scrittrice scomoda

mai letto il contratto “standard” di un editore? mi rivolgo a voi, sì, a voi che avete la faccina tipica di chi sacrificherebbe una mano per finire in libreria: ecco, iniziamo da qui, in libreria non è detto ci finirete e nonostante la GRANDE DISTRIBUZIONE promessa e dopo aver ceduto per vent’anni, a zero euro di anticipo, una storia cui avete lavorato giorno e notte e che non sapete neppure in quante copie uscirà, perché ormai si stampa print on demand, cioè su richiesta.

comunque, loro lo chiamano candidamente “contratto standard“, sottintendendo così che altri imbecilli hanno firmato, ma credo che perfino il povero Carlo Emilio Salgari, morto suicida a causa di un editore lestofante, si sentisse meno umiliato di quanto oggi certi talentuosi autori, OVVIAMENTE NON PARLO DI ME, non tutelati da prezzolato Agente. e certe proposte indecenti, PERSONALMENTE MAI RICEVUTE,  vengono fatte indistintamente a scrittori bravi, incapaci, mediocri, geniali, tanto per loro non fa differenza, la sola cosa che importa è che gli vendano un tot di copie: abbiamo un software costosissimo che ci permette di sapere con esattezza quanto vendi, minacciano, e se sei sotto le 500 copie hai finito di pubblicare. pensate al povero Beckett o alla Duras, che non arrivavano a 300 copie vendute.

bel mestiere quello dello scrittore, eh? ora che ci sono creativi a stipendio fisso che per farsi pubblicare pagano un Editor Agente fino a 4.000 euro per poi guadagnarne 250, è tutto più difficile. com’è che mi diceva Alberto Castelvecchi in una delle sue lezioni al Master in editoria della Luiss, cui lavoravo come assistente?, che l’editore è una creatura sensibile e sensitiva, che è come un “parafulmine delle idee”: un braccio ben disteso verso il cielo alla ricerca di stellari novità e i piedi ben piantati in terra, affinché quella novità porti anche i suoi frutti. ecco, non è così. la stragrande maggioranza dei direttori editoriali nemmeno legge ciò che pubblica.

di chi sto parlando?, ma di nessuno è chiaro.
e quindi, che cosa voglio? sono soltanto una scrittrice scomoda, come dice la mia Ufficio Stampa, racconto fatti che pochi hanno il coraggio di dire ma tutti sanno: incuria, mancanza di professionalità, il generale “sbattiamoli in catalogo che tanto qualcosina la venderanno a parenti e amici”. abbaio, perché tanto di mordere nessuno ha il coraggio.

ah, a proposito: qui il mio ultimo romanzo.

 

 

l’artista impiegato.

ieri con il Man si tornava dall’Auditorium e si parlava di grandi scrittori e che è perfino idiota domandarsi se si scrive di sé o di altri, perché basterebbe conoscere la vita di Maupassant, Dostoevskij, Duras, per sapere che si parla sempre di sé. ci raccontavamo di Massimo Urbani, che la morte ci portò via troppo presto, e per la cui memoria la New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini (appunto, il Man, il mio), ha strutturato un concerto veramente emozionante che però non vi sto a raccontare qui. e così ci dicevamo quanto sia difficile essere creativi puri, della pubblicazione prestigiosa di ottobre di cui però non vi dico ancora, e che questi nuovi artisti in cravatta fanno ridere, giacché mi domando che cosa ci racconteranno del loro mondo regolato da tredicesime e aspettative.

Susanna Camusso ha provato a tracciare l’identikit dell’artista italiano, ossia di colui che campa SOLTANTO del proprio lavoro, ed è agghiacciante, perché l’eroe guadagnerebbe non più di 5.000 euro l’anno, il resto son buffi, lavoro in pizzeria, per le giovani attrici magari anche marchette. comunque la situazione è questa, e tu, caro impiegato creativo (scrittore a pagamento, attore al sabato, musicista di cover che suona gratis nei locali, anzi, li affitta), tu sappi che di Kafka ne nasce uno ogni millennio, e se non capisci la battuta, è proprio perché sei un impiegato.

ed è così in teatro, nell’arte figurativa, nella fotografia (anch’essa svuotata di senso dai cliccatori della domenica con IPhone), è così nel vero mondo musicale, non quello che sempre l’impiegato/creativo giudica dal divano di casa propria per commentarlo sui social, e che di fatto è un’idea di musica costruita soltanto per lui, sulle sue esigenze di ascoltare ignorante e non su un pentagramma perché resti in eterno.

a guardarvi e leggervi da qui la mancanza di competenza è ragguardevole. e io devo difendere chi per l’arte è morto, chi si sbatte per cercare i soldi dell’affitto e deve pure sorridere agli spettatori. Romain Gary l’aveva scritto che il pubblico non sarebbe rimasto a guardare, che sarebbe salito sul palco anche lui, non ci aveva detto, però, di quanto avrebbe abbassato il livello del prodotto.

qui la mia raccolta di racconti “Pioggia dorata”

diritto al consumismo

non diritto al comunismo, no, ma al consumismo: soddisfacimento indiscriminato di bisogni non essenziali, alieno da ideali, programmi, propositi, tipico della civiltà dei consumi. e adesso che Fidèl è morto, mia cognata si sentirà ben in diritto di prendermi per il culo per la bandiera rossa che conservo ripiegata nel cassetto della biancheria tra tralci di lavanda, vecchi numeri del Manifesto e sex toy.

il comunismo è rimasto nella memoria di molti uno spaventoso spettro che si aggirava per l’Europa non per ledere gli interessi di quattro stronzi al potere, ma per togliere la libertà dei popoli a lavorare come schiavi per poter ripagare ciò che essi stessi producevano. comprese le case, che gli schiavi hanno comprato pagando interessi enormi , dopo anni di lotte, per farsele infine espropriare dalle stesse banche cui avevano chiesto quattrini. si ammazza per soldi, si campa soltanto per quello.

la realizzazione di sé passa soltanto attraverso il denaro: pubblichi libri? e quante copie vendi? la bravura e il talento sono commisurate alla fama, peccato non ricordare che chi è rimasto nella storia della letteratura non abbia mai avuto grandi onori da vivo, che Beckett vendeva 300 copie e la Duras poche di più. Perché l’arte deve essere innovativa e l’innovazione, si sa, fa paura.

e ora che il cervello ci è andato del tutto in pappa, grazie sicuramente alle onde magnetiche dei cellulari ultrasottili, che non c’è prova facciano male e intanto friggono i nostri neuroni, ora che la sinistra mangia da Eataly, nonostante il trattamento che l’azienda riserva ai propri dipendenti, e compra abiti da H&M che costringe gli operai a turni estenuanti di lavoro e senza garanzie, ora che il comunismo è veramente un fantasma, i popoli saranno finalmente schiavi senza che nessuno ricordi loro che potevano essere liberi.