la mia domenica su KulturJam

Elena Bibolotti: Frida Kahlo

Per mia madre sì che Camilla era una a posto. Da prendere d’esempio. Mia madre me la fece conoscere che avevo undici anni e avevo tutta l’aria di una ragazza vissuta. L’anno dopo avrei cominciato a fumare. Giocavo con le bambole, ma allo stesso tempo mi mettevo nelle mutande gli assorbenti di mia sorella nella speranza che mi venissero le mestruazioni, così da farmi sverginare.about:blank

Complessivamente ero di pessimo umore. Avevo le tette che stavano per esplodere sul petto e un sentore di pelo pubico che mi faceva orrore.

Camilla studiava dalle suore. Non che questo fosse un marchio di limpidezza morale, per carità. Anzi avevo saputo di alcune ragazze coinvolte in un giro di filmini porno e tratta delle bianche. Allora andava così. Non c’era il web.

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spine nel fianco

quando ero ragazza pensavo che la nostra storia dell’arte fosse popolata esclusivamente da uomini. rari i nomi femminili riportati sulle antologie, e soltanto di quelle donne che avevano ottenuto premi importanti, non trascurabili. ignoravo ci fossero state fotografe e intellettuali come Tina Modotti, ma anche grandi sostenitrici dell’arte, produttrici, mecenate come Isabella d’Este o in epoca più recente Peggy Guggenheim o la bellissima Palma Bucarelli, cui dobbiamo il Museo di Arte Moderna di Roma.

più che mai in pittura le donne ci appaiono stare sullo sfondo, del tutto disinteressate alla materia, disciplina artistica nella quale le ho sempre immaginate nel ruolo di modelle, di solito anche amanti dell’artista, mai a tu per tu con tela e colori, fatto salvo per Artemisia Gentileschi, salita però agli onori delle cronache non per il suo straordinario talento ma a causa della violenza sessuale subita dal pittore Agostino Tassi, detto lo smargiasso, di cui era assistente; ma penso anche la sfortunata Frida Kahlo, inchiodata al letto per anni e in seguito nascosta nell’ombra del talentuoso e seducente Diego Rivera e perfino oggi maltrattata da certi opinionisti da salotto, ovviamente maschi e machisti.

eppure le donne del passato, tutte coloro che hanno avuto la sfortuna di nascere con il fuoco sacro nel petto, perché senza quello non si va da nessuna parte, lo ricordo a chi si ostina a pensare che l’arte s’impari, ebbene tutte loro viaggiavano esattamente come gli uomini, affrontavano gli stessi pericoli. nonostante avessero al seguito, al contrario degli uomini, anche dei figli cui badare.

è il caso Elisabeth Vigée Le Brun (1755-1842), grande amica di Maria Antonietta Imperatrice di Francia, quella delle brioches, per intenderci, e che, come de Sade e tanti suoi colleghi uomini, compì per ben due volte l’obbligatorio viaggio in Europa, che serviva agli artisti per conquistare clienti e per conoscere altre realtà artistiche. per Elisabeth quel lungo viaggio che la condusse fino a san Pietroburgo rappresentò più un esodo, una fuga dalla Rivoluzione, che un viaggio di conoscenza. su di lei, raffinata artista, girarono più che altro pettegolezzi sui suoi supposti amori e relazioni di convenienza, negati e raccontati da lei stessa nel memoir “Souvenirs” dedito da Electa. ovviamente, farla passare per troietta leggera e opportunista, convenne soprattutto ai suoi colleghi. il suo nome, come quello di migliaia di artiste dimenticare, non è mai stato incluso nei libri di Storia dell’arte.

colgo l’occasione per complimentarmi e gioire per l’Oscar alla carriera a Lina Wertmuller, lasciata un po’ nelle retrovie come tutte le altre, nonostante i grandi film che ci ha dato.

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