quanti sconosciuti

se tra una lamentela e l’altra sul mondo editoriale bastardo e sulle conventicole che vanno avanti, ogni tanto sforzaste gli occhi e leggeste qualche saggio e biografia, o carteggio (il mio preferito è senza dubbio quello tra Louis Ferdinand Céline e la sua Agente) scoprireste che non siete gli unici eccellenti scrittori ignorati dagli editori e dalla storia e che le conventicole sono sempre esistite. e dovreste anche spiegarmi perché no, giacché io posso promuovere quello che conosco e non ciò che non ho mai letto e che sicuramente mi spenderò più volentieri per una persona che so piena di entusiasmo e passione, che mi sarà anche grata, perché no,  piuttosto che per uno scrittore sconosciuto e musone al primo romanzo, con idee buone ma in definitiva tutte da riscrivere.

in “Né per fama né per denaro“, che  altro non è che una raccolta di brandelli di diario e lettere, Anton Cechov fornice preziosi consigli di scrittura ad autori contemporanei a suo dire talentuosi e capaci, che io subito sono andata a cercare ma non ho trovato. perché scrivere bene è già molto complicato, ma riuscirci non ci porterà automaticamente al successo. è così per tutto. per la fotografia, per il teatro, per la pittura. e dare la colpa agli altri non farà che farci perdere tempo prezioso e renderci ostili al mondo.

Ne I migliori anni della nostra vita, titolo banalissimo di un romanzo autobiografico però assai istruttivo, Ernesto Ferrero, ex editor Einaudi, ci racconta come tanti nostri autori ancor oggi osannati siano arrivati al grande pubblico e ai premi. e sono storie che si ripetono e lo sappiamo tutti: l’editor che scrive il romanzetto storico, ma che si scopa l’ufficio stampa che lo pubblicizza ovunque, il direttore di collana, marito della scrittrice famosa, che pubblica ogni sei mesi raccolte di racconti mediocri e taglia le gambe a scrittori veramente bravi.

La notte sarà calma di Romain Gary, una divertente e profetica autointervista, ci spiega il punto di vista di un outsider, di un folle, l’unico autore francese a vincere due premi Goncourt, così critico verso il mondo accademico da decidere di crearsi un alias, di “essere pseudo”, grazie all’invenzione di Emile Ajar e di dimostrare così quanto i critici non capissero nulla di letteratura. perché, oggi i critici leggono? perché, non sono scrittori a loro volta?

vi siete svegliati adesso? o fino a ieri avete lavorato all’ufficio del catasto? quando facevo l’attrice partecipavo a provini già vinti da giovani colleghe amiche del regista. avessi potuto mi sarei scopata il regista anch’io per ottenere la parte. e allora? per questo, oggi, dovrei smettere di scrivere? scrivere è un piacere per me. è un atto d’amore. fatevi raccontare da Raymond Carver che cos’è scrivere.

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tra pochi giorni in libreria il mio quarto romanzi Io e il Minotauro (GiaZira Scritture)

quando c’era ancora Mastroianni

da Piccole donne a Cime tempestose fu un attimo. a quattordici anni attaccai Diderot e i francesi. a sedici, già volevo entrare alla Silvio d’Amico, iniziai con la piccola biblioteca di Teatro, che è ancora qui, sull’ultimo scaffale destra. mamma aveva un conto aperto in una piccola libreria, forse un ingrosso, dove vendevano soltanto Einaudi. sono stata fortunata, i libri erano a portata di mano, saggi e narrativa, ci costruivo anche la casa di Barbie, mia madre e mio padre oltre che di politica discutevano soltanto di quello, se “Lettera a un bambino mai nato”, che trovarono nel mio zaino, fosse un testo adatto a una quindicenne irrequieta.

anche al mare, al Trampolino, sulla lingua di scogli dopo il bar, gli adulti facevano gruppo per discutere lo Strega. era una tendenza parlare di letteratura anche in assenza dei Social Network. mio nonno, che leggeva per lo più roba finanziaria, una sera che era con i miei a cenare alla Rampa, a Roma, riconobbe Pasolini e la Morante, e anche gli altri, gente comune che passeggiava. erano volti famosi, erano “gli scrittori italiani” di cui le persone aspettavano l’ultima novità, che erano cresciuti sotto gli occhi di tutti, che avevano trovato una direzione soprattutto grazie alle redazioni, oltre che alle scelte dei lettori. e vi basti leggere “I migliori anni della nostra vita” di Ernesto Ferrero, per sentirvi catapultati in un mondo di gentilezza e sensibilità che non c’è più. perché mi raccontano che in “certe redazioni”, si ride dei manoscritti che arrivano, degli autori, ignari. forse anche di me. i nomi?, non sono cretina, non li farò nemmeno sotto tortura. ma è così. fidatevi. spesso si finisce in mano a imbecilli.

quindi si scopre, e finalmente, che il numero dei lettori è sempre lo stesso, non c’è stata alcuna flessione, e questo articolo denuncia (finalmente) quanto gli addetti ai lavori preferiscano  riversare la colpa delle loro scelte scriteriate sui lettori e sugli pseudo scrittori, che però, e lo sanno anche i bambini, in libreria non ci finiscono. i libri non si vendono perché sono brutti e quelli belli non vengono promossi adeguatamente.

quando non capisco di che materiale è fatto il muro contro cui sbatto la testa, mi metto a indagare. settimane l’ho fatto con una decina di autori usciti negli ultimi dieci anni da case editrici medio grandi, pompati dalla stampa e finiti nel nulla.

fatelo anche voi, e sarete felici che il vostro manoscritto sia stato cestinato.

togliere

diversamente dal solito lo faccio con rito religioso. ma non solo, la cerimonia si tiene a piazza di Spagna. il prete è un figo con barba. ho anche le damigelle vestite di rosa, tre ex amiche che un tempo smisero di essermi amiche per farsi il mio ex marito. l’organizzazione dell’evento è a cura del Signor M., Master Esperto che chi ha letto “Justine 2.0” conosce, un uomo che pubblicando quel romanzo ho allontanato per sempre.

non ho nulla con me, né abito né scarpe. sono lì quasi per caso. non ho neppure le unghie dei piedi smaltate. non sono stata dal parrucchiere. l’abito non l’ho provato ma a guardarlo alla gruccia non sembra male.
lo sposo non lo vedo, mi dicono che è con i fonici, c’è pure la jazz band.

le ex amiche si prodigano attorno a me. tra incidenti e personale delle pulizie che ci chiede di sgomberare il camerino infilo l’abito, tra tante, trovo un paio di graziose scarpe numero trentacinque e chiuse davanti. trovo anche chi mi accompagni all’altare. un cinquantenne bello, occhiali di tartaruga, sguardo severo, troppo alto ma pazienza, non ho alternative, la marcia nuziale sta per suonare.
un nugolo di nemiche mi viene incontro: ho dimenticato di truccarmi, peggio, ho un occhio segnato dalla matita e uno no e non ho la borsina dei trucchi. lo stesso incubo di essere in quinta e non sapere in quale spettacolo mi trovo.

riesco a passarmi un filo di rossetto domandandolo a una passante. il prete nel frattempo ha alzato il prezzo per la cerimonia e io lo affronto, mi offro come merce di scambio e lui cede. miracolosamente arrivo all’altare. l’abito mi sta d’incanto seppure sembra uscito da una sartoria teatrale.
lui è lì, è “il man” vestito da sposo.
mi porge il microfono, il prete officia e io mi sveglio.

questo sogno mi dice che è venuto per me il momento di togliere.
in teatro mi hanno insegnato che è meglio mettere, creatività, idee, gesti. poi si leva con calma. così ho fatto con la scrittura, ma ho idea sia più proficuo misurare prima lo sforzo, anziché lavorare poi per mesi sull’eccedenza.

trascrivo questo paragrafo letto stanotte, tratto dal libro di Ernesto Ferrero “I migliori anni della nostra vita”, che consiglio a chiunque voglia scrivere. queste parole di Italo Calvino sono anche un ringraziamento al MIO Editor, una persona sorprendentemente sensibile che si sta interessando alla mia scrittura (Buddha sia lodato), dandomi consigli su misura: la parola è una cosa gonfia, molle, un po’ schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntato a un massimo di precisione, d’economicità.