vengo quasi

concluso questo splendido Giuseppe Berto senza virgole, inizierò Il figlio del secolo di Scurati. spero di non lasciarlo a 5 pagine dalla fine come gli ultimi due contemporanei targati Rizzoli.
sì, è terribile, lo feci anche con un Gary non all’altezza, ed esattamente con Chiaro di donna che, viceversa, piacque molto a mia madre. lasciare a 5 pagine dalla fine, anche 2,  è come far godere un uomo mostrandomi algida.

significa andare a cena con lui, sorridere a tutto, anche alla proposta che salga da me per un bicchiere, non respingere le sue avance anzi accoglierle con entusiasmo, darmi da fare a farlo godere però mostrandomi algida a qualsiasi sua iniziativa, arrivare quasi alla fine per alzarmi e lasciarlo venire nella propria mano.

cos’altro posso fare per dimostrare il mio disprezzo verso una pubblicazione noiosa o scritta male? se il contemporaneo si dà anche grosse arie lo rivendo al mercatino di Campagnano.

qui il mio ultimo romanzo uscito per Castelvecchi

qui Pioggia Dorata: hard core di sinistra.

la buona lingua non annoia mai

come si scriveva negli anni ’70, quando non c’era ansia da rendimento, da pubblicazione ogni 6 mesi, da editor e agente a tutti i costi. quindi a pagina ottanta Maria e Antonio non mostrano alcuna fretta, sono ancora per strada, per le calli veneziane, nella zona del Porto a baciarsi quando scende il buio, incerti sul loro destino di giovani innamorati. non un discorso diretto, scarse virgole e periodi lunghissimi, chiari come una mattina di giugno. parlo de La cosa Buffa, Rizzoli, 1977, decima edizione, copertina Dagrada.

di Maria sappiamo che studia letteratura inglese e ne va fiera, non conosciamo la sua famiglia, non sappiamo se abbia fratelli o sorelle o che mestiere faccia il padre, a parte le fantasiose ipotesi di Antonio, ossia che si tratti di un ricco armatore e che, a causa di ciò, forse, non potrà mai sposarla.

ma Antonio è un insicuro, un maestro elementare cui vergognosamente mancano 12 esami alla laurea, cosa che, vergognandosene, ancora non ha confessato a Maria. Berto fa un paio di brevi cenni ai guai e ai dolori che colpiranno i due, ma non ha necessità di insistere, quei lettori (ed io, e forse tu) non avevano bisogno di didascalie, di avvisi, di tormentoni. a loro bastava sentire lo sciabordio dell’acqua lagunare e l’umidità dei corpi dei giovani dei protagonisti. nessuna necessità dell’incipit funambolico che tramortisce il lettore e poi basta, né di una fitta trama.

perché la buona lingua non annoia mai. poi, certo, c’è sempre chi preferisce la solitudine e un grosso dildo.

qui Pioggia Dorata

qui l’ultimo Castelvecchi

 

Rizzoli, 1966

ieri sera un’amica mi scrive per email: cara Elena, non capisco, sul serio- nonostante l’incipit gentile, il tono è indignato sin dal subject- ecco, non capisco come mai con tante nuove uscite editoriali tu acquisti sempre più spesso vecchi titoli sulle bancarelle dei libri usati, e li fotografi pure. non lo sapesse, poi, la mia amica addetta ai lavori, perché preferisco Giuseppe Berto a Pinco Pallo che scrive come caga, pubblica per ChiTeConosce editore e in sovrappiù  tiene corsi di scrittura creativa a Vattelapesca.

ma tu, amica mia, hai mai preso in mano un Rizzoli del 1966? provaci, ti prego, è come essere invitata a cena da uno come mio padre: profumo, voce pacata, sportello dell’auto aperto, sorriso, nessuna confidenza imbarazzante, linguaggio forbito, pretese zero, tanto che ci rimani anche male sotto il portone ma pazienza, perché certi “a domani” sono più eccitanti di prevedibili “mi fai salire un attimo”.

guarda questo romanzo qui, piuttosto,  “La cosa buffa” di Giuseppe Berto, decima edizione, collana La Scala. tre centimetri di carta porosa appena ingiallita nonostante i 50 anni, nessuna piega,  non la solita quarta arrogante, né un’ombra di aletta, non una parola sulla trama, non duemila richiami e grida dell’amico critico a esaltare l’opera necessaria. e poi sopraccoperta trasparente, copertina rigida d’autore, il cui nome si scorge dopo lunga ricerca sul retro, scritto piccolo piccolo su un angolo i basso: Dagrada, art director Rizzoli. si tratta di un disegno astratto arancio, giallo, nero e panna, nessuna immagine evocativa: la ragazza bellina con il ditino in bocca, quella sul pattino, quella a tette nude. nulla di acquistato frettolosamente  dalla C.E. tra le tante immagini che si trovano on line, nulla di didascalico. Dagrada, Mario Dagrada, cercalo sul web e masturbati, infine godi.

apro. non posso fare a meno di ansimare per la sorpresa. mio marito, di là, mi domanda se va tutto bene. mento: certo, amore, è solo un libro in brossura  filo refe, come dire uno che dopo una cena ottima e divertente ti accarezza a lungo prima d’infilarti la mano lì, magari prima l’anulare, che ti fa bagnare come una spugna ma non godere. 349 pagine di interlinea singola e carattere non Nave di Teseo: nessun bisogno di allungare un brodo evidentemente insipido.

ecco, senza conoscere l’argomento già lo amo. quando infine scopro che si tratta di un romanzo di formazione, periodi lunghissimi e senza punteggiatura, sono pronta a darmi a lui senza riserve. sulla fascetta gialla soltanto una scritta sobria: decima edizione. se uno gli argomenti ce li ha, non ha necessità di urlarlo troppo forte.

lo capisci, amica mia, perché anche quand’ero adolescente lo volevo anziano ma di classe?

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi

qui i miei racconti erotici GiaZira Scritture