quando big John mi procurò l’erba

se non bevo più alcolici da undici anni continua a piacermi fumare. fumo poco, pochissimo. compro il tabacco una volta al mese. fumo, e corro ogni mattina. mi piace coltivare i miei vizi, come diceva Walter Chiari, noto attore cocainomane e sportivo.
lo so che il fumo uccide, ma uccide anche la mancanza di soldi, di lavoro e di gratificazioni. il fumo uccide come lo fa correggere un manoscritto a un euro a pagina. o inviare storie e non ricevere risposte anche se sono alla mia quarta pubblicazione non a pagamento e ho ottenuto ottime recensioni.

ma il punto della storia non è di come io abbia deciso di morire, o quali sono le condizioni esterne che fanno di me una persona insoddisfatta, ma di come io riesca a ottenere sempre ciò che voglio. facoltà superumana detta cazzimma, che mi ha portato in Accademia e a letto con tutti gli uomini che ho voluto, fossero pure mariti fedeli, e che mi spinge a scrivere nonostante la nausea che monta ogni qualvolta qualcuno mi dice: sei così brava! perché non ti fai aiutare da qualcuno?

comunque, il tizio con il quale ero fuggita a Bali, e che aveva una bimba di tre anni, vero obbiettivo del mio viaggio in Indonesia, non mi aveva ancora sorpresa abbastanza.
l’abito fine ‘800, bottino di un acquisto recente in casa di una cinese caduta in disgrazia, giaceva disteso sul letto. le estetiste e le massaggiatrici sarebbero arrivate di lì a poco, le rane facevano chiasso nello stagno che circondava la villa, la meraviglia del tramonto balinese trasfigurava il mio viso più che il jet leg.

il bagno in piscina però, i balli e le conversazioni con i suoi amici snob, non sarebbero stati così brillanti senza un po’ d’erba.
pazienza che a Bali sia proibitissima, che si possa fumare solo in bagno di nascosto alla popolazione indigena, o che tutti mi ridessero in faccia alla mia richiesta di una “caccolina” minuscola da fumare a mezzanotte, per festeggiare l’anno, giusto per essere un po’ “fuori” come loro, che al contrario di me avrebbero bevuto fiumi di champagne.

dissi al mio nuovo amico mercante d’arte di procurarmi dell’erba buona altrimenti sarei ripartita di lì a qualche ora.
fanculo le meraviglie dell’Indonesia, tanto io ero lì per rubare quella bambina, non per contentare il mercante e i suoi amici.

caldissimo

amo il caldo. il caldo umido soprattutto. è sensuale.
nonostante fossi partita da Roma che era gennaio, quando scesi all’aeroporto di Denpasar mi sentii galvanizzata dalla lingua di umidità che mi avvolse.
la differenza tra lì e qui sta nell’oceano, la vegetazione, le foglie immense delle piante tropicali piene di linfa che si arrampicano sulle case di legno e paglia procurando frescura; la differenza è nelle piscine presenti anche nelle boutique di lusso, nelle fontane, nell’acqua che scorre ovunque. acqua che come in Giappone sentivo scorrere sotto i piedi anche quando mi sembrava non ve ne fosse traccia visibile.
la differenza sono gli abiti. un sarong di cotone è un’altra cosa.
la differenza sta nello stile di vita, nell’esistenza che lì si trascina tra un party e un incontro di lavoro in riva all’oceano: jalan jalan.
e camminare a piedi nudi tra le pozze piene di rane è un’altra cosa. poco cemento confinato al centro delle città e ovunque risaie.
la differenza tra qui è lì sta nel cibo. riso e pesce. manghi come se piovesse.
la differenza sta nei carretti che vendono frutta gelata per strada.
la differenza sta nelle notti freschissime.
la differenza sta che lì tutti sorridono.