Céline però pubblicava

ficchiamoci in testa che è pieno di grandi talenti suicidi. e la pubblicazione non incide sulla felicità di un autore, anzi, spesso lo aiuta a smettere. da Cechov a Céline a Salgari (giusto per fare 3 nomi ma ce n’è a centinaia) nessuno ha accumulato ricchezze né parlato con affetto del proprio editore, fatto salvo Simenon, che in nome di Maigret poteva chiedere ad Arnoldo Mondadori condizioni contrattuali incredibili per allora e per oggi.

basterebbe leggere qualche biografia per smetterla di difendere l’immonda razza di editori e stampatori e di voler fare lo scrittore; per scoprire che Pavese minacciava Giulio Einaudi per via degli arretrati, e anche Natalia Ginzburg e Calvino: anche qui ho accorciato l’elenco. Céline pubblicava ma odiava gli addetti ai lavori. le sue lettere sono un apprezzabile esempio di come minacciare efficacemente chi si serve del nostro talento per fare soldi.

ma gli scrittori odierni, scimmiette ammaestrate al politically correct e a dir bene dell’editoria e dei pessimi colleghi, pur di non perdere faccia e contratto, fanno i crumiri, firmano per condizioni di merda e tacciono su quello che vedono: abuso di potere, atteggiamenti fascisti verso chi parla, lobbie di figli di papà ben protetti.

Flaubert rifiutava contratti, ma per ragioni meno venali.
il gesto rivoluzionario, oggi, sarebbe non pubblicare. un gesto radicale e chic. tanto per distinguersi dal salumaio giallista, dalla sarta in rosa, dalla influencer che dopo il primo romanzo uscito (senza editing) per il mega gruppo editoriale impartisce lezioni di scrittura.

perché non faccio nomi?
perché ho scampato da poco una querela, perché qualcuno mi ha scritto che sono un’autrice scomoda e mi ha suggerito di arrivare in classifica prima di parlare.

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fallimenti

non so se il fallimento rappresenti mai un’opportunità. in Italia sicuramente no. l’Italia è provincia e tocca ferro se intuisce la sfiga. si allontana se vede il pianto. fa scongiuri anche se la mancanza di occasioni non è mai contagiosa.
l’Italia non risponde se l’amico domanda un prestito o un favore, quel numero di telefono segreto che gli potrebbe davvero servire. o una parola di conforto, da collega e collega.
siamo nemici uno dell’altro.
una vergognosa guerra tra pezzenti quella tra scrittori, nemmeno tra poveri.
eppure l’ingenerosità non è del creativo.

e bisogna sempre affermare che tutto va bene e mostrare il sorriso degli appagati. triplicare il numero di copie vendute e dei successi, spesso soltanto sognati.
anche da bambina non capivo perché bisognasse far levitare il numero di ogni cosa: dei fidanzati, dei metri quadri di casa, della pasta cucinata, della lunghezza della barca e del membro del proprio maschio.
ma si usa. in provincia ci si dà di gomito e ci si fa belli vantando chissà quali imprese. l’italiano medio è un povero megalomane. quello con le scarpe Rossetti ai piedi e il conto in rosso.

“Se questo è un uomo” di Primo Levi, fu rifiutato in Einaudi dalla Ginzburg.
ciò che oggi però non c’è è una lettera di motivazioni. il rispetto. l’attenzione per chi della scrittura ha fatto un mestiere.
le prime e ultime pubblicazioni non si contano. e lo scrittore non ha modo di migliorarsi o di fidelizzare il lettore. gli Editori hanno perso il fiuto. puntano sul prodotto e non su chi lo ha fatto.
gli Editori stampano di continuo sperando di fare “il botto” in un mercato che non sa più cosa né chi comparare. che memorizza un nome quando già quel nome è stato messo da parte, in fondo alla classifica settimanale. un lettore che ha perduto l’orientamento tra milioni di copertine patinate e tutte uguali.