quella che ride

qualche tempo fa, a cena, un blasonato critico letterario mi sussurrò all’orecchio che i romanzi femminili piacciono, eccome, e vendono pure, se pregni d’ironia sferzante. perché l’editoria ci brama e ci accoglie, noi femmine, per lo più se lavoriamo di leggerezza. affinché i problemi di noi donne restino sempre e comunque fatti di cui ridere.

quindi storie d’amore, sì, manuali di galateo, vademecum per la moglie perfetta, di cucina, noir ma che divertano, erotici con garbo, nei quali protagonisti fichissimi vadano incontro a un lieto fine da favola, non complessati come i miei eroi normodotati e poco inclini all’amore romantico. bene la violenza di genere, ottima anzi, ma come fatto episodico, ora che va di moda, perché insistere sul machismo può andare a noia, e, soprattutto, non ci sarà più mezzo maschio che vorrà provarci con te, scrittrice scassaminchia.

lo dice anche il Kamasutra, che, tra le doti di una buona moglie, ossia suonare due strumenti, parlare almeno tre lingue, danzare, baciare, cantare, cucinare, tagliare abiti, comporre versi, dare piacere, ornare il letto con petali profumati, fare di conto, ricevere gli ospiti e onorare il marito, c’è anche la capacità di far ridere.

la conditio sine qua non per scrivere un romanzo di successo è quindi essere carucce, arrogantelle, ironiche, pungenti come piccole Lucarelli, sfrontate, e magari aver fatto un corso di scrittura tra i più noti. oppure, se over quaranta e non incline al suicidio, la bellezza al primo posto, matura e sensuale, se sei anche ricca meglio, così non scasserai i coglioni all’Amministrazione della casa editrice per ottenere le misero dovuto che di norma non ti darà.

nevvero? giurin giurello? mai entrati in una libreria negli ultimi 12 mesi? vi faccio qualche titolo di romanzo femminile cult a rischio di aumento glicemia?

il 28 settembre 2017 in libreria con “Conversazioni sentimentali in Metropolitana” Castelvecchi Editore.

 

 

 

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GIUNTI al punto di crisi: evviva Amazon

lo so, non è giusto, è il secondo innamoramento letterario in un anno ed è ancora un uomo. e poi così improvviso, fulminante. ma io non seguo le mode, non leggo ciò che è “in voga”, meno che mai premiati o finalisti. non subito, magari dopo qualche anno. prima annuso, ascolto giudizi, leggo recensioni ma senza troppa attenzione.
così decido che devo averne ancora e chiamo la libreria “Giunti al Punto” di Bracciano “Centro Commerciale”. domando se hanno “Di bestia in bestia” di Michele Mari. mi si dice che non c’è, che se voglio ordinarlo devo passare prima a pagare.
cosa?
eh?
rispondo che non ho la patente e non so come arrivare fin lì, ma che di certo il 18 passerò a prendere il volume, di stare sereni, che se posso fornire loro il numero di carta di credito lo faccio subito, a garanzia.
ma niente da fare.
non ordinano se non dopo pagamento: dictat della direzione.
e certo, come se non ci fosse possibilità di “reso”, come se tenersi sugli scaffali un autore del calibro di Mari possa far finalmente scomparire certi pessimi volumi, per lo più rosa nauseabondo e noir banale; come se l’influenza del vero scrittore possa causare l’improvvisa rigenerazione del sistema “editoria di merda” e riportarlo a una situazione “editoria vera”.
ma quando amo non mi do per vinta: così chiamo la libreria di Bracciano centro, sempre Giunti. chiedo di nuovo di Mari, ripetendo TRE volte il nome dell’amato, e mi sento rispondere la stessa cosa: che se voglio ordinare QUEL libro, devo prima passare a pagare.
con voce flautata e la mia miglior dizione prego il commesso, gli dico che dopodomani è il mio onomastico, Santa Elena, di farmi questa cortesia. Gli faccio anche presente che da loro ho ordinato e comprato TRE Murakami e QUATTRO Covacich, che per “A nome tuo” sono dovuta andare TRE volte lì a vuoto, che magari il mio nome è scritto da qualche parte, dove c’è anche scritto “cliente affidabile”.
no, no e no.
La minaccia finale, la stessa che usai per i ginecologi del San Giovanni, quando mi trattennero senza ragione nel reparto ostetricia, è quella di dirmi giornalista e che denuncerò la cosa.
il Man s’incazza. mi dice che a combattere contro i mulini a vento mi farò solo male, e che denunciando certe miserie otterrò soltanto svantaggi.
gli rispondo che se il Lago di Bracciano è ridotto così è perché è pieno di gente che non combatte, rassegnata a perdere prima d’iniziare e che tanto, se Giunti al Punto non ordina Michele Mari, figurarsi se ordinerà me.
(p.s. il presente post è rivolta alla Direzione Generale Giunti, non ai commessi della libreria, gentilissimi, che non hanno altra scelta che seguire le regole).
qui il mio ultimo libro.

umane fregature

per me vale sempre che “ognun dal proprio cuor l’altrui misura”.

quindi, a ogni mia pubblicazione, manco poi uscissi per Mondadori e fossi promessa allo Strega, iniziano a gravitare attorno al mio metro e cinquantotto, e al mio profilo FB, uomini e donne “fregatura”. si avvicinano con like insistenti, manco portassi verità assolute; discutono in mia difesa, se capita; s’introducono tra i messaggi di posta, affermando che la mia prosa val più di quella di milioni di “altri autori osannati dalla critica”; infine, carpiscono la mia attenzione con l’esca più prelibata per una senza santi in paradiso: la conoscenza del famoso Editore e del famosissimo Agente. ma non un’amicizia superficiale, no, la mia fregatura e il personaggio famoso sono sempre amici per la pelle.

l’uomo fregatura mi toccò l’anno scorso. uno che sembrava un assassino seriale e millantò relazioni intime con gente come Franchini e Santachiara. prima mi soffocò di elogi, poi finse di seguirmi nella stesura di un romanzo, proprio Conversazioni sentimentali in metropolitana (in uscita per Castelvecchi), ma sul quale, a parte pochi consigli di cui feci tesoro, non ha mai suggerito correzioni. dopo aver avuto il saldo per il suo “editing”, sparì così com’era arrivato, con tanto di falsi contatti per le agenzie letterarie.

dopo una fregatura, di norma, faccio più controlli. invece quest’anno si è palesata sotto forma di femmina. mi disse di avere più amici nella critica letteraria che capelli in testa. le inviai una copia di Pioggia Dorata, a lei e al critico amico suo, che non scrisse nulla per “motivi di salute”. grazie a lei ho scritto anche un bel racconto che però non ha vinto un cazzo, né lei, nonostante le lunghe email di apprezzamento su Pioggia Dorata, ha mai scritto due merdosissime righe su Amazon, o ANobii, non dico per Satisfaction. infine,  la mia fregatura ha iniziato a palesarsi scrivendo commenti astiosi sotto ogni mio post, manco avesse capito soltanto ieri la mia posizione nei riguardi delle donne.

lo stile di una scrittrice finora sensibile e originale, cade sulla testa degli imbecilli che credono nelle favole. questo, il mio epitaffio.

come le serve

non che essere serva sia negativo, anzi, per chi ha lavorato in teatro per anni, recitare Genet è un traguardo, e a parte le battute, per una che come me ha frequentato gli ambienti fumosi del sadomaso, la condizione di serva credo sia l’unica che consenta di diventare padrona. ma “serva” è notoriamente quella che fa chiacchiericcio sui potenti e le loro abitudini, che ruba in dispensa e rivende farina per poche monete, che non sa leggere, che crede nel diavolo e nell’acqua santa.

e FB è un ottimo strumento per le serve. è utile a leggere cosa gli altri dicono e fa da casa di risonanza all’animo servile del Pincopallo in ascesa, al suo “gne gne gne” quotidiano nei confronti di un mondo brutto e cattivo, di una realtà fatta di gentaglia che non li capisce. ma mi domando che necessità abbiate di palesarvi quotidianamente, facendoci l’elenco di nemici e detrattori, se non per avvertirci che almeno qualcuno di voi si è accorto, o perché dobbiate sentirvi coinvolti in ogni discussione su letteratura ed editoria, come se tutto l’universo mondo fosse concentrato su di voi e la vostra ultima uscita.

che poi si fa veramente presto a dire “mondo” di una nicchia di persone che si parla addosso, che accorre a fiere semivuote e presentazioni noiose “soltanto per farsi vedere”. perché non so se lo avete notato, e in caso ve lo dico io, a parte un mucchio di frustrati che segretamente vi vorrebbero tutti morti, non c’è nessun altro a seguirvi, a cercarvi per selfie, a mettere like per inumidire le vostre zone erogene di “famosi”.

non bastassero le liti delle serve in TV, ci mancavate voi, novelli Rousseau, ad allontanare i lettori e a riferirci il lerciume di cui è fatto il mondo editoriale. e quindi fate bene a ricordarci con i vostri status quanto siete famosi. anche perché senza non ce ne accorgeremmo.

la castrazione delle parole

non ho letto il romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, ma so come scrive. e non è che se invece una persona ha una rubrica su Repubblica, come ha digitato qualche esaltato ieri, ha l’autorevolezza per poter instillare nel lettore il dubbio che l’editoria abbia potere di censura sul cinismo, per esempio, anche perché se di questo si tratta, ben venga.

vedo gente, intellettuali e artisti, litigarsi premi e infilare poi tutto nella sacca dei buoni sentimenti e della correttezza a parole, e mentre ci ammazziamo tra noi, giacché l’arte non dà più da mangiare a nessuno, tra un selfie e l’altro preghiamo che uno cada rovinosamente perché l’altro salga sul piedistallo e lì rimanga, con la sua rubrichetta e la sua trasmissioncina, a dirci cosa leggere e cosa no.
grazie al cielo i libri li scelgo nella vecchia maniera, cioè con la mia testa.

la letteratura non può prevedere censura né che abbia il compito di assolvere. non lo chiedeva de Sade né Nabokov, e giudicare infernali le loro esistenza non significa arrogarsi il diritto di mettere limiti, di ridurre la zona franca degli artisti, (dannati per nascita, poveri in canna, suicidi), indicando come cattiva letteratura un romanzo dal contenuto scandaloso per il censore. o perché non offre soluzioni. o perché ne offre di sbagliate. o perché non arriva a nulla. perché con le bombe di Trump che fischiano sulle nostre teste è anche complicato trovarne, di soluzioni, che si tratti di pedofilia o femminicidio.

per me non esiste cattiva letteratura, esistono tanti brutti libri e un’enormità di pessimi scrittori. e per me, tra questi, sicuramente non c’è Walter Siti.

Romain Gary, in un su un suo breve saggio scrive, parlando Malle e del suo film sull’incesto: “un artista ha il diritto di trattare i temi che vuole, e il pubblico di andare o non andare a vederlo. Trovo francamente penoso servirsi di un’opera d’arte come pretesto per creare uno scandalo“.