errori di valutazione

«tu non hai neppure idea cosa significhi, per una puttana, concedersi un fine settimana fuori e accorgersi a metà pomeriggio di essersi fatta accompagnare da un imbecille integrale per di più ipodotato».

annuisco, sebbene siano anni che non so cosa voglia dire passare un fine settimana fuori a fare robe sconce, perché noi nati con il pallino della creatività lavoriamo anche di domenica, e per conoscerla, l’arte, abbiamo stupidamente deciso di frequentare Accademie e Master anziché aspettare di accumulare 20.000 follower e perdere una serie di opportunità offerte invece ai professionisti degli altri Albi, entro cui noi creativi non possiamo accedere.

«ci pensi se io domani mi mettessi in testa di fare la divorzista e mi fosse anche consentito?».
«a che cosa ti riferisci?»
«lascia correre Marité, sono orticarie passeggere le mie, frustrazioni, invidie. perché trionferà sempre la trama divertente nel confronto con una scrittura densa o un tema scottante, a meno che a trattarlo non sia Saviano».
«beh, sì, è ovvio… come è ovvio che nel confronto tra due uomini, anziché l’intellettuale pelato, male in arnese e che viaggia in treno, tra le Milf trionferà il manager con tanti capelli e il completo figo e la gentilezza di un cicisbeo e l’auto di lusso, come quello che mi son portata a Montecatini assieme a un indigesto romanzo di Romain Gary».

«non mi dire!», allibita, io che conosco l’amore di Maria Teresa, la mia amica tarantina che fa marchette per fare la spesa, per lo scrittore francese.

«non so che cosa mi abbia dato più fastidio, se dover passare due giorni con uno che legge soltanto le indicazioni per l’uso del vogatore o avere sul comodino un romanzo che non mi appassiona».
«e lui che ha fatto?».
«il cicisbeo?»
«eh!».
«l’ho messo a leggere il romanzo di Gary obbligandolo a farmene una sinossi».
«e tu?».
«mi son fatta il giardiniere dell’hotel».

sento una risata maschile.
«hai un cliente?».
«no, stavolta è l’antennista».
ridiamo.
ma sì, sono errori di valutazione.

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gratis ci si diverte tra amici

si discuteva a cena su quale sia l’etica di un artista. il signore in questione sosteneva caparbiamente che un artista non può esibirsi davanti ai nemici politici o farsi pagare da gente di malaffare. alla mia provocazione: se ti stampasse Mondadori o Rizzoli (e quindi Einaudi & so on), tu cosa faresti, lui ha ipocritamente alzato il mento affermando che “no signore, no, mai sia”. ecco, io invece sì. farei l’editing anche a Bruno Vespa. correggerei bozze perfino ad Asia Argento.

per secoli, e parlo della categoria cui in fondo ancora appartengo, per secoli siamo stati trattati come appestati e sepolti fuori dai cimiteri, esiliati e disconosciuti dalle famiglie fino a non più tardi degli anni ’50, quando fare l’attrice significava essere una puttana ed essere una puttana non era come oggi motivo di vanto o attività da inserire sul curriculum assieme al listino prezzi delle prestazioni sessuali. siamo stati definiti ipocriti. e ora io dovrei aderire all’etica del non si lavora per il nemico?

io lavoro per chiunque paghi. e anzi lavoro soltanto per chi paga. perché funziona così: se sono un artista (giornalista, attore, musicista, scrittore) mangio di ciò che produco. se non mi faccio pagare (il libro, lo spettacolo, la prestazione professionale) sono un dopolavorista, se sono un dopolavorista e lavoro gratis sono anche un crumiro e uccido l’arte.

Wes Montgomery, uno tra i più grandi chitarristi di jazz, affermava di essere diventato un professionista  suonando quotidianamente stamponi (in gergo: standard di jazz triti e ritriti) ai matrimoni più sontuosi e poveri della città per dare da mangiare ai suoi numerosi figli. ma basta fare un passo indietro per sapere che il discorso di etica e politica per noi artisti non può stare in piedi, perché senza i “padroni”, i mecenati, senza cioè i principi sanguinari, i duchi e le regine capricciose, non avremmo mai avuto il Louvre, o Sgarbi, né senza i Papi (che tutto erano fuorché uomini di fede), avremmo i capolavori d’arte che sono la nostra unica ricchezza.

per cui la mia etica sta soltanto nel far bene il mio lavoro, e nel dire, come i buffoni di corte, tutto ciò che penso.

STAR zitte, dovreste

ieri, sul famoso social dove più sei seguito più accresci il tuo ego ipertrofico, lo “scandalo”. tale @Pellescura che non so chi sia né quale arte gli competa visto che gli tolsi la voce circa un anno fa per quanto mi annoiavano le sue battute, ha fatto la listina dei sedici “senzanome”, a me del tutto ignoti, che si sarebbero guadagnati il trono di twitstar comprando retweet dagli amici del gruppo. mi sento così imbecille perfino nel tradurre in parole questa storia, che mi domando se non valga la pena scriverne invece la sceneggiatura per un film demenziale.

finché i follower li compra un attore, un cantante, un musicista o uno scrittore, insomma una persona di spettacolo e non un guitto, un battutista di cui oggi siamo pieni, posso anche capirlo, viste le dure leggi del marketing. se tu, invece, e mi rivolgo a te con millemille follower e nessun talento se non il sacrosanto diritto di dire la tua in merito all’esistenza,  alla guerra e alla politica, se tu hai un posto fisso in Regione, presso il Comune, alla USL, o da qualunque altra parte; hai una famigliola, un fidanzato, una vita tua, non sei Gadda, non sei Volponi né Kafka, e da promuovere hai soltanto le battute che trascrivi dai telefilm che danno su Sky, ma mi dici a che cosa cazzo ti servono diecimila follower?

ed è soprattutto sui social che i dopolavoristi dell’arte si moltiplicano come virus spacciando l’idea che è il consenso a fare il successo costi quel che costi, imbrogliando, aiutandosi tra loro, facendosi recensioni l’uno con l’altro. scrivere non è un passatempo, come non lo è suonare, non è un’arte andare a rubare la visibilità per un’elemosina a musicisti che da 40 anni campano di questo mestiere di merda. non ci si esibisce per racimolare consensi, e se di tanto in tanto leggeste  qualcosa d’altri, sapreste che l’insuccesso è ciò che caratterizza l’esistenza dei veri artisti.

ho sviscerato il problema arrivando alla conclusione che, se come scriveva Romain Gary nel 1975,  “L’umanità è sempre stata alla ricerca del teatro, e che il motivo per cui i nostri vecchi e fatiscenti teatri sono frequentati da così poco pubblico derivi dal fatto che i giovani sentano sempre più il bisogno di essere attori e non solo spettatori“, allora se è così, se proprio non trovate soddisfazione nella vita che avete scelto di vivere, e nel vostro stipendio tassato alla fonte, almeno imparate l’etica di questo mestiere, e soprattutto, studiate.

donne di fantasia

lavoro come correttrice di bozze per alcune case editrici a pagamento – il c.v. l’ho inviato a tutti- e come free lance, anche se talvolta mi pare di fare vere e proprie traduzioni di quasi-italiano- italiano di roba assurda da correggere me ne capita tanta, eppure, una costante è la fantasia del maschio medio con velleità artistiche.

che si tratti del più fantasioso romanzo di avventura tra canyon o su Marte, o il più intricato thriller, o la spy story più originale sia mai stata concepita, l’italico scrittore ha due difetti (magari soltanto due), oltre quello d’inserire ovunque articoli, determinativi o indeterminativi poco importa, ed è quello di tratteggiare i personaggi femminili come donne fatali ed eroiche che nemmeno negli anni cinquanta i racconti fantasy delle riviste per ragazzi.

negli spogliatoi delle palestre, agenti speciali con occhi color acquamarina indossano reggicalze e calze velatissime sotto tailleur dai colori sobri. Poliziotte dal grilletto facile indossano culottes color champagne, anche le astronaute seducono il proprio scrittore terrestre denudandosi in solitaria nel bel mezzo della battaglia aliena e scoprendo, a lui soltanto e ai suoi numerosi lettori, un seno che nemmeno Venere in persona.

mai, e dico mai, che a sedurre i nostri eroici scrittori, siano donnette scialbe, segretarie dagli occhiali aggiustati alla meglio con il nastro adesivo e che mai si trasformeranno in stragnocche in tailleur. La fantasia si dirige verso l’impossibile, e il file di word diventa il luogo più sicuro dove lasciarsi andare a un orgasmo adolescenziale