puttanesimi

se volessi riassumerlo è questo il tema di Conversazioni sentimentali in Metropolitana, in uscita dopo l’estate per Castelvecchi Editore, e, il puttanesimo, ossia affermare la propria autonomia appoggiandosi al conto corrente di amante/marito o compagno, non è cosa di cui si può parlare, in epoca di politically correct e nazifemminismo, senza rischiare di essere linciati.

ma basta andare in treno e farsi un paio di volte la linea Viterbo Roma in orario di punta, prendere un bus qualsiasi, andare a un party della “gente bene” con terrazza sulla città vecchia (una qualsiasi fa lo stesso), per sentire quali sono le informazioni di base, di cui molte di noi hanno bisogno, per decidere se uscire o meno con qualcuno: se lavora e quanto guadagna. l’amore viene dopo, se viene, sennò pazienza.

ma se questo è giustificabile in tempo di crisi, perché in definitiva siamo tutti profughi in epoca di capitalismo sfrenato, non può essere considerato onorevole né una tradizione da portare avanti, soprattutto se andiamo in giro sventolando la bandierina de “il culo è mio e me lo gestisco io”. insomma, trovo personalmente ridicolo usare gli altri due cognomi del nostro sposo per acquisire autorevolezza, quella dovrebbe essere soltanto nostra, almeno se ci proclamiamo libere e indipendenti e andiamo censurando tutti i machisti dei social.

trovo sia venuto il momento di parlare della contraddizione fortissima tra ciò che molte pubblicizzano e ciò che invece fanno. per me, evolverci significa affermare finalmente  la nostra autonomia pagando da sole il conto del ristorante, o decidere per il sacro principio del puttanesimo, cioè non nasconderlo, né aggredire chiunque ne faccia menzione. 

qui il mio ultimo libro. anche in ebook.

un vago punto d’arrivo

tra i tanti libri che affollano la mia scrivania, un istruttivo Cechov, “Né per fama, né per denaro“, Minimum Fax. si tratta di un manuale di scrittura davvero istruttivo, una raccolta di lettere, diari e articoli attraverso cui, il drammaturgo scrittore russo traccia una linea ben precisa tra intellettuale organico e impiegato dello storytelling, per usare un termine caro alle nuove generazioni di editor e addetti ai lavori.

il mio lavoro è raccontare la realtà così com’è, non come dovrebbe essere. disgiungermi dal sentire comune. perché contrariamente a quanto recita uno spot Mondadori, la letteratura non deve divertirmi quanto pormi quesiti e indicarmi soluzioni, perché almeno il mio punto d’arrivo (non so il vostro), non è tanto cavarmela, arrivare al traguardo sana e salva, magari avere successo e diventare celebre, ma capire il senso di nascita e morte.

rinunciai a fama e denaro quando a quattordici anni decisi di fare l’attrice di prosa, e a questo punto lascio agli altri la ricerca della felicità in terra e di un personaggio papabile per una fiction, io preferisco quella dei termini più appropriati, sebbene sappia quanto poco influisca la scelta della parola giusta sul giudizio di chi siede dalla parte del torto ma sente di aver sempre ragione, anche quando discetta di questioni che non conosce. purtroppo, con la scomparsa della classe media abbiamo perso anche il senso della misura, e il metro per tracciare la linea di partenza e di arrivo, così da illuderci di sembrare tutti uguali. 

qui il mio ultimo libro

giudice, prima, donna, poi.

in questo Paese ci sono giornalisti che condannano prima dei pm, del processo, dell’analisi di team di esperti e psicologi; ci sono giornali, blog, direttori autorevoli di blog che consentono a “donne, prima, Giornaliste, poi“, di mettere alla gogna una minorenne e segnarla a dito con la stessa identica violenza che lei stessa, Adinolfi docet, condanna. Mi riferisco a questo articolo che fa tremare i polsi già dal titolo, che poi leggendolo nausea, per come è scritto, per la retorica pornografica che contiene: perché non analizza i fatti, non racconta una storia con distaccato dovere di cronaca ma immagina oltre, fa ipotesi, si mette nei panni di una ragazzina che non conosce, nella sua casa e addirittura nelle sue “ciabatte”. quanto disprezzo, quanta disumanità signora mia.

io non ero accanto alla puerpera triestina, non sono nella testa di una sedicenne, non so cosa sia accaduto. se sia stata stuprata, convinta e poi pentita, se abbia avuto una negazione di gravidanza o si sia messa  in cerca di un ospedale dove abortire, trovandosi infine davanti al muro dell’obiezione, innalzato da gente che scavalca le leggi in nome del proprio concetto assurdo di dio e carità cristiana. non so nulla nemmeno della mamma dell’infanticida, né posso affermare che l’abbia aiutata o abbandonata, ci sono interi programmi che raccontano di gravidanze improvvise, nascite nel cuore della notte di cui i familiari non si erano accorti: perché la ragazza è sottopeso, sovrappeso, si fa vedere a casa di tanto in tanto, milioni di cose che noi non possiamo sapere.

ma so com’ero io a 16 anni, ragazzina border line adescatrice di anziani fuori dai Circoli privati e degli amici di mio padre, fuori controllo, fuori fase, in cerca di una strada e di un modo per liberarmi dall’amore dei miei: attenti, colti, pieni di voglia di aiutarmi. e lei, “donna prima giornalista poi”, ha mai aperto un manuale di psicanalisi?, ha mai sentito la pulsione a uccidere sua madre?, lo dicono tutti i manuali che l’adolescenza è il momento più delicato e complicato della nostra esistenza, il momento in cui ci si trasforma, durante il quale guardandoci allo specchio ci disprezziamo perché non siamo ancora né donne né bambine.

no, dal pulpito della sua esistenza felice, separa il momento della lotta femminista da quello della vita di tutti i giorni, dichiarandosi anche pronta a starci accanto quando si tratterà di marciare peri nostri diritti.

ebbene se lei è femminista, allora io no.

sarebbe un dovere, da parte della testata per la quale pubblica, ritirare l’orribile articolo, auspicabile anche per chi le da ragione, pochi inetti, capire che in questo Paese esistono leggi già scritte e età da tutelare anche dal pericoloso moralismo di quelli come lei, donna prima, giornalista poi. 

 

LE COSE CHE UNA SIGNORA NON (per negozi)

Piccolo Galateo per Cougar.

Politically scorrect.

  • All’Ikea: Non usare il metro in dotazione per misurare la prestanza fisica dei commessi.
  • Non sdraiarti su ogni letto con la speranza che tuo marito ti guardi ricordandosi di te. Se non lo fa da dieci anni non lo farà più.
  • Non ridere leggendo certi nomi. “Kullaberg” non è un invito alla tenerezza; “Molltorp” non è la premonizione di un futuro divorzio perché adesso “è troppo quindi ti mollo”; “Penninggras” è un cuscino, non una pillola dai poteri erettili straordinari.
  • In ferramenta: Non portarci in gita tutte le tue per elencare loro, davanti a un gruppo di operai edili, proprietà e usi di certi attrezzi.
  • Non dare nomi buffi a pinze e morsetti per indicarli al commesso. Soprattutto, se vuoi guarnire gli arnesi di fiocchetti e lustrini, raccontando all’amica come usarli, fallo fuori dal negozio.
  • Al supermercato: Non stare a gingillarti nel reparto ortofrutticolo. Lo sanno tutti che cosa si fa con le banane, e che per noi Cougar vanno meglio le zucchine, se non le melanzane.

qui il mio ultimo libro. da poco in ebook.

mai fare nulla per piacere agli altri

anni e anni fa, Luca Ronconi mi chiamò per un provino, o meglio fu la sua assistente, la Ninni,  a telefonare. Sulle prime pensai a uno scherzo, poi seppi che era vero e richiamai Milano con tanto di scuse.
all’epoca, studiavo alla Silvio d’Amico, ero una nevrotica ragazza punk seduttrice di attori anziani e fissata con certe pratiche dolorose. Mia zia e la mia agente mi convinsero a cambiarmi i connotati e “farmi” come piaceva al Maestro: gonnellina a pieghe, camicetta con colletto bianco, scarpette basse, capelli tirati, poco trucco.
il risultato fu che sembravo Mercoledì Addams, e che Ronconi non fu colpito dalla mia personalità e quindi non mi prese. avessi tirato fuori un coltello insanguinato dallo zaino sarei stata più credibile.
credo che nella creatività valga una sola regola, mai fare nulla per piacere agli altri. che sia un uomo, i lettori, il pubblico, nostra madre. perché il più delle volte la creazione nasce proprio da ciò che l’uomo non è.