Sul Romanzo recensisce Io e il Minotauro

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“Lo stile di scrittura è asciutto e per niente prolisso: scritto in prima persona, elegante, dagli alti toni lirici ma anche capace di toni bruschi, impregnato di pathos, accattivante ma senza fronzoli. Un romanzo crudo, sottile, senza inutili orpelli. Una fotografia del reale che analizza con minuzia anche la società borghese fatta di parvenza oltre che un argomento complesso come la violenza. Io e il Minotauro di Elena Bibolotti, non è solo un dipinto del realismo delle violenze di genere: privo di prolissità, è anche una forte critica a un mondo fatto di apparenza e alle dinamiche perverse che ne derivano”.

Stella Grillo.

Sul Romanzo

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Marité e la manifestazione del 26

«Tu parteciperai alla manifestazione contro la violenza sulle donne, a Roma, il 26 novembre?».
Marité cade dalle nuvole per fortuna sorretta dai suoi angeli:
«nessuna mi ha invitata! forse perché c’è chi pensa che il mio sia un mestiere sbagliato, o che assieme alla pornografia siamo noi, io e le altre puttane, a legittimare i maschi alla violenza: magari li distogliamo dal compierla… ».

«nemmeno io sono stata avvisata.
leggo femministe radicali e non parlottarne e litigare sulle bacheche di FB manco fossero a un “fuori tutto” di Louboutin in via dei Condotti».
sono così certi collettivi femministi, erano così negli anni ’70, pieni di malati di protagonismo che potevano comandare soltanto in assemblea, figurarsi oggi, che i relatori, o le relatrici, hanno palcoscenico e platea per pubblicizzare finalmente il proprio libro sulla violenza di genere.
vuoi mettere?
«e anche il problema è sempre quello di allora, partecipazione dei maschi sì o dei maschi no, separati o uniti nella lotta, come prima più di prima».
Marité interviene con una risata.

«tu ci credi nell’impegno civile?».
«sì», afferma Maria Teresa, «benedico ogni giorno le persone che si fanno carico di dare in adozione bestioline indifese, di far visita agli ammalati, di aiutare i profughi; credo in chi s’impegna quotidianamente in silenzio, che non va a vantarsene in giro per i social, che non pretende di limitare la libertà degli altri in nome della propria lotta, come la femminista radicale che mi bannò sostenendo fossi una cafona idiota se pensavo fosse lecito indossare il burkini, e sebbene due giorni dopo la Carta dei Diritti mi diede ragione lei non mi chiese scusa, perché più che parlarne, i diritti bisognerebbe conoscerli e applicarli. così come la solidarietà tra donne.
l’Italia è piena di medici che fanno silenziosamente turni in Caritas, ma è piena anche di chi parla di disabilità per ottenere retweet».

sento la solita vibrazione sospetta che spalanca la mia fantasia a scenari di sesso tra amiche.
«dio o chi per lui ci ha fatto poco inclini alla solidarietà perché troppo unite potremmo sovvertire l’ordine mondiale… e poi, Elena, noi siamo fortunate, perché nonostante ingiustizie, quote rosa e intellettuali femministe messe in TV da mariti potenti, continuiamo ad avere dita forti».
«sì, Marité perché solo col dito l’orgasmo è garantito».
«finché non ci taglieranno anche quello».

mal d’amore

il fatto è che mi sono già “scritta” abbastanza. non è parlare di me che m’interessa. ho fatto l’attrice e lo sono ancora, e recitare è come andare in bicicletta, se lo hai fatto una volta non lo dimentichi più, e quindi dopo 20 anni di lavoro sul testo il mio mestiere rimane quello d’immedesimarmi e chiedermi: che cosa prova un uomo affetto da gelosia ossessiva?, e quanti tipi di gelosia ossessiva esistono? e infine, per raccontare efficacemente questo personaggio violento, dovrei andare in carcere a parlare per esempio con il mio ex compagno di Accademia Vittorio, condannato a 5 anni per violenza psico fisica verso la sua compagna?, per averla marchiata a fuoco e averla costretta a mangiare escrementi?

no, i segni li conosco già. la gelosia ossessiva, quella di Mairet, e la più letale, la Sindrome di Otello, quella che insiste finché non ottiene la confessione e la scusa per uccidere. e poi le mie storie hanno finali assurdi, avessero soltanto finali drammatici sarebbero come tutte le vicende terribili che si consumano fuori dal mio studio. invece io voglio  liberarle tutte le mie eroine, perché con un attentato al giorno ci vuole il lieto fine, perché si può anche cambiare noi, e decidere di lasciarli quando fanno male, quando è abbastanza, quando traducono tutto nella propria lingua, quando più che parlare, menano.

perché nessun amore è necessario. perché alla fine tutto diventa ricordo.

 

virilità (appunti)

«…da cinquant’anni l’occidente è ossessionato dalla virilità e l’ossessione della virilità è un segno infallibile di svirilizzazione… », a dirlo è Laura, la giovane amante dell’imprenditore ultracinquantenne in crisi di mezza età.

quando pubblicò “Biglietto scaduto”, i detrattori di Gary e di Ajar, quest’ultimo uno dei suoi pseudonimi, dissero che era ormai impotente e del tutto fottuto. ma si sa che il pubblico degli addetti ai lavori è di parte, perché più leggo i suoi romanzi, e biografie e recensioni -per la verità tutte un po’ superficiali-, più credo di sapere perché si sia suicidato: per la stanchezza di dover ripetere sempre le stesse cose a un’umanità sorda. e infatti eccoci, nel 2016, con 54 donne morte ammazzate per mano di un uomo e l’Inghilterra a un passo dall’uscita dall’Europa.

perché in ogni suo romanzo Gary ci racconta l’impotenza del maschio e quella dell’Europa, quest’ultimo discorso copiato dall’autobiografia di Gary “La notte sarà calma”, da quel furbacchione di Gramellini, o meglio dei suoi autori, per la puntata con Fazio sulle violenze in Germania contro le donne e da me trascritta qui: https://bibolottymoments.wordpress.com/2016/01/25/coincidenze-di-pensiero-gramellini-gary/.

e leggete invece quest’altro passo sull’essere vincenti, il dialogo e tra il protagonista e il figlio: «… tu ti senti forte quando garantisci aiuto e protezione».

«… per feudalesimo in un certo senso. Tutto quello che mi tocca da vicino deve essere difeso… il regno dell’Io. Difendo il castello e le dépandance. Voi fate parte del mio territorio. Se dovessi morire lasciandovi senza un soldo, avrei la sensazione di morire vinto. E la mia dignità di maschio mi vieta di lasciare l’arena se non da trionfatore… ».

io credo che oggi sia ancora così, siamo ancora al senso di “possesso” feudale nei confronti della donna in cui  i maschi 2.0, benché non abbiano più come badare alla famiglia, si tengono stretti il proprio ruolo di difensori, o meglio l’antica parvenza di quel ruolo, una maschera, piuttosto.

 

 

femori e smeraldi

suo marito la picchiava tutte le volte che non gli veniva duro. poi le regalava un gioiello, il giorno dopo, assieme a dei fiori, gli iris, che le piacevano tanto.
nel quartiere, sulla Cassia, si vociferava di quanto fossero affiatati quei due.
«Vedi questo smeraldo?, e il solitario?, questo me lo regalò quando caddi per le scale… caddi, sì, mi pare… », poi la mia amica rise. però evitò di guardarmi negli occhi.

e lui non era uno sbandato. non era un disoccupato alcolista, un ragazzotto di periferia un po’ megalomane, uno che non ha chiaro il confine da mantenere tra sé e l’altro, la distanza necessaria perché si sopravviva sotto lo stesso tetto.
suo marito aveva lo studio in via Cicerone e un buon numero di clienti, era un uomo dalle grandi performance che dava cene all’Hilton per gli amici parlamentari, che nutriva un buon numero di puttane giovanissime e di altrettante neo laureate.
era uno di quelli che aveva bisogno sempre di nuove performance per riattivare la resa a letto, e lei lo lasciava anche fare, come aveva fatto sua madre con il padre, negli anni ’60, epoca in cui il machismo era una qualità imprescindibile, e i leoni facevano mostra di sé, in spiaggia, sulla costiera amalfitana.
morì da leone, infatti, in un hotel a cinque stelle a Porto Venere, assieme a due trans brasiliani.

mi dicono che è sempre successo.
che il femminicidio è pratica in uso dall’inizio del mondo.
che forse non se ne deve parlare per evitare l’emulazione.
che è una moda giornalistica.
che insomma va bene così.