giudice, prima, donna, poi.

in questo Paese ci sono giornalisti che condannano prima dei pm, del processo, dell’analisi di team di esperti e psicologi; ci sono giornali, blog, direttori autorevoli di blog che consentono a “donne, prima, Giornaliste, poi“, di mettere alla gogna una minorenne e segnarla a dito con la stessa identica violenza che lei stessa, Adinolfi docet, condanna. Mi riferisco a questo articolo che fa tremare i polsi già dal titolo, che poi leggendolo nausea, per come è scritto, per la retorica pornografica che contiene: perché non analizza i fatti, non racconta una storia con distaccato dovere di cronaca ma immagina oltre, fa ipotesi, si mette nei panni di una ragazzina che non conosce, nella sua casa e addirittura nelle sue “ciabatte”. quanto disprezzo, quanta disumanità signora mia.

io non ero accanto alla puerpera triestina, non sono nella testa di una sedicenne, non so cosa sia accaduto. se sia stata stuprata, convinta e poi pentita, se abbia avuto una negazione di gravidanza o si sia messa  in cerca di un ospedale dove abortire, trovandosi infine davanti al muro dell’obiezione, innalzato da gente che scavalca le leggi in nome del proprio concetto assurdo di dio e carità cristiana. non so nulla nemmeno della mamma dell’infanticida, né posso affermare che l’abbia aiutata o abbandonata, ci sono interi programmi che raccontano di gravidanze improvvise, nascite nel cuore della notte di cui i familiari non si erano accorti: perché la ragazza è sottopeso, sovrappeso, si fa vedere a casa di tanto in tanto, milioni di cose che noi non possiamo sapere.

ma so com’ero io a 16 anni, ragazzina border line adescatrice di anziani fuori dai Circoli privati e degli amici di mio padre, fuori controllo, fuori fase, in cerca di una strada e di un modo per liberarmi dall’amore dei miei: attenti, colti, pieni di voglia di aiutarmi. e lei, “donna prima giornalista poi”, ha mai aperto un manuale di psicanalisi?, ha mai sentito la pulsione a uccidere sua madre?, lo dicono tutti i manuali che l’adolescenza è il momento più delicato e complicato della nostra esistenza, il momento in cui ci si trasforma, durante il quale guardandoci allo specchio ci disprezziamo perché non siamo ancora né donne né bambine.

no, dal pulpito della sua esistenza felice, separa il momento della lotta femminista da quello della vita di tutti i giorni, dichiarandosi anche pronta a starci accanto quando si tratterà di marciare peri nostri diritti.

ebbene se lei è femminista, allora io no.

sarebbe un dovere, da parte della testata per la quale pubblica, ritirare l’orribile articolo, auspicabile anche per chi le da ragione, pochi inetti, capire che in questo Paese esistono leggi già scritte e età da tutelare anche dal pericoloso moralismo di quelli come lei, donna prima, giornalista poi. 

 

dov’è Mario (Kultural Vs Kafonal)

ho adorato questa serie, l’ho trovata geniale, lucida, veramente sensata. ed è complicato alzare così il livello quando c’è la massa che ogni giorno si prepara al salto in TV scrivendo battute in 140 caratteri. ma Guzzanti ha messo nel sacco tutti, l’intellettuale con la “r” francese che pubblica ma non vende, che fa l’inclusivo a ogni costo ma in privato definisce “feccia” la “feccia”, e  il popolo delle battute volgari, menefreghista e becero che d’estate va a votare al Festival di Nepi come massima espressione di creatività.

nel bipolarismo di Mario, al contrario di ciò che scrive il giornalista qui:  http://www.huffingtonpost.it/2016/06/16/guzzanti-dove-mario_n_10497636.htm, non vince Bizzio, nel gioco di specchi da alcuni più semplicemente definito “pirandelliano gioco delle parti”, perdono e vincono entrambi. e non è un caso che il povero Mario Bambea trovi il successo grazie a Bizzio, perché la tragedia sia equivalente. perché se da un lato l’intellettuale non muove lettore, la volgarità sì, ed è proprio questo il dramma, che se anche è chiara l’impotenza dello scrittore a coinvolgere il lettore medio basso, c’è il desiderio da parte del pubblico di “elevarsi” ma senza fare sforzi, e lo evinciamo  dal linguaggio forzatamente “corretto” della strepitosa Emaneuela Fanelli, Cinzia, la quale di fronte alla scoperta della vera identità di Bizzio come Mario Bambea, infatti, si arrende.

Guzzanti ha alzato il livello non solamente grazie alla scrittura, ma per il ritratto spietato di una società composta da individui che di fatto pensano soltanto a loro stessi: gli amici che sono amici finché sei in auge, i medici alternativi che se è il caso ricorrono a psicofarmaci e manicomi, e saluto qui il bravissimo Nello Mascia, la miseria d’idee dei comici di oggi che succhiano vita come parassiti ai personaggi pubblici.  Guzzanti alza il livello del “prodotto” per aver messo assieme Professionisti di talento e tradizione, misurati e smisurati come  l’impresario Faglia di cui è pieno il mondo, cui qualcuno, in questo caso il bravissimo Nicola Rignanese, ha dato voce ed espressioni.

per una volta, la “satira” sottolinea il divario e la vicinanza tra i due mondi in lotta nel nostro Paese: KULTURAL E KAFONAL; l’impossibilità di trovare un punto di contatto tra quelli che scattano fotografie orrende senza saperlo, e quelli che glielo fanno notare.

 

 

soldi, selfie e self control

L’Huffingtonpost qui: http://www.huffingtonpost.it/2015/04/09/giardiello-tribunale-milano_n_7031780.html si erge a giudice e punta il suo ditino contro Giardiello l’assassino.

il titolo parla da sé.
il titolo mi racconta di posti fissi e tredicesime.
di chi pensa ancora all’imprenditore come “padrone dalle braghe bianche” e non come schiavo dell’anticipo dell’IVA e di tutti gli oneri possibili.

questo pezzo mi racconta di chi non è mai stato alla Caritas, OGGI, a parlare con gli imprenditori che vivono in automobile.
dimenticati.
lasciati morire.
io il dito lo punto contro i TG di regime renziano che per la gran parte della giornata hanno tralasciato la questione “imprese, fallimento, banche”.

gli imprenditori in Italia non sopravvivono perché le nostre banche non sono fatte per l’impresa ma per il risparmio.
le nostre banche danno soldi a chi ce li ha, e basta.
“la banca è un ombrello che ti viene aperto quando c’è il sole”, sì, cito qualcuno ma non ricordo chi, un bel film tratto da un bel romanzo, credo.
ho scritto anche io qualcosa, un noir troppo triste per la nostra editoria rosa nella top ten della classifica Amazon, ma questa è un’altra storia, o forse sempre la stessa, di chi preferisce non vedere, non sapere quanti se ne ammazzano, a torto a ragione.

hanno i paraocchi i nostri banchieri, e io lo so, sono stata imprenditrice e ho avuto a che fare sia con il governo che con le banche che con i tribunali.
e ho pagato.
pagato caro.
pagato tutto.
l’unica cosa che non ho fatto è stata prostituirmi per uno scoperto.
il direttore me lo domandò. quel vigliacco del mio ex non se la sentì di incastrarlo. perché certo sì, io lo avrei fatto.
lo avrei incontrato, ci avrei fatto sesso e avrei registrato ogni cosa.
poi lo avrei ricattato. a vita.

in Italia i processi durano un’eternità, qualunque sia la colpa dell’imprenditore (il nero, i debiti o il fisco) http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/04/09/news/giardiello_tribunale_milano_sparatoria_fallimenti-111522602/?ref=HRER1-1 il processato nel frattempo deve restare immobile.
domandatevi come fa un cristiano a restare bloccato tra avvocati e udienze senza sapere come andrà a finire.
e intanto pagare il mutuo, il dentista, la scuola di danza alla bambina.

i belanti ripetitori di luoghi comuni non sanno che “i professionisti cui rivolgersi” in Italia sono ben pochi.
che io personalmente, io Elena Bibolotti, è stato grazie ad avvocati incompetenti, a lungaggini burocratiche e a commercialisti ladri che son finita sul lastrico, che ho venduto la mia casa, tutto ciò che i miei mi avevano lasciato.

gli imprenditori servono finché danno lavoro a uno stato usuraio.
leggete, andate a vedere quali sono i dati sulle azioni legali contro gli istituti di credito.
spalle al muro ci si deve difendere.
spalle al muro si perde il controllo.

è vero, è un assassino. ma le soluzioni vanno trovate e rapidamente.
questo è il capitalismo baby. l’individualismo all’ennesima potenza.
il comunismo non l’ho fatto cadere io. e tra un po’ si ucciderà anche per una rinoplastica.