l’uomo di Crisopoli

Guido Morselli fu rifiutato proprio da tutti, anche da Italo Calvino, al tempo direttore editoriale Einaudi (come Vittorini, Pavese, Ginzburg), il quale gli scrisse che Il comunista non era un romanzo realistico, che non c’era un briciolo di verità in quei personaggi, e lui lo sapeva, gicché nelle sedi era nato e cresciuto.
che cantonate prendono editor e editori.
un po’ perché umani e non divini, diversamente da come te se li rappresenti anche loro cagano al mattino, un po’ perché stronzi, talvolta investiti del potere che li rende arroganti e invidiosi, intrappolati nell’eterno conflitto d’interesse tra matita blu e libertà stilistica, e rottura degli schemi.

quando ti accusano di essere un povero frustrato perché critichi giustamente il brutto romanzo di successo che magari l’editore ha amato e promosso, racconta loro di Guido Morselli, che dopo una vita di invii di manoscritti e di rifiuti puntuali, fu pubblicato da Adelphi che giaceva nella bara. Morselli si suicidò nel ’73, dopo aver scritto Dissipatio HG (Human generis).

i miti letterari e i miti di redazione.
non so se lo sai, ma le redazioni son spesso piene di stagisti privi di esperienza e tatto, talmente presi dal guardarsi il proprio ombelico di addetti ai lavori, in attesa di tirar fuori il proprio manoscritto, che non rispondono nemmeno ai lettori.

però leggi. leggi tanto.

qui Pioggia Dorata
qui Conversazioni sperimentali in Metropolitana

#ConversazioniSentimentali

Conversazioni Sentimentali in Metropolitana

44 min · 

“Bibolotti si conferma, in questa storia di violenza fisica e mentale esercitata dai maschi sulle femmine, scrittrice che sa parlare di sesso e sa svelarne i meccanismi come poche e pochi.
Una suggestione, infine: Lara, immersa in una Roma tardo-pasoliniana di sfruttatori e violenti, ricorda la fragile protagonista di mezza età dell’ultimo torbido romanzo di Goffredo Parise, L’odore del sangue, succube anch’essa, ma di un giovane maschio fascista e dominatore. C’è qualcosa di quel postumo Parise – incompiuto, recepito male, rimosso, ripreso al cinema da Mario Martone – in questa storia romana criminale”. Antonio Russo de Vivo su Crapula Club #ConversazioniSentimentaliInMetropolitana (non so se il romanzo sia ancora in giro, ma la soddisfazione è enorme).

ah, qui è la recensione completa.

qui per acquistarlo subito. prima che il volume sparisca per sempre.

Proibito ’50

quando pubblichi un romanzo guadagni niente e accumuli veleno, a meno di vendere tantissimo, essere tradotta, cedere i diritti per il film, avere vent’anni e come minimo un amante Senatore; o essere maschio, belloccio, cinquantenne, barbuto, prof di italiano e stimatissimo dalla addette ai lavori che si dicono femministe ma, tra uno scrittore e una scrittrice, di solito non hanno dubbi. e non ci sono più nemmeno le recensioni di una volta a darti soddisfazione: anche i grossi autori si rivolgono ai blog letterari e quindi i blogger recensiscono a passo di carica “i nomi” tralasciando gli autori di nicchia (seppure stimati amici).

per esperienza personale e per sentito dire da tanti colleghi, la cosa funziona per lo più così: cerchi come una disperata un editor agente, (magari lo hai letto anni prima, ti ha fatto cagare, ma devi fingere ti piaccia un casino come scrittore e leccargli il culo), lo paghi profumatamente e forse, dico FORSE, ti aiuterà a trovare un grosso editore, e ti convincerà a firmare un contratto di merda che prevede tu veda qualche quattrino a babbo morto. oppure cerchi un’Agenzia, la paghi profumatamente, forse ti faranno firmare anche loro un contratto di merda e pure con un piccolo editore. oppure frequenti la scuola famosa legata alla famosa casa editrice, ti faranno pubblicare un romanzo, UNO, ti sembrerà di toccare il cielo con un dito e poi ti butteranno al cesso. nella maggior parte dei casi, a meno delle condizioni di cui al primo paragrafo, dovrai pagare e fingere di essere felice. 

ma io lavoro per guadagnare. facevo l’attrice per guadagnare e guadagnavo.

mi stanno arrivando proposte inaspettate da piccoli e attenti editori disposti ADDIRITTURA a rimborsarmi gli spostamenti per le presentazioni (non tutto è merda, dunque). sto valutando le proposte per i romanzi già scritti, ma prima, giacché ho qualche lettore fidato, farò l’esperimento dell’autopubblicazione con storie “erotiche alla me”, non di genere, chiaramente.
stavolta vi porterò a Roma negli anni ’50. eliminate le zavorre: ex mariti, ex fidanzati, padri ingombranti, Master e Slave, sono libera di divertirmi, di studiare, entrare nelle vite di personaggi del tutto nuovi che non usino cellulari, computer, Youporn.

erotico sì. perché anche questo puritanesimo editoriale anti sborra puzza di America e sedia elettrica. e poi io non ho padroni, non ho figli, non ho nulla da perdere e adoro le sfide.

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi Editore

per chi si scrive

su FB, Angela sostiene che si scrive per gli altri, per essere più amati. Lorella, ieri al telefono, mi ha detto che secondo lei si scrive al contrario per amare di più se stessi, perché in definitiva questa società lascia poco spazio reale, oltre i selfie che di reale non hanno più niente, alle nostre ambizioni. il 18 gennaio 1899 Cechov scriveva a Maksim Gor’kij: “Le vostre righe riguardo la locomotiva, alle rotaie e al naso che affonda nella terra sono assai graziose, ma ingiuste. Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare“.

Io a un certo punto ho pensato che volevo il disimpegno… “, dice Natalia Ginzburg in un’intervista condotta da Marino Sinibaldi, “non che lo volevo ma era assolutamente necessario, indispensabile per un romanziere. Che un romanziere non doveva porsi il dovere di cercare di portare dei miglioramenti alla società, ma invece semplicemente scrivere meglio possibile i suoi romanzi“.

io scrivo per guadagnare. vi sembrerà assurdo ma è la stessa ragione che avevo per lavorare in teatro: pagare le bollette grazie all’unica cosa che so fare, inventare storie. in questi anni un po’ mi sono preoccupata di piacere agli editor sperimentalisti, i lacrime e sangue supercazzole che dirigono giornali, case editrici; trascinatori di leccaculo sui social e docenti di scuole di scrittura creativa.

ma adesso che ho capito quanto l’editore, inteso come marchio, sia inutile e addirittura dannoso, se non animato da vero amore verso l’autore, e che le case editrici sono per lo più frequentate da omminicchi messi lì perché magari disposti a non prendere stipendio per sbandierare il piccolo potere che hanno nella patta, ho deciso di autopubblicarmi sotto pseudonimo scrivendo ciò che a me piace di più.

e ho già l’acquolina in bocca.

qui una bella recensione del mio ultimo Romanzo “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana”

egregi tentativi e perdite di tempo

mi è capitato di leggerlo stamattina sulla Time Line di FB di un amico, il genio che ha risposto al suo lamento di saggista, tra l’altro egregiamente pubblicato ma circondato anche lui  da aspiranti creativi a stipendio fisso in cerca di celebrità, con un disfattista: “beh, che cosa vuoi, se fai il lavoro che ami pretendi pure di guadagnarci?“.

prima era così, caro amico. prima che farmacisti, avvocati, poliziotti, casalinghe, fruttivendoli, macellai, parrucchieri, notai e impiegati comunali a stipendio fisso, pretendessero la ribalta, tutti guadagnavamo dal nostro mestiere creativo. io ho iniziato a lavorare in teatro a sedici anni, firmando una falsa autorizzazione con la Compagnia del Teatro Abeliano e un bel contratto per la stagione, paga minima per allievo attore, ottantamila lire a replica, contratti che oggi i miei colleghi possono soltanto sognarli.

è vero, anche Volponi e Gadda lavoravano all’Olivetti, e non soltanto loro. sappiamo che scrivere è un mestiere da fame se non affiancato da altro emolumento (e Flaubert era ricco di famiglia). questo è stato un mestiere cui pochi aspiravano finché non sono arrivati FB, le tweetstar e Berlusconi, a creare l’effetto “botto“, la maledetta idea che basti un colpo di fortuna per diventare un grande della letteratura, e che ha creato l’avanzata dell’esercito dell’uomo qualunque verso l’immortalità, così si autodefiniscono i tanti dopolavoristi che conosco, perché anche in passato ci si è impiccati a causa di questo vizio di scrivere.

poi, certo, dopo il primo romanzo andato male un tempo smettevi. oggi no, oggi se puoi, paghi. paghi il corso di scrittura creativa che ti garantisce la prima buona pubblicazione, paghi l’editore, che se non ti fa sborsare quattrini riduce i servizi all’autore: editing inesistente, impaginazione di merda, carta di merda e roialty da fame, e minaccia pure di sputtanarti nell’ambiente se parli; paghi l’ottimo editor agente, a propria volta scrittore senza sostentamento, che ti riscrivere il romanzo e lo fa pure pubblicare e recensire bene; paghi l’Agenzia, fino a 4.000 euro, così mi ha raccontato l’amica Prof di lettere che se l’è potuta permettere. è così che si fa, per lo più, oggi, mentre si muore di fame.

qui il mio ultimo romanzo edito da Castelvecchi.