Maestri

quando avrò il costume entrerò in parte. così dicevamo da ragazze, in Accademia, quando proprio non riuscivamo in un ruolo.
ma non è così. si è in parte anche senza costume né scena, dipende dal talento, dallo studio e dalla capacità mimetica di ognuno.
il vecchio saggio afferma: stai con gli ospiti come stessi in casa da solo e stai da solo come avessi ospiti.
la casalinga di Ardea, invece, dice: uso il congiuntivo e gli accenti giusti quando scrivo un romanzo, non quando commento su un blog o quando sto a casa rilassata con un amico.
giuro, lo ha affermato ieri una che si è offesa a morte per la mia, nemmeno diretta, provocazione.

ebbene sì, sono in grado di creare scompiglio pure qui su wordpress. luogo quieto per eccellenza.

ed ecco spiegata la differenza tra il professionista e il dopolavorista. che il dopolavorista usa l’arte per divertirsi e misurarsi con qualcosa che non sia il cartellino da far timbrare al collega, il professionista ne è ossessionato. il dopolavorista usa la pancia per scrivere, e normalmente ne vengono fuori flautolenze, il professionista sublima. il dopolavorista non tollera le provocazioni, il professionista vive soltanto di queste. il dopolavorista è permaloso, il professionista è felice di prenderne di santa ragione per migliorare. paga perfino le Agenzie letterarie. il dopolavorista non ritiene che la formazione sia importante per il lavoro, normalmente in Italia si assume per parentele, il professionista s’indebita per studiare.
perché non è vero che la Cultura si fa per lo più fuori dalle università, come dice l’esperto Fabio Volo, quello si chiama “culo”.

puoi leggermi qui 

#calzinispaiati

ieri, dopo aver affermato che la rivoluzione non si fa su twitter, un profilo femminile e purtroppo giovane, con falce e martello in bella mostra sul profilo, è venuto ad aggredirmi.
gneregnégnégné, è stato il suono insopportabile del suo tweet a difesa del social dall’uccellino azzurro.
bella mia, certe affermazioni non posso spiegarle. è la storia a farlo, sono i libri, l’esperienza, il sentito dire da chi ha lottato in Piazza veramente.

SUI SOCIAL NON SI FA LA RIVOLUZIONE.
sui social non si forma nemmeno il consenso, o il dissenso. perché i social son fatti dalla gente, e più sono popolari, come twitter è diventato negli ultimi due anni, più prevale il cattivo gusto e il menefreghismo. per non parlare dell’invidia e dell’aggressività.
al popolo basta una sanatoria di #Equitalia per fare festa. un po’ di pettegolezzo e dell’ironia, va bene anche quella usata su facebook.

prova ne è che stamattina i top tweet siano degni di un asilo nido.
in modo che possiate scrivere le vostre imbecillità su #calzinispaiati e su #Ulisse, unico argomento culturale di cui forse avete memoria scolastica, senza sforzarvi troppo. dando, certo, un sguardo a wikipedia.
siete così impegnati a veder crescere il numero dei vostri retweet, che nemmeno vi siete accorti che un ragazzo, Giulio Regeni, è morto.

ma poco importa, stasera è venerdì e vi esibirete nella tontoneria felice dell’impiegato alticcio, e lunedì riprenderete a lamentarvi per il lavoro.

la megalomania dell’impiegato

su twitter i silenzi hanno smesso di essere tali e con eloquenza si difendono, combattono, si leccano e si mangiano.
e siamo oltre la sintassi. oltre l’uso corretto dei pronomi. un luogo dove il congiuntivo non è più nemico.
in nome dell’originalità, su twitter i verbi smettono la loro funzione per farsi veliero, e condurre la fantasia assai ridotta di chi non legge libri altrui, verso la palude dell’insignificanza.

nonostante i corsi si scrittura creativa e le lauree sbandierate sulle biografie, twitter è per eccellenza il nonluogo dove la lingua diventa fantascienza, dove il sogno, poiché sogno, è anche realtà, dove Pedro Calderòn smette di esistere -e forse non è mai esistito- perché il filosofo moderno possa allargare il petto e digitare “se lo sogno posso farlo”.

twitter è utopia realizzata, è il luogo magico dove forme sbagliate diventano giuste, dove “esci le tette” e “scendi il cane” sono ormai pezzi di repertorio, in un caberet, quello delle parole violentate, che si chiama presunzione.
perché l’ignoranza nasce dalla mancanza di letture e dalla presunzione di poterne fare a meno.

Sua “caprità” il rogo è servito

Stare sui social network non è come andare a un party o in un locale di jazz dove certo, sì, può capitare che qualcuno s’intrometta in una conversazione, ma con cortesia, anticipando magari il proprio intervento con un cauto “perdonate l’intromissione”. I social sono più come la fila alle poste il giorno del ritiro della pensione, dove tutti, nervosi e incazzati neri per una vita -la propria- che va a rotoli,  alla parola d’ordine, che può essere indifferentemente: stato, governo, legge e paese, si fanno esperti politologi, economisti e sociologi i cui argomenti non vanno mai al di là di vigorosi movimenti del capo, quelli degli asini,  e dei soliti epiteti, gli stessi che risuonavano davanti a roghi in Piazza, secoli fa, quando come oggi il libero pensiero veniva affossato e soffocato da ignoranza e mediocrità. Da chi sulla bio scrive “giornalista” ma ha scritto tre articoli su un blog.
Ma mi capita sempre più spesso, non alle Poste dove non si può consultare wikipedia ma sui social, d’incontrare acuti intellettuali dal piglio polemico.

Capita quasi sempre dopo pranzo che l’esperto letterato nullafacente s’intrometta con una frase a effetto, quella che taglia la testa al toro e che ha in sé il seme della discordia: bravo scrittore quello?, talentuoso quell’altro?
Senza argomenti aggredisce, provando a farsi sentire e far valere le proprie ragioni senza peso a forza di frasette che potrebbero tradursi, in un incontro off line, con la ripetizione a raffica di un “ma finiscila” o “stai zitta quando parlo”.
In un locale notturno reagirei rovesciando sulla sull’espressione cocciuta del provocatore magari una mezza pinta di birra, sui social mi limito a bannare, augurandomi di aver sbagliato, augurandomi che il tizio in questione vada oltre il sentito dire, alla ricerca, magari, di argomenti migliori, alla ricerca, spero, di un libro di quel tale Aldo Busi, quello scrittore senza talento che lui stesso ha pubblicamente definito un bluff.

E comunque, mai fare battute su personaggi che non siano Belen. La cultura dei social non va al di là di “Verissimo”.