razzismi editoriali

mi dicono tutti la stessa cosa: Pioggia Dorata NON è un libro di genere. la stessa cosa, lo stesso incubo, l’ho vissuto con Justine 2.0
e chi l’ha detto che è un libro di genere.
io mai. e nemmeno il mio editore. forse lo dice il titolo, ma dio mio, andare oltre il titolo credo sia il minimo richiesto a un lettore.
eppure è complicato farsi sentire. le persone al giorno d’oggi hanno molto social da digitare oltre poche letture scelte con cura, logicamente di marca, un po’ suoresche, magari con il solito culetto di storia della Repubblica italiana messo sullo sfondo, (’43, ’68, ’81), un po’ di fascismo, come insegnano i corsi di scrittura, che dia quel tocco di sobrietà in più al racconto, così da poterne parlare a cena senza scandalizzare i commensali e mostrando loro la propria erudizione.

e sono soprattutto le donne a volermi infilare il vestito hard core della cattiva ragazza, magari le stesse che fanno “no no no” con la manina quando si parla di Philip Roth o Houellebecq, che leggono comunque perché di moda, non perché siano straordinari.
e insomma siamo ancora messe così, che se uno scrittore maschio, magari francese o ebreo, scrive di sesso, di seghe, di tradimenti, di culi, di mutandine di minorenni da odorare di tanto in tanto, o di pissing, è uno che “ci infila” il sesso, gorgheggiano le critichesse ridacchiando scandalo tra i pasticcini. se lo fa una scrittrice, la s’inserisce spietatamente nel “genere”. o peggio ancora le si attribuiscono accessori penduli tra le gambe.

ma “il genere” si chiama così proprio perché non riserva sorprese, perché non tratta temi come l’antiproibizionismo, come ho fatto con “Il Pusher”, pubblicato per 80144 Edizioni, né di anaffettività come ne “Il serpente piumato”, o di omosessualità come con “Il culo di Marisa”. la scrittura “di genere” erotico poi, gira sempre attorno a quei buchi, ed è complicato immaginare che ci sia di mezzo la parola tra le spinte pelviche dei bei protagonisti. al massimo la nostra eroina “di genere” può pensare di sfruttare il maschio saltandoci sopra per ottenere un orgasmo multiplo, tanto per uscire dal seminato di ‘O e la sua storia fatta di corpetti e reggicalze.

mi domando come si potrà emergere da questo pantano culturale, dalla tiepida autofiction o dal “neorealismo dell’INPS”, come lo ho definito oggi il mi amico Fulvio Abbate, o dal patinato biografisno di cui non se ne può più, e cui l’editoria senza fantasia e coraggio sta abituando il suo scarso pubblico, se io per prima, per accontentare un mucchio di baciapile, non terrò fede al mio stile, e al mio temperamento.