come le serve

non che essere serva sia negativo, anzi, per chi ha lavorato in teatro per anni, recitare Genet è un traguardo, e a parte le battute, per una che come me ha frequentato gli ambienti fumosi del sadomaso, la condizione di serva credo sia l’unica che consenta di diventare padrona. ma “serva” è notoriamente quella che fa chiacchiericcio sui potenti e le loro abitudini, che ruba in dispensa e rivende farina per poche monete, che non sa leggere, che crede nel diavolo e nell’acqua santa.

e FB è un ottimo strumento per le serve. è utile a leggere cosa gli altri dicono e fa da casa di risonanza all’animo servile del Pincopallo in ascesa, al suo “gne gne gne” quotidiano nei confronti di un mondo brutto e cattivo, di una realtà fatta di gentaglia che non li capisce. ma mi domando che necessità abbiate di palesarvi quotidianamente, facendoci l’elenco di nemici e detrattori, se non per avvertirci che almeno qualcuno di voi si è accorto, o perché dobbiate sentirvi coinvolti in ogni discussione su letteratura ed editoria, come se tutto l’universo mondo fosse concentrato su di voi e la vostra ultima uscita.

che poi si fa veramente presto a dire “mondo” di una nicchia di persone che si parla addosso, che accorre a fiere semivuote e presentazioni noiose “soltanto per farsi vedere”. perché non so se lo avete notato, e in caso ve lo dico io, a parte un mucchio di frustrati che segretamente vi vorrebbero tutti morti, non c’è nessun altro a seguirvi, a cercarvi per selfie, a mettere like per inumidire le vostre zone erogene di “famosi”.

non bastassero le liti delle serve in TV, ci mancavate voi, novelli Rousseau, ad allontanare i lettori e a riferirci il lerciume di cui è fatto il mondo editoriale. e quindi fate bene a ricordarci con i vostri status quanto siete famosi. anche perché senza non ce ne accorgeremmo.

la castrazione delle parole

non ho letto il romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, ma so come scrive. e non è che se invece una persona ha una rubrica su Repubblica, come ha digitato qualche esaltato ieri, ha l’autorevolezza per poter instillare nel lettore il dubbio che l’editoria abbia potere di censura sul cinismo, per esempio, anche perché se di questo si tratta, ben venga.

vedo gente, intellettuali e artisti, litigarsi premi e infilare poi tutto nella sacca dei buoni sentimenti e della correttezza a parole, e mentre ci ammazziamo tra noi, giacché l’arte non dà più da mangiare a nessuno, tra un selfie e l’altro preghiamo che uno cada rovinosamente perché l’altro salga sul piedistallo e lì rimanga, con la sua rubrichetta e la sua trasmissioncina, a dirci cosa leggere e cosa no.
grazie al cielo i libri li scelgo nella vecchia maniera, cioè con la mia testa.

la letteratura non può prevedere censura né che abbia il compito di assolvere. non lo chiedeva de Sade né Nabokov, e giudicare infernali le loro esistenza non significa arrogarsi il diritto di mettere limiti, di ridurre la zona franca degli artisti, (dannati per nascita, poveri in canna, suicidi), indicando come cattiva letteratura un romanzo dal contenuto scandaloso per il censore. o perché non offre soluzioni. o perché ne offre di sbagliate. o perché non arriva a nulla. perché con le bombe di Trump che fischiano sulle nostre teste è anche complicato trovarne, di soluzioni, che si tratti di pedofilia o femminicidio.

per me non esiste cattiva letteratura, esistono tanti brutti libri e un’enormità di pessimi scrittori. e per me, tra questi, sicuramente non c’è Walter Siti.

Romain Gary, in un su un suo breve saggio scrive, parlando Malle e del suo film sull’incesto: “un artista ha il diritto di trattare i temi che vuole, e il pubblico di andare o non andare a vederlo. Trovo francamente penoso servirsi di un’opera d’arte come pretesto per creare uno scandalo“.

dell’importanza dell’ufficio stampa

in gergo artistico si dice “bagno” qualsiasi rappresentazione non abbia pubblico sufficiente ad avere luogo. in teatro il pubblico pagante deve avere lo stesso numero più uno degli attori in scena, all’incirca così è per i musicisti.
è umiliante salire sul palcoscenico e trovare la sala deserta, mi è successo una volta sola, per un saggio dell’Accademia, una domenica pomeriggio dopo che si era sparsa la voce che lo spettacolo sperimentale cui partecipavo era lungo tre ore e quaranta, che il pubblico era imprigionato assieme agli attori sul palco, che nemmeno poteva alzarsi per fare pipì e che il testo era di una noia mortale.

speravo che mettendomi a scrivere avrei evitato l’esibizione, invece ho a che fare anche io con gli spaventosi incontri nelle librerie, conversazioni semivuote per esordienti sconosciuti fuori casa o scrittori poco accorti. perché dico “spaventosi”?, perché che si tengano in biblioteca, a teatro o in libreria, le presentazioni di romanzi hanno molti punti deboli: se ne fanno troppe, non sono interessanti se non si hanno interlocutori giusti, o lettori che abbiano letto almeno l’aletta di copertina, la maggior parte di chi le organizza quasi mai si pone il problema del pubblico lasciando alla buona sorte il risultato della serata.

quello che intendo dire è che a monte, prima che la tragedia abbia luogo, bisogna evitare di scrivere, che una volta rotto i coglioni a mezzo mondo per ottenere la pubblicazione, ci si munisca almeno di uno straordinario ufficio stampa, e che si eviti la capitale, e se proprio non si può, prima di stabilire una data si verifichi sul calendario che in giro non ci sia altro.

ancora più triste di un esordiente con sala vuota, è uno famoso che finge di leggere passi del proprio romanzo, in attesa che la libreria si animi di gente o che arrivi la fine del mondo.

di quando Alberto mi diede il titolo

era il 2008, era primavera ed io vivevo in affitto in via Merulana. i proventi della vendita dell’attico di via Leonina, usati per lo più per saldare gli amici musicisti e alcuni creditori dell’Università della Musica, e che in definitiva potevo non pagare giacché ormai in fallimento, di quei soldi, tutti miei, avevo messo via ciò che mi sarebbe bastato per sei mesi di sopravvivenza. il manipolatore che mi aveva ridotta sul lastrico viveva con la mia ex segretaria ventenne; io frequentavo già il Man che conoscevo comunque da 30 anni, non bevevo più e pesavo forse quarantaquattro chili.

dovevo sopravvivere e reinventarmi. per dirigere quella maledetta scuola di musica avevo rimosso dalla mia esistenza teatro e creatività. così andai da mio cugino che dirigeva una grossa azienda di doppiaggio, il quale, come accade tra parenti per lo più estranei, inventò molte cazzate perché sparissi alla sua vista e gli evitassi di farmi un favore.
grazie a un annuncio su Portaportese per una settimana vendetti pagine pubblicitarie per un evento ecumenico da tenersi in Africa.

non so come, qualcuno mi disse che Castelvecchi Editore cercava personale. all’epoca m’interessavo di editoria soltanto come lettrice, ma il mio sogno era fare la segretaria, e per me non era importante conoscere l’ambiente ma essere in parte. così quel pomeriggio andai in centro vestita da segretaria, chignon compreso e tacchi alti, in zona Tomacelli. La sede era spettacolare, Alberto mi ricevette in direzione, mi fece sedere; come un bravo psicanalista riuscì a farmi parlare, e in mezzora, grazie a una certa capacità di sintesi, gli avevo raccontato tutta la mia vita.

«Justine 2.0!», esclamò, gli occhi brillavano nella penombra del tardo pomeriggio romano.
«Cosa?», io, che avevo molto rispetto per le parole.
«Il romanzo che scriverai racconterà la tua storia pazzesca e s’intitolerà Justine 2.0».

è stato così che ho iniziato a scrivere. non so quindi se ringraziare il buon Alberto o prenderlo a male parole. so che del suo intuito, però, ci si può fidare.

(Justine 2.0 è fuori catalogo INK Edizioni ma si può richiedere a info@giazirascritture.it)

marketing

l’altro giorno in TV ho visto l’intervista a una scrittrice erotica, che parlava e si muoveva da scrittrice erotica e vestiva da scrittrice erotica. certo che starei bene abbigliata da fighetta, e ho anche dei capi interessanti nell’armadio, talvolta mi metto anch’io in tiro anche perché ho il fisico del ruolo. perché io non lo faccio?, perché non sono una scrittrice erotica.

la scrittura di genere rispetta strutture e stilemi. io, no: egli mi mostrò il suo volto rorido di sudore, era bellissimo e furente, aveva la fronte aggrottata, gli occhi azzurri mi raccontavano tutta la passione che fin lì aveva taciuto, il mio tremore impediva il mio passo. Infine mi trasse a sé con forza, io mi abbandonai sul suo petto: amami, sussurrai. i romanzi di questo genere hanno una protagonista fichissima che si presenta quasi subito in reggicalze, che ama un uomo splendido (con tutti gli attributi a posto), che però non può riamarla a causa di un antagonista: un altro uomo, il lavoro, una moglie, una malattia. le pagine, generalmente tante, si susseguono tra descrizioni pedisseque di splendidi appartamenti, sospiri e reggicalze, culotte e baci appassionati, teste che si abbassano tra le lenzuola e parole sublimi. io sono diretta, cruda, urticante. i miei eroi sono impotenti, egocentrici, impauriti, stronzi.

Pioggia Dorata (sei storie amare), Giazira Scritture, vuol dimostrare quanto una pratica esecrabile come il pissing sia in uso tra tanti impeccabili signori/e, e sia di gran lunga meno lurida della menzogna perpetrata all’interno di un matrimonio almeno in apparenza stabile; che la rimozione del suicidio di una madre ci ferisca così profondamente da diventare dominazione a ogni costo e infelicità; che perdere una sorella a causa dei festeggiamenti per la decima ristampa dell’amico romanziere dei genitori, può condurre Lea a non voler più leggere che il volantino della palestra di fitness; che un padre violento ci condurrà inevitabilmente alla coazione a ripetere, alla ricerca di uomini come lui che ne giustifichino la malvagità.

io scrivo per cercare complici.