

Ecco che tutte le indispensabili distrazioni da un’esistenza che ci ha costretto a vivere per lavorare hanno esaurito in pochi giorni la loro funzione. Azioni automatiche come prendere cellulare e caricatore non occupano più la nostra mente. E se la nostra esistenza si svolgeva per lo più fuori dalle mura domestiche, se tra cene, passeggiate per il corso con le amiche e presentazioni di libri, riuscivamo a evitarci, ecco che adesso, il confronto con ciò che siamo diventati è inevitabile.

Quando da bambina mi ammalavo, mia madre mi consolava dicendomi che stando stesa mi sarei allungata, che sarei cresciuta tanto da potermi sedere all’ultimo banco, mia massima aspirazione. Quello che penso, e spero, è che questo virus che ci ha colpiti, indistintamente e, ripeto, senza distinzione di censo e nazionalità, conduca tutti noi a una crescita profonda e che, soprattutto, ci convinca a riflettere su quanto sia importante la salute del nostro splendido pianeta e a fare finalmente qualcosa.

Elena Bibolotti si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi. In questi giorni in libreria con il romanzo “Io e il Minotauro”. bibolotty.wixsite.com/ilmiosito

 

stasi e movimento

all’inizio della quarantena pensavo che niente sarebbe cambiato nella mia esistenza. da molti anni mi sono ritirata fuori dalla capitale, dal Rione Monti dove ho sempre vissuto dopo essere partita da Bari. la mia esistenza di border line è fatta di abitudini e riti irrinunciabili, di stampelle cui affido il mio precario equilibrio psichico. come quando facevo teatro, la mia giornata è una preparazione al debutto. solo che adesso la mia scena non è sul palcoscenico, ma su un file di word. e ogni invito fuori, a cena o a un concerto, è un’interruzione spiacevole, un giorno di buco non pagato.

STAMPELLE: al mattino corro o faccio pilates, metto a posto casa, recito Sutra e Mantra, lavoro di editing e schede di valutazione, pranzo, mi riposo, rifaccio meditazione, appronto la cena e poi, finalmente, attorno alle 17:00 accendo candele e incensi e mi metto a scrivere, emozionata come andassi a incontrare il mio amante. spesso alzo gli occhi dal Mac e mi accorgo che sono già le 23.00, che ho famissima e mal di testa. talvolta il Man torna dalle prove o dai concerti che io sono ancora a tavola.

mentre tutti si muovono, mentre il mondo attorno a me si affaccenda e fa chiasso, lontanissimo dal mio rifugio sul lago, io scrivo. io traggo il silenzio necessario alla mia concentrazione dal vostro caos: marmitte e mamme urlanti, bastardi picchiatori e amanti, studenti fuori corso e impiegati di banca; tra compravendite e furti, offerte promozionali e investimenti, cinema e teatri e musica. è dal movimento che la mia stasi scaturisce. io sono colei che scatta la foto.

ma ora che siete tutti fermi, non posso far altro che inserirmi nel gruppo.
c’è troppo silenzio per il mio chiasso interiore.

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pietre di paragone

durante la stesura di Proibito ’50, racconti su Roma nel dopoguerra, parafilie e cambiamenti urbanistici, che appena un anno fa una nota casa editrice romana si offrì di pubblicare per il 5% del ricavato sul prezzo di copertina (mi vien da ridere) e senza editing, dunque andando alla ricerca di notizie su Mario Dé Fiori incappai in questo detto L’uomo ha la pietra di paragone per saggiare l’oro, ma l’oro è la pietra di paragone per saggiare gli uomini. 

possedere pietre di paragone, ossia artisti con cui confrontarsi, determina nel creativo puro un onnipresente senso d’inferiorità e scontentezza, quindi una naturale tensione alla perfezione. Alberto Moravia, per citarne uno, non rileggeva mai i propri scritti una volta pubblicati,  viceversa vedo colleghi che si autopromuovono senza ombra di dubbio, convinti di aver scritto l’opera immortale.

quando assistevo Roberto Cotroneo al Master biennale Luiss di editoria e scrittura creativa, profetizzai quanto sarebbe accaduto: mediocri scrivani con faccia di culo; figli di papà col quattrino per pagarsi la scuola a Torino o l’editor a Milano; belle stanghe telegeniche, ovviamente under 30, avrebbero avuto la meglio su talentuosi e geniali scrittori, magari timidi, insicuri, squattrinati, non esibizionisti.

oggi dovrò autointervistarmi per una rete privata. e niente, preferisco morire piuttosto che parar bene di me.

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