#webete, da sola in difesa di @Ginzo

un giorno succederà che nulla di ciò che diremo o digiteremo, noi base, massa, popolo, webeti, sarà ritenuto di nostra proprietà intellettuale. ha più importanza “chi dice cosa, piuttosto che cosa dice chi”. sono i personaggi, le tweetstar, le bocche rifatte che pronunciano quella certa frase ad avere risonanza sugli ormai inutili quotidiani, sui notiziari, negli approfondimenti televisivi, chi l’ha pronunciata per primo non ha importanza, probabilmente è morto. che sia Brecht o Pirandello fa lo stesso, purché la frase funzioni, come il famoso aforisma: ci sedemmo dalla parte del torto… che ora appartiene a un tale “anonimo”. perché il web mangia, digerisce e caga.

a nessuno importa del copyright, sia che non arrivino a leggerti sia che lo facciano, perché il potere sta proprio nella possibilità di ignorare i piccoli, le decine di autori in erba che  lanciano tra i pixel le proprie idee. il potere è dalla parte di chi non ha fantasia e fa incetta di genialità altrui. e non ti ascoltano nemmeno se li menzioni, come ho fatto ieri e feci tempo fa, raccontando lo strano caso di Romain Gary, Gramellini, e i suoi numerosi autori, e che racconto qui https://bibolottymoments.wordpress.com/2016/01/25/coincidenze-di-pensiero-gramellini-gary/?iframe=true&preview=true

così per il neologismo #webete (ecco che ieri il popolo di webeti ha imparato una nuova parola, neologismo, ovviamente), che mi sembrava infatti troppo delicato, privo dell’imperante anglicismo (COUGAR, MILF, eccetera) perché fosse coniato nel 2016, nel 2.0, regno delle banalità degli amori leggeri, del sesso in ufficio raccontato on line e delle notizie false. ma bastava che i giornalisti de “Il Fatto” o “La Repubblica”, o qualunque delle numerose testate che non avendo di meglio da fare, per esempio un approfondimento sul problema della chiusura dei centri antiviolenza, digitasse WEBETE, per scoprire che il termine fu coniato nello splendido mondo del web 1.0 e dell’incrollabile NETIQUETTE (etichetta della Rete un tempo sacra),  da tale @Ginzo e non da Chicco Mentana. è scritto qui, http://xmau.com/gergo/w.html

Crusca o non Crusca, questo secolo telematico manca di curiosità e vive sulle nostre macerie nutrendosi dei nostri avanzi, quelli che abbiamo lasciato nel secolo passato. non so chi sia @Ginzo ma non importa, è una questione di principio: il termine è suo, lo ha coniato lui, non di Mentana, e non basta dire che “forse il termine lo usava qualcun altro prima di lui”, è scritto, provate a dare una notizia vera di tanto in tanto.  il vero inventore di questo neologismo tenerissimo, fusione di ebete e web, arriva dai tempi dei modem rumorosi che ci lanciavano nello spazio infinito, lasciandoci immaginare un mondo migliore. sicuramente più giusto. sicuramente con meno webeti.

bibolotty moments e la mia luna, che più invecchio più mi lega al possibile e mi allontana dal sogno.

“il man” non me ne vuole, tanto mi ha presa per quello che sono, per la fantasia, e le sconcezze, anche, immagino e spero, i “bibolotty moments” che mi animano, (Eco di lassù mi scuserà ma il plurale stavolta ci sta anche in italiano).
bibolotty moments è il titolo dei miei blog, regalatomi anni fa dall’amico Bruno Ballardini.
sono “moments” che mi passano per la mente e non solo, che metto nero su bianco nei momenti di sconforto, che mi ridanno vita, che mi fanno sentire onnipotente quantunque sconosciuta, e che scandalizzano molti (a quel che so) ma soltanto in apparenza.

ore 20:31 mi trovo davanti a una delicata faccenda sintattico/logico/grammaticale, sicuramente noiosa per una mercuriana più incline al gioco che dello studio, ostinatamente ribelle al pragmatismo vergine della mia luna, che più invecchio più mi lega al possibile e mi allontana dal sogno.
ma devo andare avanti.

ed ecco la distrazione, il cellulare e la chiamata persa: è il giardiniere. il giardiniere che sto rincorrendo da settimane, un cinquantenne di cui non posso e non farò l’elenco delle qualità, e che mi serve comunque esclusivamente (e sottolineo esclusivamente) a tagliare il folto prato che circonda la NOSTRA casa, e che non leggerà mai questo post, al contrario “del man”, che però ho scelto e amo sopra tutti.

quindi decido di chiamarlo, il giardiniere, e mi risponde al secondo squillo.
io mi scuso subito: magari sei a cena, perdona il disturbo…
no, peggio, è sotto la doccia.
nessuno è più vulnerabile di uomo sotto la doccia.
ed ecco sulla finestra di twitter una inopportuna gif animata in bianco e nero: un culo femminile di senso compiuto sculacciato da una mano maschile come si deve e che si ripete e si ripete, e che io lascio lì sullo schermo perché il moment abbia inizio.
ed ecco finalmente la visione di lei, la signora che non sono io e che può chiamarsi quindi altrimenti, che ingolosita da quelle immagini potrebbe decidere di condividere quella scena con lui, il giardiniere, mettendosi a ridere nel bel mezzo della conversazione di lavoro: «no scusami… è che… no vabbeh, dicevi? Ma no no no… non te lo dico, mi vergogno». o che potrebbe volgere a un più plausibile dramma, reprimersi e masturbarsi poi per il resto della serata, un po’ tristemente, colpevole di non aver colto al volo l’occasione, tirando infine le somme della propria esistenza e decidendo infine per un suicidio all’alba.

il moment è soltanto questo, una visione.
(p.s. comunque, il giardiniere non potrà venire neanche domani, e in caso, manderà suo figlio)

“Sua banalità”, LA LUNA è servita.

Siete banali e non lo sapete. Poi v’improvvisate scrittori e insistete intasando le redazioni delle case editrici e spintonando, senza aver mai frequentato una scuola d’arte o liceo e con alle spalle la lettura di otto libri scolastici. Ma l’arte non è uno sport nazional popolare. Grazie a dio l’arte è roba per pochi, per chi sa contemplarla prima di tutto, superarla e innovarla poi.. Ma va bene così. I Governi degli oligarchi (finalmente hanno riconosciuto che la democrazia non esiste) hanno deciso di dare l’illusione ai loro popoli che chiunque può, attraverso i social o un talent show, diventare “qualcuno”… almeno per sette mesi, e a voi sta bene così.  Che poi, come facciate a fidarvi di una come Maria De Filippi lo sa solo il signore… che poi, dove sia finito il vincitore del talent “letterario” e le sue migliaia di copie è ancora un mistero.
Comunque sia ho visto una tale quantità di foto orribili tra ieri e oggi che mi domando quanti di voi si sentano anche fotografi e in quanti abbiamo fatto un silenzioso “mea culpa” e si siano sentiti almeno un pochino imbecilli. Come pensate che un cerchietto luminoso nel cielo nero possa restituire il fascino che Leopardi, cazzo signori… LEOPARDI, ha cercato di restituirci attraverso un dialogo filosofico io non lo so.
Fotografare la luna con l’I Phone, mi dà la misura esatta della disperazione entro cui in molti si trovano, della confusione che impera, soprattutto, tra espressione originale, comunicazione e banalità. Mi fa capire che anche il disperato bisogno di farvi notare attraverso un gesto di omologazione. Rileggiamo di tanto in tanto la favola del “pifferaio magico” e proviamo a distinguerci sul serio seguendo i nostri veri talenti anziché restituire al mondo un’immagine triste e misera di ciò che per primo serve all’arte: la fantasia.E se vi sentite offesi voi pensate alla LUNA, e a quanto si è sentita lei delusa e amareggiata da voi.