noi over 40

dopo averci fatto il lavaggio del cervello sulla opportunità offerta dall’inseminazione artificiale e le immense gioie della maternità tardiva, senza però avvertirci del prolasso e altre storie, come ogni estate importanti Magazine e numerosi stati social, in barba al politically correct, dettano nuove regole sul bon ton femminile.

l’elenco, lunghissimo, ci vorrebbe non troppo suore e nemmeno troie.  non potremmo portare capelli lunghi, mettere rossetti troppo accesi, indossare shorts o minigonne nemmeno se in possesso di belle gambe, tatuarci, correre, bere, perché l’alcol sta meglio addosso a un uomo, anche se poi torna a casa e ammazza di botte moglie e figli. severamente proibito indossare gioielli in spiaggia così come essere troppo abbronzate, mai abiti senza maniche e bikini, proibito lanciarsi in balli di gruppo; banditi gli atteggiamenti da ragazzine (forse ridere, cazzeggiare, innamorarci), perché poi il marito trova la scusa per lasciarci e mettersi con la giovane straniera, come dichiarato qualche giorno fa da un mio contatto machista, e allora non potremo neppure lamentarci perché certe cose vanno messe in conto e aggiunte all’infinita lista del “ve la siete voluta voi“, compreso il fatto che, come dichiarato stamane su Il Fatto da Massimo Fini, è la nostra aggressività a farvi froci.

se decidessimo d’indossare il buqua, giusto per non infastidire i criticoni, avremmo la sollevazione delle femministe.

per gli uomini, invece, una sola raccomandazione: fatevi pure vedere sul corso con la ventenne, ma mai e poi mai con il colletto della polo alzato.

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nuda

scrivevo la “deriva di twitter” che era agosto del 2012.
a quel tempo ancora ridevo, appena uscita dall’esperienza lavorativa in Luiss per il Master in editoria e scrittura diretto da Roberto Cotroneo. ero piena di idee, come Teresa e la politica cantata in rap,  per Informare per Resistere. e pensavo che senza darla a quello giusto, normalmente editor o ufficio stampa, né possedere parenti alla dirigenza dell’Anas, per esempio, o un attico in Piazza Vittorio e alcune case che so, al centro Firenze, (ma è soltanto un esempio), avrei comunque ricavato qualcosa dalla scrittura, oltre l’enorme soddisfazione personale che però non dà guadagni.

e twitter era una finestra sul mondo, dentro cui le notizie viaggiavano alla velocità della luce. un luogo dove leggere le opinioni di peso e farsi notare per brillantezza d’idee, non un conciliabolo di servette e servetti dall’ironia facile, di populisti ignoranti, di commesse con la fissa dell’eros, di bufale, di barzellette, di professioniste in giurisprudenza usate come creative, di creative usate per fare le schiave a 50 centesimi per generatori di News.

scrivevo robe così innovative che neppure l’Unità volle, perché qui se non vai per luoghi comuni sull’amore non funziona, e arrivai fino alla sede del giornale, su viale Ostiense, per parlare con Spataro. ma stavano per licenziare tutti, disse. e nemmeno il Fatto mi volle, né altri giornaletti che grazie alla crisi hanno avuto modo di continuare a professare la meritocrazia e ad assumere gli amici degli amici pagandoli, e gli altri no, e assumere facce famose che sbagliano gli accenti e si fregiano del titolo di scrittori dopo aver pubblicato una biografia del cazzo riveduta e corretta da editor di caratura.

ma già nel 2012 Twitter era in caduta libera.
orde di signorine “X” collezionavano follower con frasi a effetto che nemmeno mia nipote di nove anni. maschietti agguerriti dalla biografia tutta in inglese si riciclavano da camerieri a tempo pieno o impiegati del catasto, a Master di gran classe dalla sintassi che nemmeno il bagnino Vito negli anni ’70. donne che a botte di: troia, puttana e cagna, son diventate reginette della posta del cuore. poeti de noantri, troll e fake.

ora Twitter ha smesso di funzionare, si è rotto. e ieri è bastata una mia fotina in culotte e reggiseno, già fatta sparire dal mio account, (sereni), a farmi conquistare ben una trentina di Direct Message corredati da foto hard e dieci nuovi follower, tutti maschi. sette i defollow dalle signore. una proposta di leggere qualcosa di mio da un blogger di un famoso quotidiano, previo caffè in centro.
domani mi posto nuda.
magari mi fanno pubblicare benché non sia ancora  allo stato dell’arte.

perché soltanto a uno scrittore sconosciuto si richiede la perfezione.

per tutti gli altri si pagano professionisti dell’editing. 

troia

è da ieri, dopo il breve “moment”pubblicato su Tiziana Cantone, che mi scrivono “troia” in tutte le lingue del mondo. si sa che gli imbecilli hanno fake numerosi a coprir loro le spalle, a difenderli e aggredire il prossimo: li bannerò finché il tizio esaurirà i mandanti. sono abituata ad aggressioni maschiliste. le ragazze carine e sveglie, soprattutto al sud, son considerate troie sin dalla nascita. io poi io mi chiamo Elena, e fu proprio sul muro del prefabbricato delle elementari che lessi per la prima volta l’infamia associata al mio nome. è una specie di marchio impresso alle bimbe, quando affettuosamente, guardandoci, l’amico dice al papà: questa te ne farà passare di tutti i colori.

e sono quei colori che io non mi giustificherò mai di aver voluto vedere, toccare. di aver sofferto addirittura per poterli fare miei, e dipingere così il grigio mostruoso della grettezza e del moralismo che nutre la gente che non ha niente da fare, che non legge, che non si accontenta di riempire gli spazi vuoti della propria esistenza attraverso le vite e le storie di altri, quelle edificanti e che possano fare da esempio, e portare colori in una esistenza che serve solo a pagare buffi, a nutrire vendette.

io non credo si possa educare all’amore con l’odio, non c’è perdono né vendetta scriveva Borges. ed io penso che il problema che affligge chi chiama troia una donna libera, sia di essere frustrato, infelice, poco amato, ignorante, debole. e non sarà certo la vecchia legge del taglione a educare chi l’amore non lo ha mai conosciuto. bisogna ripartire dalle scuole, dalla televisione. e come si fa in un Paese dove proprio in TV vedi gente che s’insulta e sta sulle prime pagine dei giornali, un paese dove ci sono mensilmente episodi di violenza all’interno di asili, palestre, discoteche. se le adolescenti riprendono con la video camera l’amica stuprata c’è qualcosa che non va nel paese, non in loro, e non è soltanto cultura machista.

non sarà forse che le TV e i giornali come “il Fatto” devono piantarla di esaltare i social?, così l’editoria, che stampa a getto continuo roba illeggibile scritta da twitstar del gossip che spariranno tra meno di due mesi? vogliamo far capire ai ragazzi che non è la celebrità a salvarti il culo ma la cultura? anche se non ti dà soldi?, anche se devi soffrire?, e che il successo non dipende dalla visibilità che ottieni ma dalla felicità che senti dentro? dall’appagamento, che non è roba che si compra?

poi vince la maggioranza. e pazienza. io ballo da sola.

#webete, da sola in difesa di @Ginzo

un giorno succederà che nulla di ciò che diremo o digiteremo, noi base, massa, popolo, webeti, sarà ritenuto di nostra proprietà intellettuale. ha più importanza “chi dice cosa, piuttosto che cosa dice chi”. sono i personaggi, le tweetstar, le bocche rifatte che pronunciano quella certa frase ad avere risonanza sugli ormai inutili quotidiani, sui notiziari, negli approfondimenti televisivi, chi l’ha pronunciata per primo non ha importanza, probabilmente è morto. che sia Brecht o Pirandello fa lo stesso, purché la frase funzioni, come il famoso aforisma: ci sedemmo dalla parte del torto… che ora appartiene a un tale “anonimo”. perché il web mangia, digerisce e caga.

a nessuno importa del copyright, sia che non arrivino a leggerti sia che lo facciano, perché il potere sta proprio nella possibilità di ignorare i piccoli, le decine di autori in erba che  lanciano tra i pixel le proprie idee. il potere è dalla parte di chi non ha fantasia e fa incetta di genialità altrui. e non ti ascoltano nemmeno se li menzioni, come ho fatto ieri e feci tempo fa, raccontando lo strano caso di Romain Gary, Gramellini, e i suoi numerosi autori, e che racconto qui https://bibolottymoments.wordpress.com/2016/01/25/coincidenze-di-pensiero-gramellini-gary/?iframe=true&preview=true

così per il neologismo #webete (ecco che ieri il popolo di webeti ha imparato una nuova parola, neologismo, ovviamente), che mi sembrava infatti troppo delicato, privo dell’imperante anglicismo (COUGAR, MILF, eccetera) perché fosse coniato nel 2016, nel 2.0, regno delle banalità degli amori leggeri, del sesso in ufficio raccontato on line e delle notizie false. ma bastava che i giornalisti de “Il Fatto” o “La Repubblica”, o qualunque delle numerose testate che non avendo di meglio da fare, per esempio un approfondimento sul problema della chiusura dei centri antiviolenza, digitasse WEBETE, per scoprire che il termine fu coniato nello splendido mondo del web 1.0 e dell’incrollabile NETIQUETTE (etichetta della Rete un tempo sacra),  da tale @Ginzo e non da Chicco Mentana. è scritto qui, http://xmau.com/gergo/w.html

Crusca o non Crusca, questo secolo telematico manca di curiosità e vive sulle nostre macerie nutrendosi dei nostri avanzi, quelli che abbiamo lasciato nel secolo passato. non so chi sia @Ginzo ma non importa, è una questione di principio: il termine è suo, lo ha coniato lui, non di Mentana, e non basta dire che “forse il termine lo usava qualcun altro prima di lui”, è scritto, provate a dare una notizia vera di tanto in tanto.  il vero inventore di questo neologismo tenerissimo, fusione di ebete e web, arriva dai tempi dei modem rumorosi che ci lanciavano nello spazio infinito, lasciandoci immaginare un mondo migliore. sicuramente più giusto. sicuramente con meno webeti.

da te non me l’aspettavo

perché vi meritate tutti l’isola dei famosi.
perché, appunto, avete difficoltà a leggere un paragrafo intero comprendendo il senso della frase.
perché forse necessitate di occhiali.
perché avete guardato il mio dito e non la luna.
perché siete voi i primi a non tollerare chi la pensa diversamente. o forse, semplicemente chi pensa.

ieri ho scritto un post circa il fatto che son stufa e stanca di tutto questo parlar male del Presidente Mattarella senza che si sia nemmeno insediato, che l’invito a B. è dovuto perché il Presidente è una figura istituzionale “super partes”, che ho conosciuto degni membri della DC, che in definitiva la DC di ieri ha rubato meno che il PD di oggi, che comunque Mattarella è l’unico parlamentare che si sia dimesso perché una legge che aveva combattuto era invece passata e, concludendo, che siete pappagalli che ripetono ciò che leggono.

il capo dello scontento e il Re della dietrologia è come sempre Travaglio, che io detesto pur sognando spesso di fare sconcezze con lui.
non amo “Il fatto quotidiano” per molte ragioni e che talvolta dica anche cose giuste non toglie niente a ciò che penso della testata in sé.
è il giornale dei radical chic per eccellenza, di chi ha sotto il culo la pensione garantita, di chi vive in Indonesia facendosi servire dagli indigeni per pochi dollari e di chi non fa un cazzo per cambiare questo Paese.
ciò che per me è GRAVE, in special modo quando si perora MERITOCRAZIA e trasparenza, è che il quotidiano in questione non conceda di inviare il proprio curriculum e che, il modo di diventare BLOGGER NON RETRIBUITI DE “il Fatto Quotidiano” per me rimane un mistero.
bisogna forse appostarsi sotto la redazione?
o come sempre avere “i numeri” giusti?

a me tanto basta per NON comprare quel giornale e NON credere a tutto ciò che dice.
tra l’altro, vero è che avete la memorietta corta, non sono poche le rettifiche fatte dal giornale di Padellaro cui ho dedicato oggi fin troppo spazio ed energie.

un consiglio agli amici di FB comunque mi sento di darlo.
il fatto che abbiate cliccato su qualche mio post o letto di sfuggita un mio stato o gioito per l’uscita del mio romanzo, che comunque non avete comprato, non fa di voi dei miei amici.
ci si aspetta qualcosa da chi si conosce.
ci si aspetta qualcosa, sempre quella, da chi non cambia mai.