effetto Giordano

si chiama così ma poi passa. è la sindrome “da botto” detta anche effetto “numeri primi”. contagia gli scrittori che credono di essere indispensabili alla letteratura, certi che nessuno abbia avuto un’idea così geniale e un plot tanto incredibile, e che non è il caso, né la fortuna o il culo, a farci finire sulla scrivania di quel figaccione di Roberto Santachiara, per esempio, che io ho avuto il piacere di seguire per un anno (non per strada no), di cui possiedo il numero di telefono ma che non ho mai chiamato, conoscendo già il suo tono da “non mi ricordo di lei”.

è il caso, invece. non di chiamarlo, no, ma a farci finire su certe scrivanie.

sì, certo, è ovvio che un personaggio come la d’Aloja non ha faticato granché ad arrivare a Mondadori, ma è una vita che prova senza successo a entrare nel novero degli “artisti”facendo la fidanzata di qualcuno; è anche una questione di salotti buoni e di letto, questo si sa, questo ciò che raccontano le cronache di oggi e di ieri e basterebbe leggere un po’ di più per saperlo.
ma non è soltanto così. esistono plotoni di professori di liceo sconosciuti e un po’ grigi che sono arrivati al successo per caso, magari dopo essere stati cestinati del comitato di lettura.

è da imbecilli scrivere per il successo, e basta.
io sono stata male per due anni, livorosa e frustrata, male da ammalarmi di malattie autoimmuni, mi sono disperata finché ho capito che non è soltanto una questione di talento ma che il mercato detta regole entro cui io almeno oggi non rientro, ma magari domani sì; ho smesso di piangere quando ho visto trilogie erotiche finire nell’oblio nonostante il glamour dell’autrice e il nome dell’editore, e lo so che non sta bene gioire degli insuccessi altrui;
ho sofferto finché sconosciuti hanno cominciato a leggermi e incoraggiarmi, finché ho capito che per diventare ricco devi essere Stephen King, finché ho iniziato ad amare la scrittura in sé, e ho capito che non basta l’idea dell’immortalità a farmi superare la paura della morte.