Tagli

sono pervasa dall’emozione quando revisiono prima di chiudere l’ultimo capitolo, prima di scrivere le ultimissime pagine. perché anche se il capitolo finale ce l’ho dentro da un po’, rimando l’addio definitivo quasi fosse un amante perfetto.
così come non riesco a più a rivederlo dopo l’ultima revisione, quando il mio sguardo amorevole si è ormai spostato su altre esistenze e altre storie.
il finale di Justine 2.0 l’ho scritto dopo aver firmato il contratto. il finale è sempre un colpo al cuore.

di questo sesto romanzo ho amato alla follia tutti i personaggi, soprattutto quelli minori, cuori allo sbando in una società tra pochissimi anni ripiegata su se stessa, tra pochi anni, ma forse anche oggi, completamente asservita al gusto della massa; le maschere crudeli del vecchio Donadieu, sadico giardiniere coltivatore di cannabis, e il suo padrone, QuartoStato, il cattivissimo della vicenda, l’espressione imperturbabile e il cuore di pietra dell’uomo di potere che nasconde la fragilità del maschio qualunque, basso, calvo e impotente. Amo Etta, la schiava di Donadieu, innamorata del proprio aguzzino fragile e solo, e il russo dal nome impronunciabile che fa il tiro al bersaglio sui cigni e si masturba su settimanali di gossip che mostrano volti deturpati dalla chirurgia estetica.
come un giorno mi disse Luca Ronconi, io sono fatta per le tinte forti, per la commedia dell’arte e la farsa, non per il dramma novecentesco.

ora taglio. taglio concetti già espressi che non hanno bisogno di essere approfonditi, ripetizioni e aggettivi in avanzo. talvolta aggiungo, unisco o separo, e già soffro per l’inevitabile e prossima separazione.