l’uomo ciclico

il primo esemplare di maschio a innamoramento ciclico lo conobbi alle elementari.
ovviamente bello e iperattivo, poco raccomandabile.
io ero una delle cinque.
tutte belline e diverse tra noi. Alessandra ballava benissimo il rock acrobatico, Sonia aveva capelli lunghissimi e rossi, Alba, figlia del giornalaio, lo riforniva di figurine, Simona era brava in matematica, io davo feste indimenticabili nella grande villa. l’unico problema era che alle mie feste non poteva ballare il rock acrobatico con Alessandra. il mio turno cadeva proprio a giugno, mese della fine della scuola e del mio compleanno.
ma era ancora inesperto.

di qualunque età, il maschio ciclico riprende la relazione esattamente da dove l’ha lasciata. i progetti sospesi vengono completati, come i discorsi e le gite fuori porta stabilite.
si allontana sempre con una scusa credibile e per un tempo che è sempre uguale.
non sparisce, è abitudinario, si fa sentire a intervalli regolari. come il leone nella savana, il ciclico non sopporta che una del gruppo si allontani, quindi torna carico d’amore e più entusiasta di come l’ha lasciata. magari nell’esatto momento in cui lei ha deciso di trovarsene uno stanziale.

il suo sogno non è metterle tutte assieme, l’orgia di ex è auspicata dal nostalgico, altro genere di maschio, normalmente di sinistra e disoccupato, abituato a decidere assemblearmente, abile nel creare una rete di mutuo soccorso composta tutta da ex.
il ciclico, invece, crede nel “dividi et impera”. fa in modo che le turnanti sappiano una dell’altra ma non s’incontrino mai, che nessuna possa rivendicare diritti sull’altra o peggio, contattarla per creare subdole alleanze.

nessuna delle sue fidanzate è la preferita ma ognuna è necessaria.
sposerà quella che casualmente dimenticherà di prendere la pillola.
ah no? non lo sapevate che si fa ancora così?

mi manchi

“a cosa serve l’amore se ti spezza il cuore, se fa solo male, se ti fa impazzire”.
(https://www.youtube.com/watch?v=WhB4PjxmUNI)
a questo serve, soltanto a questo: a farci impazzire, a faci solo male, a spezzarci il cuore.
parlo dell’innamoramento che poi passa. quello delle farfalle nello stomaco, insomma l’ossessione infantile che ci fa “relodare” duemila volte il suo profilo FB, per dire, e tracciare con i like ogni suo spostamento virtuale.
anche se è uno che dietro al bancone della panetteria non avremmo mai guardato.
anche se, diciamocelo, non vale una delle nostre lacrime.
anche se, probabilmente, se ci volesse lo lasceremmo dopo un giorno.

mi è stato assegnato il premio “Miss Zerbino” molte volte e ne vado fiera.
capita a chi ha l’imbarazzo della scelta e che, grazie al cielo raramente, incontra l’unico stronzo che non finisce sotto il suo tacco nemmeno per il tempo (brevissimo) del corteggiamento.
insomma quello che “prende, se ne va, e non ci chiama più”.
l’innamoramento arriva per noia ed è sempre uguale.
è una condizione della mente.
è lo stesso anche il soggetto, il coprotagonista cambia nell’aspetto ma non nella sostanza: non è innamorato di noi, e basta.
nel mio caso lo cerebrale, distante fisicamente.

ma è un’idea e basta. un momento di distrazione dalle incombenze quotidiane. un gioco, una scommessa. più raramente una scossa vitale, forse un’elettroshock autoinflitto, che ci serve a ricordare quanto l’amore vero sia distante da noi.
succede in primavera, il che indica la possibilità che sia un puro istinto animale ben celato dietro un aspetto più lirico.
e nutriamo questo sogno, aggiungendo scene su scene che il coprotagonista non ha mai girato, lui che non sa nemmeno di essere nel film che rivediamo ogni notte, che pensa alla marmitta dell’automobile da riparare mentre noi siamo con lui in un caffè parigino, mano nella mano, a parlare di tutta l’arte che prima c’era e adesso non più.

l’enfasi li spaventa.
è la loro proverbiale cautela a far sì che se la diano a gambe.
e quando il film è finito, ci accorgiamo di essere in un cinema vuoto.
e che, per fortuna, quel “ti amo” disperato non l’ha sentito nessuno.