cantavo l’Inno di Mameli

per cui considero una figuraccia indegna, gonfiare il collo e passare la giornata a digitare puttanate galattiche sul colpevole immigrato di turno, e invece. oggi ce n’è di gentaglia del genere che va a votare, papà. che parcheggia fuori dalle strisce e in doppia fila e che quando glielo fai notare, dandogli dell’incivile, ti risponde pure che l’incivile sei tu e che ti devi informare prima di parlare, perché lui stava “a portà a spesa ar padre, che porello nun se move”.

è gente che ti passa avanti alla cassa e poi dice: nun l’avevo vista, me scusi. tanto per farti sentire indegno di nota.  invisibile ai suoi occhi bovini, come chiunque non abbia un nome sulla porta di un camerino TV di un programma becero del pomeriggio casalingo.

qui si tratta di fermarli. di fermare la valanga di opinioni non richieste, di insulti. ho conosciuto un mondo diverso, fatto di obblighi e di dati di fatto, di dogmi incrollabili, di punti di riferimento e del bello oggettivo.

ho acceso la luce e ho visto moltitudini, gente che ucciderebbe a mozzichi i tuoi figli per difendere i suoi, anziché ragionare per trovare un modo di salvarli entrambi.
e il mondo si ferma, papà.
beato te che non li vedi.

qui il mio libro da leggere con due mani nonostante il titolo

qui il mio romanzo Castelvecchi, in attesa del prossimo, a gennaio

hashtag #Gorino

non è questione di ragione o torto, ma di metodo. perché sono stufa di vedere imbecilli indignarsi e altri imbecilli fregiarsi della propria generosità nel twittare frasi solidali. che siano giornalisti, opinionisti o gente comune, la mia noia cresce ogni giorno. e vorrei incontrare uno a uno quelli che ieri hanno usato l’hashtag #Gorino per indignarsi, e sapere da loro, da ognuno di loro, che cosa hanno fatto in tutti questi anni di disumana accoglienza per rendere l’esistenza di mamme e bambini in fuga più tollerabile. perché sono dovuta andare fino a Bari per scoprire che si possono veramente fare grandi cose e senza che nessuno lo sappia, tipo adottare immigrati, aiutarli a ottenere documenti e il ricongiungimento familiare, districarsi tra le diverse formule che la nostra burocrazia mette a disposizione e che bisogna interpretare, possibilmente assieme a un avvocato.

ma chissà perché sono convinta che gli amici di Fb e Twitter per lo più siano stati a guardare in questi anni, in caso contrario si sarebbero fatti un bel selfie con l’africano, come fanno in ospedale, al funerale, al mare. e quindi ieri ci hanno dato dentro di indignazione e si sono vergognati di essere italiani. io no, io non mi sono vergognata perché io mi vergogno ogni giorno di ciò che potrei fare, pur disoccupata, pur fuori Roma e senza patente, e che invece non faccio. perché non basta mostrare cartelli di benvenuto, perché c’è bisogno di azioni concrete dopo la prima accoglienza, di file al comune, di file alle USL, di preparare container.

dov’era la nostra accoglienza quando abbiamo dato addosso all’istriano perché lo credevamo fascista prima e comunista poi?, e alla Stazione di Bologna, nel ’46, quando sindacalisti e semplici cittadini hanno cacciato a sassate donne e bambini e vecchi in fuga dal massacro delle foibe?, italiani, civili, cattolici come noi. e quanti aprirono le porte agli ebrei in fuga? quanti si sono invece nascosti, e sono fuggiti alla propria umanità per salvare la pelle?

nessuno è un eroe, fissiamocelo in testa. un eroe è chi fa volontariato ogni giorno. forse qualcuno si è tolto di dosso gli abiti per donarli al fratello, ma noi non lo vediamo, perché continuiamo a volere come pietre di paragone i peggiori di noi, comodo. non prendiamoci in giro ma prendiamo esempio, smettiamola di twittare la nostra superiorità e facciamo qualcosa di concreto, possibilmente in silenzio.

qui un primo indirizzo utile. almeno, tra un tweet e l’altro, diffondiamo: https://noborders20miglia.noblogs.org/

#immigrazione, sogni e collari

correggo manoscritti da alcuni anni, roba che per dovere morale dovrei cancellare e riscrivere daccapo. ma non posso, perché mi pagano per rendere presentabile il prodotto al cliente senza snaturarlo,  per farne un oggetto che l’autore cercherà di vendere alla nonna, alla cugina, alle amiche, al negozio di cartoleria all’angolo. per questo talvolta sono acida, perché il 90% delle volte lavoro su brutta roba: ma diventare celebri, raggiungere l’obbiettivo di una pubblicazione con chicchessia, è ormai per molti un sogno che si fa schiavitù, come fare le vacanze all’estero senza dover taroccare foto, o rifarsi la bocca da un chirurgo che non  ce la distrugga, o spararsi botox in faccia, o arrivare a cinquant’anni e potersi permettere un toy boy, pazienza se non abbiamo mai letto neppure i Promessi Sposi o Parise, o la Fallaci, che citiamo pure.

siamo qui all day long a puntare il dito sugli immigrati, mentre quarantenni “belle dentro” scrivono romanzi erotici privi di verità; scrivono frasette contro la violenza domestica mentre sono avvinte dal desiderio di essere dominate da un maschio bellissimo, di avere accanto un figaccio rude che dica loro: prendine, che è la sola cosa che ti meriti, come non ci fosse che questo, la concezione cazzocentrica che ci vuole prone in attesa  benefico strumento che risolverà ogni nostro guaio, e che ci consolerà, nonostante non abbiamo sufficiente talento per un Talent Show e dobbiamo comprare cartelle e quaderni per i figli. però poi deploriamo il burkini. e chiediamo la parità, mentre la nostra vicina si fa riempire di botte dal marito disoccupato.

siamo schiavi di emozioni tarocche. schiavi dell’effetto che faranno sugli altri. di quanti like otterremo. postiamo foto delle  atlete che si aiutano tra loro, ma guai a spendere qualche parola con la signora del lettino accanto che son due ore che spara cazzate sugli immigrati e non sa quanto la nostra nazione sia sotto scacco, e ridicola, se il capo anti ‘ndrangheta si oppone alla legalizzazione della cannabis, se si propongono corsi d’inglese per immigrati, quando i nostri concorsi per i Conservatori richiedono ancora tutta la cazzo di documentazione su carta.