prima leggi e poi domanda

quando esce un mio nuovo romanzo, (e badate bene io non sono nessuno), contatti FB che credevo ormai defunti si fanno vivi con insistenti richieste di lettura manoscritti, occhiate al blog del nipote tredicenne, consigli su come pubblicare un romanzo. il bello è che se per caso ci casco, cosa che a un’ingenua come me capita in modo naturale, e m’impegno a leggere il famoso manoscritto, generalmente trenta pagine di riassunto scritto male, mi metto pure nei guai, perdo un amico e un potenziale lettore e mi faccio la fama di quella supponente.

ma sbagliando s’impara, ripete a se stesso chi la creatività la frequenta dalla nascita, che ha avuto a che fare con attori capricciosi e burberi sin dall’adolescenza. perché anche a me capitò di domandare erroneamente parere a uno scrittore. avevo appena pubblicato Justine 2.0 per INK Edizioni, (casa editrice milanese, piccola ma non a pagamento), e gli domandai se potessi inviargli il romanzo. lui, pacato, mi rispose soltanto: “Ma tu hai mai letto qualcosa di mio? Perché sai com’è, Elena, magari scrivo con il culo, e che senso ha domandare consigli a qualcuno che non ti piace?”.

ecco. questo è modo sicuro per allontanare i seccatori e aumentare le vendite del proprio romanzo.

da ieri in libreria per Castelvecchi EditoreConversazioni Sentimentali in Metropolitana

 

c’è Master e master

cosa significa, intanto, essere Master?, sicuramente oggi è soltanto un nickname sputtanato sui social,  ma anticamente, quando le 50 sfumature non avevano svelato alla Massa che tutto appiattisce i segreti dell’antica arte di procurar piacere attraverso il dolore, e la famosa Ufficio Stampa inglese non ci aveva ancora rovinato la piazza svelando il segreto del sadomaso a chi fa solo business, prima, insomma, si trattava di vecchio gioco per far trarre  godimento a un adulto dalla tortura di un altro adulto consenziente.

e pensare che c’era un tempo in cui, affermare di godere nel prenderle faceva inorridire i più, non soltanto chi pretende di applicare la propria morale ai grandi artisti del passato. e a me già chi si dice artista, pazzo, creativo, master o slave (normalmente quella che le prende e sta in coppia con il master), fa l’impressione che tutto sia fuorché ciò che va pubblicizzando. e poi sono nata e cresciuta tra persone che prima di dirle, le cose, le facevano; i Master che ho conosciuto, tre, non ce l’avevano scritto da nessuna parte che erano Master. non erano strafichi maniaci dell’ordine come certi film di Hollywood li rappresentano, non indossavano tute in latex. erano uomini sensibili e un po’ border line. sicuramente narcisisti.

il primo era l’Amministratore Delegato di una  S.p.A. che a vederlo non l’avrei detto mai. non che fosse un Master, ma che fosse un milionario, perché tante volte il vero ricco ha le pezze al culo e il vero Master lo sguardo mansueto. l’altro era un mercante d’arte che somigliava a Montgomery Clift e fumava il sigaro. mi accorsi che con lui avrei fatto la fine del sorcio per la seconda volta in vita mia e così fuggii, prima che potessero arrivargli dall’occidente le pillole di Viagra che avevo ordinato giorni prima. il terzo lo conobbi secoli fa e non mi parla più da quando ne feci il protagonista del mio romanzo di debutto, grazie a al cielo non l’ultimo: “Lei si voltò e lui la squadrò a lungo, tenendo la testa reclinata da un lato come per valutarne con precisione altezza, peso e carattere. E quello sguardo parve durare un’eternità. il rosso intenso delle sue scarpe da rapper, i jeans -troppo larghi, ahilei, per poter giudicare- e infine le sue mani, le dissero un’enormità di cose” (Justine 2.0 INK Edizioni http://www.inkedizioni.com/justine-2-0/)

tutto questo per dire che magari, coltivando le proprie passioni sessuali senza pubblicizzarle, si fa meno fatica a rendersi credibili.

(p.s. sono felicemente sposata e ormai votata alla santità. no DM, grazie)

 

togliere

diversamente dal solito lo faccio con rito religioso. ma non solo, la cerimonia si tiene a piazza di Spagna. il prete è un figo con barba. ho anche le damigelle vestite di rosa, tre ex amiche che un tempo smisero di essermi amiche per farsi il mio ex marito. l’organizzazione dell’evento è a cura del Signor M., Master Esperto che chi ha letto “Justine 2.0” conosce, un uomo che pubblicando quel romanzo ho allontanato per sempre.

non ho nulla con me, né abito né scarpe. sono lì quasi per caso. non ho neppure le unghie dei piedi smaltate. non sono stata dal parrucchiere. l’abito non l’ho provato ma a guardarlo alla gruccia non sembra male.
lo sposo non lo vedo, mi dicono che è con i fonici, c’è pure la jazz band.

le ex amiche si prodigano attorno a me. tra incidenti e personale delle pulizie che ci chiede di sgomberare il camerino infilo l’abito, tra tante, trovo un paio di graziose scarpe numero trentacinque e chiuse davanti. trovo anche chi mi accompagni all’altare. un cinquantenne bello, occhiali di tartaruga, sguardo severo, troppo alto ma pazienza, non ho alternative, la marcia nuziale sta per suonare.
un nugolo di nemiche mi viene incontro: ho dimenticato di truccarmi, peggio, ho un occhio segnato dalla matita e uno no e non ho la borsina dei trucchi. lo stesso incubo di essere in quinta e non sapere in quale spettacolo mi trovo.

riesco a passarmi un filo di rossetto domandandolo a una passante. il prete nel frattempo ha alzato il prezzo per la cerimonia e io lo affronto, mi offro come merce di scambio e lui cede. miracolosamente arrivo all’altare. l’abito mi sta d’incanto seppure sembra uscito da una sartoria teatrale.
lui è lì, è “il man” vestito da sposo.
mi porge il microfono, il prete officia e io mi sveglio.

questo sogno mi dice che è venuto per me il momento di togliere.
in teatro mi hanno insegnato che è meglio mettere, creatività, idee, gesti. poi si leva con calma. così ho fatto con la scrittura, ma ho idea sia più proficuo misurare prima lo sforzo, anziché lavorare poi per mesi sull’eccedenza.

trascrivo questo paragrafo letto stanotte, tratto dal libro di Ernesto Ferrero “I migliori anni della nostra vita”, che consiglio a chiunque voglia scrivere. queste parole di Italo Calvino sono anche un ringraziamento al MIO Editor, una persona sorprendentemente sensibile che si sta interessando alla mia scrittura (Buddha sia lodato), dandomi consigli su misura: la parola è una cosa gonfia, molle, un po’ schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntato a un massimo di precisione, d’economicità.