amore vuol dire anche “no, mi dispiace”

tempo di feste e di cambiamenti, di abiti nuovi e di pagine voltate, di promesse e speranze, come se l’assetto dei pianeti fosse responsabile del nostro destino, come potessero i mille riti di mezzanotte cambiare ciò che fa parte della nostra indole di Miss Zerbino.
ma fa parte del DNA della creatura insicura, perché anche la splendida Monroe è stata lo zerbino di qualcuno, perché spesso più si è belli più si spera di essere accettati interamente, anche per ciò che c’è dentro e che pensiamo non si veda, almeno non a un primo sguardo.

allora a fine anno si fa ciò che non si vuole, nonostante le promesse e i “non ci ricasco più”, ci si spende fino all’ultimo con esseri inutili, che sanno di non essere mai stati necessari a qualcuno e per una volta almeno si prendono la propria rivincita. conosco ragazze speciali che si sono date via per niente a vecchi spilorci che avrebbero dovuto distendersi sul loro cammino a mo’ di tappeto. conosco donne che hanno speso una vita intera perché il proprio inutile maschio si realizzasse e la piantasse di farle sentire come fosse colpa loro. ho conosciuto donne che hanno fatto del perdono il loro martirio. del silenzio la loro condanna.

tra i buoni propositi mettiamoci quello di aiutare un’amica a uscire dall’inferno. ma diamole una casa, una stanza, una mano vera. perché le parole non bastano, e non basta una denuncia in un paese dove la giustizia manda prescritti troppi imputati.
mettiamo tra i nostri obbiettivi quello di sollevarci dalla schiavitù. di affrancarci dal giudizio degli altri, nonostante questo inutile ciarlare ci sembri così necessario.

Sua “grigità” il social è servito

Prima di addormentarmi prego di non diventare mai come loro, anche se troppo spesso mi sento sulla buona strada. Dalla mia c’è però che scrivo da pochi anni e che prima del fallimento qualche bella soddisfazione me la sono tolta. Anche il fallimento è stato ben concertato, perché trovarsi sul lastrico è ben diverso che fottere i dipendenti e intascarsi ciò che resta. Sì, l’ho fatta grossa ma l’ho fatta bella. Per lo meno onesta.
Chi sarebbero “loro”? Sono per lo più uomini, sì, insomma, di sesso maschile, perché si sa che il mancato successo provoca un bug di sistema più dannoso in loro che in noi, spesso più ottimiste e meno votate al martirio.
Son quelli che senza social network avrebbero continuato a essere dei signori nessuno e che usano il mezzo come un’arma impropria. Sono falsi guru che riconosci perché parlano di condivisione e compassione ma che se anche morissi davanti ai loro occhi non se ne accorgerebbero mai, che non interagiscono se non sulla propria home piena zeppa di proprie foto. Mai un apprezzamento su qualcuno. Tanto che potrei fare qui una decina di nomi e cognomi e se nessuno andasse a fare la spia non saprebbero mai che li ho citati e sputtanati.

Sono uomini grigi perennemente  un passo dal baratro e dalla vetta.

Sono esseri pieni di qualità oltre a quella odiare tutto il mondo.

Se parli con loro di letteratura non ce n’è uno che si salvi, per non parlare delle scrittrici che evidentemente disprezzano nella loro totalità.
Sono quelli che trovano qualsiasi scusa per parlare di sé e di grandi progetti fatti naufragare da altri, dal mondo intero unito in congiura contro il genio che da sempre li anima.
Allora prego: dio, se ci sei, evita a me e a chi mi ama questo strazio.

Contraddizioni

Che il gregge si decida: o vincenti o frustrati e sfigati. Mi spiego con calma. Da quando frequento i social network è tutto un denunciare la mancanza di meritocrazia del paese. Leggo di Tizio amante Caio che lavorava al tal premio, di X che sta con Y e cura la grande mostra, di Sempronio amante di Chissàchi che recita in Medea ma farebbe meglio a cambiare mestiere. Però, se un X qualunque, che magari ha un gran talento e il gregge non lo sa, si permette di dire che non ama il tale bestsellerista allora è un povero frustrato. Che viviamo in un paese di merda ve lo ricordate solo al momento di tuittare la battuta o per voi è un dato di fatto? E poi leggete un po’ di biografie importanti, tanto per constatare che le vite di quasi tutti i grandi sono coronate da insuccessi.

Il buco nero dell’editoria

Ieri mi ha scritto un tizio per il solito parere editoriale cui  è seguita la solita e mail di default: io lavorare, tu pagare.

Ha insistito, pregandomi di leggere almeno l’incipit e dirgli che cosa ne penso, che non sarebbe stata una perdita di tempo, che scrive a metà tra Borges e Saramago. Gli ho risposto che io non sono nessuno per giudicare e che in editoria sarebbe meglio non somigliare a nessuno e di evitare di avere una così alta considerazione di sé. Che la storia è complicata e che quando invii un manoscritto lo lasci andare nel buco nero dell’ignoto. Perché nessuno ti risponde. A meno di inviarti la consociata a pagamento, come ha fatto con me Meridiano zero con Emil Edizioni, che, a una mia garbata risposta ha fatto pippa.

Questo dell’editoria è un mondo dove gli Uffici Stampa lavorano solo per scrittori già famosi, quando non scrivono manualetti del cazzo a proprio nome, e dove la frustrazione si taglia con il coltello. E che anzi, si mettesse in testa che in editoria non ci si deve vergognare della propria frustrazione. Che se ci si cancella dai social e si riguarda com’è ridotto,  l’inferno più nero sarà meno ostile del mondo editoriale.

Un amico scrittore, che ho provato inutilmente a sedurre perché mi aiutasse a pubblicare, mi ha detto che le case editrici hanno ricominciato a leggere manoscritti di sconosciuti.

Secondo me lo ha fatto perché mi levassi di torno.