#Insinna

che “Striscia” sia una roba orribile si sa, che non si arriva in TV volando in groppa agli angeli, anche, che i reality siano una bufala, e decine di ragazzi con ottima tecnica musicale e sensibilità sono scartati ai talent perché non telegenici, perché non “giusti” e di carattere, non è una leggenda metropolitana.

dunque da giorni firme eccellenti si danno da fare a difendere Flavio Insinna, accusato di aver tolto la maschera di mansuetudine (e che forse gli è propria, certo, quando è in sé), a causa di un fuori onda inviato a Striscia la notizia da un collega livoroso. giornalisti garantisti si danno da fare a difenderlo dando la colpa al pubblico che lo mette alla gogna, perché siamo noi i colpevoli, gente comune e comunemente invidiosa, non la mancanza di cultura che ci porta a non ragionare con la nostra testa, e quindi la TV stessa, quella di Insinna, che ci ha resi del tutto sforniti di capacità di giudizio e propensi a illuderci che esista la fortuna e non l’inciucio.

il gotha della carta stampata indicherebbe quindi come vero e unico mandante il “popolo”, che, come rilevato giustamente qualche giorno fa Curzio Maltese, è ormai capro espiatorio preferito di politici e giornalisti, il solo ad andarci di mezzo in questo abituale scarica barile: colpevole di non pagare le tasse, di non trovare lavoro, di credere alla fake news, di scandalizzarsi perché il volto mansueto mostra acrimonia e spregio per una “nana di merda” che non sa fare TV.

al di là delle sentite scuse di #Insinna, fatte ancora una volta al pubblico ma non alla concorrente presente alla sfuriata, io ho pensato a un proverbio giapponese che dice: quando sei a casa da solo, comportati come se avessi ospiti, quando hai ospiti, comportati come se stessi da solo. siamo una società che basa tutto sull’apparire, non ci si salta alla gola non perché non siamo bestie, ma per restare fedeli al personaggio. mi domando cosa succederebbe se Michela Murgia desse della troia a una collega.

cazzarola, cerchiamo di “essere” almeno un po’ prima di apparire.

qui il mio ultimo romanzo

non sappia la tua mano sinistra…

anche l’amore, troppo esibito, è urticante, o la fede, o la propria capacità mimetica, per non dire la ricchezza.
ormai siamo abituati a vedere esibita perfino la malattia e la morte. Dalla salma del santo che viaggia scortata, al parente in agonia grazie alla cui foto, postata con poesiola, otterremo mille retweet.

quando scoprii che l’ingegnere andava in carcere a fare volontariato, era già morto da otto anni. mi sembrò strano che un tipo autoritario come lui, e severo, e burbero potesse andare in carcere a consolare i delinquenti. ma erano altri tempi, c’era poca televisione, non esistevano le emergenze umanitarie, e forse non si sentiva la necessità di “far sapere” per dare il buon esempio.

ma sempre più spesso assisto con fastidio al triste spettacolo non tanto di vedere un VIP allungare la mano all’infermo, ma alla meraviglia collettiva, dei giornali soprattutto, che assetati di contenuti sensazionali e incapaci invece di analisi, si buttano su qualunque notiziola per ripeterla instancabilmente, e che esaltano un atto di compassione che dovrebbe appartenere a tutti fino a renderlo fastidioso e perfino controproducente.

io faccio ancora parte del mondo che preferisce tenere nascosta alla mano sinistra ciò che fa la destra.