fotografie

Lara dice che è soltanto così che si diverte. e ridendo aggiunge che lo fanno tutte. anche le sue amiche. che ha perso la maggior parte dei suoi scatti in un bug di sistema perché talvolta il digitale è una iattura, ma che poi si è rifatta con altro materiale. ha pagato un fotografo per farsi fare un servizio, suo marito gliel’ha regalato volentieri, ma quelle foto non sono le più belle. non così spontanee, vere, come la gente la vuole.
e chi sarebbe la gente? domando io.
Lara fa boccuccia e si rifugia dietro un cornetto alla crema.

l’ho voluta incontrare a Roma centro per parlare un po’ di questa storia dei ricatti e delle marchette, insomma volevo una storia un po’ pepata ma lei non ne sa niente. anzi scuote la testa sorpresa.
in realtà Lara è un nome di fantasia.
mi dice che non c’è niente di strano e che a lei piace così, che le piace esibirsi, insomma, farsi guardare. e che lo fa da anni.
le domando se anche per suo marito è così.
mi risponde annuendo rapidamente come se qualcuno potesse vederla. dice che comunque dopo un po’ l’amore finisce e allora devi fare qualcosa per forza se non vuoi trovarti sola.
le dico che non è l’amore che finisce, ma lei non capisce la differenza.

afferma che per lei maschio o femmina fa lo stesso. che infatti le piace tanto inviarmi quelle foto, e l’idea che magari le faccia vedere a mio marito la fa andare in estasi.
non dice “estasi”.
usa le parole che deve: bagnarsi, eccitarsi, schizzare.
Lara ha un vocabolario che sta tutto in una mano, nel suo Smartphone.
ha un forte accento abruzzese, suo marito invece è di Prati e fa il tecnico, di cosa non sa dirmelo.

ci lasciamo con un bacio frettoloso.
in definitiva non le piace incontrare le persone fuori dai social. il divertimento sta tutto nell’immaginare, dice sentendosi liberata, senza volersi giustificare.
come se dai tempi della prima rivoluzione industriale a oggi non fosse cambiato nulla, soltanto il mezzo con cui garantirsi una certa promiscuità.

perculata

se vi dovesse capitare sotto gli occhi la foto di una riccia dallo sguardo sconvolto in un pile con sopra grandi caprette che saltano tra le nuvole, ecco, sono io.

stanotte la gatta cacciatrice non è rientrata. passata l’una siamo andati a cercarla. lui almeno era in tuta, io no. le caprette che saltano stanno meglio sul pigiama, si sa.
così, tra le strade deserte del paese, mentre la cacciatrice era nascosta nel nostro stesso giardino e pensava a quanto fossimo imbecilli, come genitori apprensivi la cercavamo sulla strada statale.
e il guaio è successo lì.
la mia privacy è stata violata lì, ne sono certa.
roba da ricatto a vita.
da perdere la faccia per sempre.
il guaio è successo allora, mentre fingevo indifferenza, quando la luce di controllo della tabaccheria ha illuminato le mie caprette, quando cinque ragazze fresche di estetista, ubriache e fumate hanno iniziato a ridere a crepapelle.
di me.
con tutti i guai che già ho.

se non mi hanno scattato una foto all’andata lo hanno fatto al ritorno.
e io non mi sono potuta ribellare. perché adesso funziona così. abbiamo una legge sulla privacy che fa acqua da tutte le parti e chiunque può farci foto e sbatterci sul web. e perculare: moderna (e odiosa) contrazione del verbo “prendere per il culo”. perculare, quotidiano passatempo di giovani che non hanno battaglie ideologiche da combattere. né un lavoro da cercare, a parte diventare web star e servirsi delle mie caprette, per farlo.
non saprò mai se qualcuno mi ha perculata già o mi perculerà, a meno che non vada lì da lui, gli tolga il cellulare con la forza e guardi nelle sue foto, violando anch’io la sua privacy.
c’è qualcosa che non va.
di certo il mio pigiama con le caprette.

ma un augurio lo faccio ai perculatori di tutto il mondo: che vengano immortalati con l’indice nella narice durante la loro incoronazione a webstar.

Fotografie

Una scusa per passare alcune ore dai miei nonni era quella di rimettere a posto le foto nei grandi album conservati come sacre reliquie. Catalogarle prima di tutto, eliminare i doppioni, scegliere le migliori. Immergermi nel passato comune e in quello troppo remoto per me.
Le foto del tempo analogico e delle polaroid avevano un senso diverso. O forse, semplicemente avevano senso.
Erano pensate, studiate, più o meno centrate ma comunque volute. Scattate spesso da mani estranee, prese a prestito dopo gentile richiesta: che ce ne fa una? Le dispiace? L’imbarazzo di condividere il tramonto e
Si viveva nell’attesa di scoprire com’eravamo venuti, come stavamo. Venute bene? venute male? Mosse? Fuori fuoco? E la mano che rientra nell’inquadratura? E il bambino che corre?
Pensate alle foto hard, che adesso abbondano sui cellulari anche grazie alla moda dell’after sex, altra idiozia del 2.0, e che all’epoca dovevano passare al vaglio del fotografo, dell’uomo invisibile nascosto dietro la tenda del laboratorio fotografico e che non si mostrava mai. L’imbarazzo di quel seno nudo che sarebbe rimasto sotto i suoi occhi e tra le sue mani chissà per quanto. L’ansia di andarle a ritirare, il terrore di vedere uno sguardo severo (la morale di un tempo lo prevedeva) o compiaciuto.
La foto. Tangibile, scolorita, irrimediabilmente bruciata, strappata.
La foto nascosta: nel diario, in un libro, in un cassetto segreto. Un’immagine dimenticata per anni e ritrovata per caso, assieme a tutto ciò che aveva rappresentato e che non è più, la passione adolescenziale, una fuga romantica, la scoperta della vita.