cara Maestra

vivevo in villa, la scrivania non era invitante quanto il giardino, avevo il maneggio a pochi metri, l’Ingegnere aveva fatto impiantare le altalene dietro la casa. avevo gli alberi di gelso e la libertà di chi non ha genitori asfissianti, o danza, o palestra, o playstation. correvo per la campagna con il mio kit di pronto soccorso alla cintura, un sacchetto con fionda, coltellino e aglio per le punture d’insetti; giocavo da sola o con i figli dei braccianti che però più che mettermi le mani addosso non facevano. è perciò che ho iniziato a dialogare con me stessa, per evitare di combattere con le cattive intenzioni degli altri.
se cadevo mi rialzavo. se mi facevo male sul serio urlavo.

ho imparato l’arte della persuasione applicandomi metodicamente su mio padre, che convincevo a non accompagnarmi a scuola ma a portarmi con sé, nel mondo degli adulti sicuramente più interessante. odiavo la matematica e in generale tutto ciò in cui dovevo applicarmi traendo scarsi risultati, amavo approfondire materie in cui primeggiavo: sono sempre stata pigra ma appassionata, preferivo imparare fiabe a memoria per metterle in scena piuttosto che far gare di tabelline, infatti mi sono diplomata alla Silvio d’amico, non ho preso ingegneria. le gare tra l’altro mi hanno sempre messa all’angolo. non amo la competizione, anzi, se anche so fare qualcosa, in gara sono sempre riuscita a perdere. non sopporto l’umiliazione degli altri quando sono io a vincere.

e così anche mio padre scriveva letterine alla maestra, una dal metodo fascista da bacchettate sulle mani che però cedeva al fascino della “r” francese dell’avvocato, ed erano letterine divertenti e gentili, sì, ma non costruite ad arte per far ridere o discutere dei compiti per le vacanze sui social, come quelle che girano su Fb in questi giorni.

ho l’orrenda sensazione che, oltre a star qui per “diventare virali” utilizzando i propri figli, (quando poi se un estraneo innocente si avvicina loro n’altro po’ l’ammazzano), per molti genitori feisbucchiani, detti anche genitoriminkia, l’ignoranza, come l’abitudine ad aver tutto e subito, sia qualcosa di cui ridere e farsi manifesto, da portare in giro come una bandiera assieme a maleducazione e prepotenza. allora un suggerimento ce l’avrei, state meno su FB, applicatevi meno a scrivere puttanate e leggete un libro al vostro bambino, e già che ci siete, fatelo anche voi, e uscite dall’orrenda percentuale di analfabeti entri cui siete precipitati. 

lo so, purtroppo la decenza  è una cosa senza grandi ambizioni, senza genio, senza possibilità eccezionali.

bambini all’Ikea

a volte capita che una cosa si debba acquistare per forza lì. che ci si debba andare al sabato perché il trasloco è dietro l’angolo. che si decida anche di suicidarsi con polpette avvelenate e di fermarsi al ristorante.
capita, a noi proletari capita, per noi umani può essere un incidente di percorso, decidere per un sabato all’Ikea.
e succede proprio mentre sto seduta lì con il mio vassoietto di salmone sul tavolo che mi rendo conto di quanta umanità mi circondi e di quanto sia anche brutta, maleducata, urlante e sporca.

Basterebbe dargli uno strattone e farlo sedere per evitare che il mio culo o quello di altri debba sporcarsi con la sua maleducazione, un piccolo ceffone sulla bocca per farlo stare zitto affinché non ci perfori i timpani. invece no, la nonna lo lascia fare, gli permette di restare tranquillamente in piedi sulla sedia. sì, i suoi piedini che hanno camminato sulla strada e raccolto merda come quelli di un adulto, insozzeranno il suo culo e quello di un altro. così fa anche la sorella, imitandolo, conscia dello sconto di pena riservato a lei dagli adulti che la circondano, della grazia quotidiana che le verrà concessa, starnazza anche lei in piedi sulla sedia e urla inutilmente verso il padre, incastrato come un imbecille in una fila chilometrica.

Se saranno loro il mio futuro preferisco morire adesso. Se lui, il piccolo mostro urlante, e sua sorella, saranno il mio impiegato delle poste, del comune o della USL, il mio barista, il mio tassista, il mio consulente fiscale, allora no.
Non so cosa ci voglia a educare un figlio, ma far pagare agli altri la vostra inadeguatezza di genitori mi pare una follia.