la tua felicità

la mia piantina di Saintpaulia era anemica, aveva qualche foglia spezzata dalla gattona grigia e la sua mole di cacciatrice ed era di un verde insalata sospetto, assai distante dal verde bottiglia che caratterizza questa pianta proveniente dalla Tanzania, nel mio caso dal fioraio sulla via Romana per 4,00 euro. detta anche violetta africana è una pianta sensualissima per quanto umida, le foglie carnose sono ricoperte di peluria, i fiori piccoli di colore rosa o azzurro o viola mi sorprendono con loro comparsa appena un paio di volte l’anno. era la pianta preferita da mia nonna, che con i fiori, di cui era karmicamente e comicamente allergica, ha campato la famiglia tra Liguria e Puglia. insomma la violetta languiva, nonostante luce e terreno e umidità non era felice.

qualche settimana fa, al supermercato, dove tengono prigioniere decine di piante per lo più con radici malate, ammuffite o troppo piccole, destinate, come sostiene il mio giardiniere, a morte certa, ne ho vista una un po’ più malmessa delle altre, una Dieffenbachia agonizzante, leggerissima per quanto poco idratata. l’ho subito voluta, quindi portata via da lì, travasata e collocata in un posto inaccessibile alle gatte e per il bene di entrambe. dopo appena una settimana la violetta anemica ha ripreso colore, dopo due settimane di cure la nuova arrivata ha messo tre foglie e la violetta è fiorita di nuovo.

le piante, come gli animali e diversamente dagli uomini, conoscono il valore della felicità altrui e la legge da tanti evocata, e da pochi praticata, che se una farfalla batte le ali a Tokyo piove a New York, che la felicità di uno si estenderà anche a me e che il benessere di tutti costa meno del benessere di alcuni.

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi Editore

nulla per cui dannarsi

tempo fa, parliamo di alcune settimane, mi sono trovata in condizioni di cui non ero artefice e cui non potevo oppormi. fatti che non dipendevano dalla mia volontà ma che anzi le andavano contro, come se qualcuno avesse violato una parte del mio corpo senza che l’altra parte potesse fare nulla per salvarla. palpitazioni, tremarella, insonnia, e, nonostante i miei 26 anni di meditazione trascendentale e le tante batoste già ricevute,  rabbia e risentimento che non riuscivo a governare. mi sentivo defraudata di me stessa, messa alla gogna per un reato mai commesso: puntigliosa e perfezionista avevo davanti a me la catastrofe del pressapochismo. alcuni avvocati mi avevano anche garantito la vittoria, consigliandomi però, da amici veri, di evitare cause e casini.

così ho lasciato andare. messa nella condizione di non poter riparare al danno fatto da altri, ho mollato la presa: non c’è veramente nulla per cui valga la pena dannarsi, anche se ho puntato tutto sul lavoro e la mia realizzazione, rinunciando al resto, compresa la salvifica maternità, mi devo arrendere alle dinamiche conosciute, al nepotismo, alle raccomandazioni di ferro, al fatto che non ho più trent’anni, che non posso piacere a tutti, che non posso fare a meno di scrivere ciò che penso, che riceverò ancora risposte vaghe, che vedrò ancora pessimi romanzi in vetrina, che potrò sentirmi dire che sono io che invece non so scrivere.

come scriveva Philip Roth?, che la vita è il breve lasso di tempo in cui viviamo? vorrà dire che se il mio tentativo di lasciare un segno fallirà, sarà come non fossi mai esistita, ma almeno avrò vissuto.

manicheismo o più semplice ignoranza?

tra incazzatura e felicità esistono tante e diverse sfumature.

l’incazzatura prevede sempre un piglio un po’ volgare, la bocca atteggiata nell’insulto, l’espressione arricciata dal disgusto.
la felicità senza alcuna sfumatura ci induce allo sguardo beota di chi non merita.
ma esiste anche la gioia, la trascurata gioia un po’ infantile che esplode di vocali, l’appagamento adulto, la contentezza, che con tante dentali è per forza spumeggiante.
la rabbia esagerata può essere ancora più molesta e diventare furia, anch’essa cieca, travolgente, folle. ma può anche trattarsi di un’irritazione curabile. o di un dispiacere, che prevede un pizzico di compassione verso l’imbecille che non è stato in grado di strutturare una scusa adeguata alla propria mancanza di rispetto, e di attenzione.

dove l’abbiamo messa l’attenzione?
tutta nello smartphone?
se sono capace di dare un nome a tutti i miei stati d’animo posso anche vivere più gradazioni di felicità o di disappunto. così per l’amore, che può essere attrazione e basta, affetto fraterno, niente di più che un passeggero colpo di testa.

perché più il nostro vocabolario è ricco più abbiamo pensieri da sviluppare, parole per spiegare, gradazioni di dispiacere da curare, sfumature di odio da dispensare.