egregi tentativi e perdite di tempo

mi è capitato di leggerlo stamattina sulla Time Line di FB di un amico, il genio che ha risposto al suo lamento di saggista, tra l’altro egregiamente pubblicato ma circondato anche lui  da aspiranti creativi a stipendio fisso in cerca di celebrità, con un disfattista: “beh, che cosa vuoi, se fai il lavoro che ami pretendi pure di guadagnarci?“.

prima era così, caro amico. prima che farmacisti, avvocati, poliziotti, casalinghe, fruttivendoli, macellai, parrucchieri, notai e impiegati comunali a stipendio fisso, pretendessero la ribalta, tutti guadagnavamo dal nostro mestiere creativo. io ho iniziato a lavorare in teatro a sedici anni, firmando una falsa autorizzazione con la Compagnia del Teatro Abeliano e un bel contratto per la stagione, paga minima per allievo attore, ottantamila lire a replica, contratti che oggi i miei colleghi possono soltanto sognarli.

è vero, anche Volponi e Gadda lavoravano all’Olivetti, e non soltanto loro. sappiamo che scrivere è un mestiere da fame se non affiancato da altro emolumento (e Flaubert era ricco di famiglia). questo è stato un mestiere cui pochi aspiravano finché non sono arrivati FB, le tweetstar e Berlusconi, a creare l’effetto “botto“, la maledetta idea che basti un colpo di fortuna per diventare un grande della letteratura, e che ha creato l’avanzata dell’esercito dell’uomo qualunque verso l’immortalità, così si autodefiniscono i tanti dopolavoristi che conosco, perché anche in passato ci si è impiccati a causa di questo vizio di scrivere.

poi, certo, dopo il primo romanzo andato male un tempo smettevi. oggi no, oggi se puoi, paghi. paghi il corso di scrittura creativa che ti garantisce la prima buona pubblicazione, paghi l’editore, che se non ti fa sborsare quattrini riduce i servizi all’autore: editing inesistente, impaginazione di merda, carta di merda e roialty da fame, e minaccia pure di sputtanarti nell’ambiente se parli; paghi l’ottimo editor agente, a propria volta scrittore senza sostentamento, che ti riscrivere il romanzo e lo fa pure pubblicare e recensire bene; paghi l’Agenzia, fino a 4.000 euro, così mi ha raccontato l’amica Prof di lettere che se l’è potuta permettere. è così che si fa, per lo più, oggi, mentre si muore di fame.

qui il mio ultimo romanzo edito da Castelvecchi.

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scrittrice scomoda

mai letto il contratto “standard” di un editore? mi rivolgo a voi, sì, a voi che avete la faccina tipica di chi sacrificherebbe una mano per finire in libreria: ecco, iniziamo da qui, in libreria non è detto ci finirete e nonostante la GRANDE DISTRIBUZIONE promessa e dopo aver ceduto per vent’anni, a zero euro di anticipo, una storia cui avete lavorato giorno e notte e che non sapete neppure in quante copie uscirà, perché ormai si stampa print on demand, cioè su richiesta.

comunque, loro lo chiamano candidamente “contratto standard“, sottintendendo così che altri imbecilli hanno firmato, ma credo che perfino il povero Carlo Emilio Salgari, morto suicida a causa di un editore lestofante, si sentisse meno umiliato di quanto oggi certi talentuosi autori, OVVIAMENTE NON PARLO DI ME, non tutelati da prezzolato Agente. e certe proposte indecenti, PERSONALMENTE MAI RICEVUTE,  vengono fatte indistintamente a scrittori bravi, incapaci, mediocri, geniali, tanto per loro non fa differenza, la sola cosa che importa è che gli vendano un tot di copie: abbiamo un software costosissimo che ci permette di sapere con esattezza quanto vendi, minacciano, e se sei sotto le 500 copie hai finito di pubblicare. pensate al povero Beckett o alla Duras, che non arrivavano a 300 copie vendute.

bel mestiere quello dello scrittore, eh? ora che ci sono creativi a stipendio fisso che per farsi pubblicare pagano un Editor Agente fino a 4.000 euro per poi guadagnarne 250, è tutto più difficile. com’è che mi diceva Alberto Castelvecchi in una delle sue lezioni al Master in editoria della Luiss, cui lavoravo come assistente?, che l’editore è una creatura sensibile e sensitiva, che è come un “parafulmine delle idee”: un braccio ben disteso verso il cielo alla ricerca di stellari novità e i piedi ben piantati in terra, affinché quella novità porti anche i suoi frutti. ecco, non è così. la stragrande maggioranza dei direttori editoriali nemmeno legge ciò che pubblica.

di chi sto parlando?, ma di nessuno è chiaro.
e quindi, che cosa voglio? sono soltanto una scrittrice scomoda, come dice la mia Ufficio Stampa, racconto fatti che pochi hanno il coraggio di dire ma tutti sanno: incuria, mancanza di professionalità, il generale “sbattiamoli in catalogo che tanto qualcosina la venderanno a parenti e amici”. abbaio, perché tanto di mordere nessuno ha il coraggio.

ah, a proposito: qui il mio ultimo romanzo.

 

 

quella che ride

qualche tempo fa, a cena, un blasonato critico letterario mi sussurrò all’orecchio che i romanzi femminili piacciono, eccome, e vendono pure, se pregni d’ironia sferzante. perché l’editoria ci brama e ci accoglie, noi femmine, per lo più se lavoriamo di leggerezza. affinché i problemi di noi donne restino sempre e comunque fatti di cui ridere.

quindi storie d’amore, sì, manuali di galateo, vademecum per la moglie perfetta, di cucina, noir ma che divertano, erotici con garbo, nei quali protagonisti fichissimi vadano incontro a un lieto fine da favola, non complessati come i miei eroi normodotati e poco inclini all’amore romantico. bene la violenza di genere, ottima anzi, ma come fatto episodico, ora che va di moda, perché insistere sul machismo può andare a noia, e, soprattutto, non ci sarà più mezzo maschio che vorrà provarci con te, scrittrice scassaminchia.

lo dice anche il Kamasutra, che, tra le doti di una buona moglie, ossia suonare due strumenti, parlare almeno tre lingue, danzare, baciare, cantare, cucinare, tagliare abiti, comporre versi, dare piacere, ornare il letto con petali profumati, fare di conto, ricevere gli ospiti e onorare il marito, c’è anche la capacità di far ridere.

la conditio sine qua non per scrivere un romanzo di successo è quindi essere carucce, arrogantelle, ironiche, pungenti come piccole Lucarelli, sfrontate, e magari aver fatto un corso di scrittura tra i più noti. oppure, se over quaranta e non incline al suicidio, la bellezza al primo posto, matura e sensuale, se sei anche ricca meglio, così non scasserai i coglioni all’Amministrazione della casa editrice per ottenere le misero dovuto che di norma non ti darà.

nevvero? giurin giurello? mai entrati in una libreria negli ultimi 12 mesi? vi faccio qualche titolo di romanzo femminile cult a rischio di aumento glicemia?

il 28 settembre 2017 in libreria con “Conversazioni sentimentali in Metropolitana” Castelvecchi Editore.

 

 

 

GIUNTI al punto di crisi: evviva Amazon

lo so, non è giusto, è il secondo innamoramento letterario in un anno ed è ancora un uomo. e poi così improvviso, fulminante. ma io non seguo le mode, non leggo ciò che è “in voga”, meno che mai premiati o finalisti. non subito, magari dopo qualche anno. prima annuso, ascolto giudizi, leggo recensioni ma senza troppa attenzione.
così decido che devo averne ancora e chiamo la libreria “Giunti al Punto” di Bracciano “Centro Commerciale”. domando se hanno “Di bestia in bestia” di Michele Mari. mi si dice che non c’è, che se voglio ordinarlo devo passare prima a pagare.
cosa?
eh?
rispondo che non ho la patente e non so come arrivare fin lì, ma che di certo il 18 passerò a prendere il volume, di stare sereni, che se posso fornire loro il numero di carta di credito lo faccio subito, a garanzia.
ma niente da fare.
non ordinano se non dopo pagamento: dictat della direzione.
e certo, come se non ci fosse possibilità di “reso”, come se tenersi sugli scaffali un autore del calibro di Mari possa far finalmente scomparire certi pessimi volumi, per lo più rosa nauseabondo e noir banale; come se l’influenza del vero scrittore possa causare l’improvvisa rigenerazione del sistema “editoria di merda” e riportarlo a una situazione “editoria vera”.
ma quando amo non mi do per vinta: così chiamo la libreria di Bracciano centro, sempre Giunti. chiedo di nuovo di Mari, ripetendo TRE volte il nome dell’amato, e mi sento rispondere la stessa cosa: che se voglio ordinare QUEL libro, devo prima passare a pagare.
con voce flautata e la mia miglior dizione prego il commesso, gli dico che dopodomani è il mio onomastico, Santa Elena, di farmi questa cortesia. Gli faccio anche presente che da loro ho ordinato e comprato TRE Murakami e QUATTRO Covacich, che per “A nome tuo” sono dovuta andare TRE volte lì a vuoto, che magari il mio nome è scritto da qualche parte, dove c’è anche scritto “cliente affidabile”.
no, no e no.
La minaccia finale, la stessa che usai per i ginecologi del San Giovanni, quando mi trattennero senza ragione nel reparto ostetricia, è quella di dirmi giornalista e che denuncerò la cosa.
il Man s’incazza. mi dice che a combattere contro i mulini a vento mi farò solo male, e che denunciando certe miserie otterrò soltanto svantaggi.
gli rispondo che se il Lago di Bracciano è ridotto così è perché è pieno di gente che non combatte, rassegnata a perdere prima d’iniziare e che tanto, se Giunti al Punto non ordina Michele Mari, figurarsi se ordinerà me.
(p.s. il presente post è rivolta alla Direzione Generale Giunti, non ai commessi della libreria, gentilissimi, che non hanno altra scelta che seguire le regole).
qui il mio ultimo libro.

umane fregature

per me vale sempre che “ognun dal proprio cuor l’altrui misura”.

quindi, a ogni mia pubblicazione, manco poi uscissi per Mondadori e fossi promessa allo Strega, iniziano a gravitare attorno al mio metro e cinquantotto, e al mio profilo FB, uomini e donne “fregatura”. si avvicinano con like insistenti, manco portassi verità assolute; discutono in mia difesa, se capita; s’introducono tra i messaggi di posta, affermando che la mia prosa val più di quella di milioni di “altri autori osannati dalla critica”; infine, carpiscono la mia attenzione con l’esca più prelibata per una senza santi in paradiso: la conoscenza del famoso Editore e del famosissimo Agente. ma non un’amicizia superficiale, no, la mia fregatura e il personaggio famoso sono sempre amici per la pelle.

l’uomo fregatura mi toccò l’anno scorso. uno che sembrava un assassino seriale e millantò relazioni intime con gente come Franchini e Santachiara. prima mi soffocò di elogi, poi finse di seguirmi nella stesura di un romanzo, proprio Conversazioni sentimentali in metropolitana (in uscita per Castelvecchi), ma sul quale, a parte pochi consigli di cui feci tesoro, non ha mai suggerito correzioni. dopo aver avuto il saldo per il suo “editing”, sparì così com’era arrivato, con tanto di falsi contatti per le agenzie letterarie.

dopo una fregatura, di norma, faccio più controlli. invece quest’anno si è palesata sotto forma di femmina. mi disse di avere più amici nella critica letteraria che capelli in testa. le inviai una copia di Pioggia Dorata, a lei e al critico amico suo, che non scrisse nulla per “motivi di salute”. grazie a lei ho scritto anche un bel racconto che però non ha vinto un cazzo, né lei, nonostante le lunghe email di apprezzamento su Pioggia Dorata, ha mai scritto due merdosissime righe su Amazon, o ANobii, non dico per Satisfaction. infine,  la mia fregatura ha iniziato a palesarsi scrivendo commenti astiosi sotto ogni mio post, manco avesse capito soltanto ieri la mia posizione nei riguardi delle donne.

lo stile di una scrittrice finora sensibile e originale, cade sulla testa degli imbecilli che credono nelle favole. questo, il mio epitaffio.