occidente

provo ancora il puerile desiderio di sbarazzarmi in fretta dell’estate. anche se non ho nessuno da salutare in fretta prima della partenza, né da rimuovere con dolore dall’album dei ricordi. non c’è la stilla di umiliazione che l’amore non corrisposto produce. di addii ne ho pronunciati troppi, e non è vero che se una cosa è importante dura per sempre, non per chi crede nell’eternità né per chi si consuma troppo in fretta.

corro a passo di lumaca per non perdermi niente di questa esistenza meravigliosa, le mie abitudini per prime, le stampelle che mi hanno permesso di rimanere in vita sin qui, i vizi, che coltivo con gioia nonostante i consigli non richiesti: non m’interessa diventare una superstite con badante.

metto in colonna tutte le volte in cui ho infranto le regole, o in cui qualcuno mi ha ingiustamente calunniata. misuro il mi grado di empatia con il mondo e decido che non mi piace questo occidente, non mi piace guardarvi con lo specchio in una mano e la parola di Dio nell’altra.

il fiume Amore

oggi ragiono un po’ tra me e Romain Gary, che nel suo strano romanzo “Il mio caro pitone” (Neri Pozza), sicuramente da leggere e in francese, per via dei giochi di parole che in italiano non rendono convincentemente, sebbene abbia una traduzione professionale (ma la lingua madre è la lingua madre si sa), racconta tra l’altro del fiume Amore, un fiume russo di cui non ho verificato l’esistenza preferendo credere in Gary, che è uomo maschio e scrittore suicida, e che dirà certamente il vero seppure inventandolo di sana pianta.
il fiume Amore, quindi, il cui cammino ognuno di noi dovrebbe deviare perché possa nutrire la vita di tutti, anche dei più soli, però non si trova più. forse, la presa di corrente cui ci siamo attaccati per ricevere “amore”, come previsto sempre da quel genio gollista del mio scrittore preferito, ci ha fatto dimenticare che c’è gente che al contrario di noi non ha corrente elettrica e chi vive accampata ai confini con l’Europa e di cui l’Europa non sa bene che fare.

è veramente incredibile, amici miei, la tristezza che mi prende il cuore quando qui sui #social, al posto delle notizie sui rifugiati di guerra, perché non si chiamano nemmeno migranti i disgraziati che fuggono lasciandosi dietro macerie, leggo hashtag come #gioire, come #amare. anni fa non era così. giravano soltanto articoli importanti, si litigava e si discuteva e si bannava anche ma per ragioni serie.

mi domando se sia per via dell’analfabetismo di ritorno (o anche funzionale), quello di cui leggevo ieri e che dice chiaramente che il nuovo analfabeta sa leggere e purtroppo anche scrivere ma 1) non comprende il senso del testo, 2) non costruisce analisi articolate, e 3) paragona il mondo alle sue esperienze dirette. e quindi sarà per questo terzo punto, perché non riusciamo a vedere oltre il nostro naso, o l’ombelico pieciato su pancia piatta, perché stiamo tutti al calduccio che in tanti non riusciamo proprio a non vedere la guerra, a sentirne l’odore acre, a connetterci a loro, a vederci nei loro panni, noi occidentali rammolliti alle prese con la fame.
è perché ci accontentiamo del consueto “buongiorno mondo”?, che non riusciamo a interessarci ad altro che a noi stessi nonostante la guerra sia ovunque?
o perché il fiume Amore si è prosciugato?
o non è mai esistito?

“L’unico modo per far finire la violenza è smettere di usarla” Gino Strada

postare e rituittare è facilissimo, mettere in pratica il suggerimento di Strada pare proprio di no. il nostro è un microcosmo dove non si smette mai di combattere. gonfi di autostima procediamo armati fino ai denti perfino quando andiamo al supermarket. proviamo a dare un’occhiata allo specchio e al ghigno che mostriamo al mondo, prima di affermare che non è così. fotografiamo la bruttezza, quella che con ferocia mostriamo al vicino di carrello.

la guerra si combatte ovunque: per trovare parcheggio, al cinema, quando guardiamo con sospetto il tizio in fila che tenta di superarci, e così alle poste, o dal panettiere. durante il consiglio di classe, quando alziamo la voce perché vincano i nostri punti di vista sull’educazione del cucciolo. a calcetto. a danza, a scuola di musica: perché nostro “futuro” sia anche celebre e ricco. combattiamo con il talento altrui, anziché apprezzarlo, con la giovinezza, la bellezza e la realizzazione di chi ci sta intorno. con i follower in aumento di Tizio e Caio. miseramente, proviamo gioia, che è solo in apparenza sconforto, per chi cade in disgrazia e si leva di mezzo.

insultiamo, più che cedere il passo: per strada, su social, contro quello che sta dibattendo in TV e che ne sa sempre meno di noi. secondo noi. combattiamo con le unghie per il lavoro, per tenercelo stretto o portarlo via a qualcuno, per quella parte in teatro o per lo spot televisivo, per il provino, per la tesi di laurea, per la pubblicazione del nostro capolavoro. combattiamo contro il nostro corpo a cominciare dalle cellule, fiaccate o ribelli, pronte all’autodistruzione. combattiamo con la morte.

citiamo Maestri Zen, ci gonfiamo di hic et nunc, ma restiamo attaccati al futuro, rifiutando il normale ciclo delle stagioni, della vita, e della sconfitta naturale che è conseguenza di ogni guerra, che bisogna mettere in conto, e per una volta accogliere.

le eterne ottimiste

ottimista è bello, piace agli uomini, avranno così la certezza di tornare a casa e di non trovare, oltre le bollette, il muso lungo della signora depressa. me lo diceva sempre mio padre, e domandatelo al mio compagno, cui tutte le sere preparo manicaretti gustosi e spettacolini degni del Crazy Horse.

ridanciana poi è fantastico: spiana le rughe (semmai ciò fosse possibile), soprattutto quelle del fumo, alza gli zigomi, e sì, forse sacrifica un po’ il contorno occhi ma è meglio così.
meglio gli occhi che la bocca, mi diceva sempre zia A. che sfilava per Dior.

“Ti ho sposato per allegria” è il titolo di una bellissima commedia di Natalia Ginzburg, interpretata dalla splendida Monica Vitti, e che contiene tutti gli ingredienti per far ridere e per riflettere, per esempio sulle differenze sociali, in un’epoca, il 1967, in cui non solo esistevano ma erano anche ben sottolineate.

ecco, ho la sensazione che in questa società falsamente egualitaria, in cui la borghesia è stata depauperata della propria forza economica e culturale, l’unico risultato sia l’appiattimento generale, una specie di bianco e nero del sentire e del mostrarsi, che non include alcuna sfumatura, nessuna profondità, che l’idea cioè che si ha dell’ottimismo, non prenda in considerazione la possibilità di riflettere anche, e che il soffrire, o cambiare il proprio “modus” perché succede qualcosa di grave, non sia più contemplato dalla maggioranza, chiusa in un personaggio definito dalla PICture mostrata sui social e pronta a lanciarsi in un talent show.

eppure abbiamo mille sfaccettature.
mostrandole tutte potremmo confondere?
ma chi? quale pubblico?
stiamo vivendo o recitando?

che una donna per piacere debba, affacciandosi ogni mattina alla finestra del proprio account, necessariamente far ridere e ridere di se stessa, lo trovo peggio che stare in galera.
in una buona commedia si ride e si piange.
in una buona vita son più le lacrime che i sorrisi. e, come sostiene Desmond Morris, siamo fatti per ricordare il dolore più che il piacere, la brutte esperienze più che quelle belle. che lo vogliate oppure no si tratta di scienza e non di look.

Guerra

Il mio malessere non nasce soltanto da quest’ultima sanguinosa guerra. Una delle tante che si combattono con più o meno violenza e che non hanno mai cessato di mietere vittime.

La guerra è dentro di noi e la combattiamo ogni giorno. Combattiamo il cancro, le sofferenze bancarie, i creditori, i debitori, i detrattori.
Quelli che un tempo erano stupidi giochi a premi oggi sono talent show, reality studiati ad arte per mettere i concorrenti uno contro l’altro e perché avvenga lo scontro, che piace tanto. I rovesci temporaleschi diventano bombe d’acqua. Gli “eventi” e le “tendenze” funzionano se virali. Come non fosse abbastanza siamo sottoposti alla violenza quotidiana dei tiggì che non risparmiano mai immagini raccapriccianti, le stesse che poi, pur non volendo, siamo costretti a guardare sui social, tra le riviste in edicola mentre corriamo da qualche parte ancora una volta combattendo contro qualcosa: il tempo, il traffico e l’ansia. La visibilità del successo l’unico vessillo da conquistare: sui social, sul lavoro, in casa.

Ovunque vedo macerie, sparatorie, corpi riversi nel proprio sangue. Chissà per quanto ancora saremo in grado di distinguere la sofferenza reale da quella virtuale.
Il ricordo più violento della mia infanzia è stata l’immagine di una Renault bianca in via Caetani e mia nonna che si voltava dall’altra parte, soffocando elegantemente un gemito di terrore.
Non so se sta andando peggio, se è un’impressione soltanto mia sarò eternamente grata agli dei. Comunque, nel frattempo e tra un tweet e l’altro: amiamoci un po’ di più e se non ce la facciamo impariamo a tollerarci e a non giudicare gli altri restando fermi sul nostro punto di vista.