perché Marité si asterrà dal voto

«questo sì, questo no, questo sì, questo… questo no!… questo sì, sì… questo nooo… ».
e sento che continua, ed evidentemente traccia linee drittissime sui nomi dei propri clienti.
«che cosa combini Marité?».
«faccio una selezione dei clienti, cambiando loro giorni e orari degli appuntamenti affinché non s’incrocino, che so per le scale, al bar di sotto o nel portone di casa… sai, son tutte eminenze grigie, personaggi riconoscibili, e su questo Referendum poco conta l’abito che indossi, una scazzottata, visto il clima da asilo, è anche possibile… ».

«e tu, Matité?, come sei schierata?».
«io semplicemente mi asterrò. penso sia giusto che una emarginata come me, che per campare può soltanto fare marchette nonostante le lauree e anni di lotte e anfibi consumati per i picchetti all’Università, non impieghi nemmeno un minuto della propria esistenza ad andare al seggio».
sono sorpresa.
posso soltanto emettere un chiaro «huummm… », carico di disapprovazione.

e vorrei abbandonarmi anch’io alla sua fermezza.
tanto non si profilerà nessuno scenario apocalittico, dicono sempre così ma poi non è vero, e il suo ragionamento fila eccome, perché anche io non ho più trovato uno straccio di lavoro, perché se sei laureata e ultraquarantenne ti resta soltanto la canna del gas, prostituirti su un sito per cougar o sposando qualcuno che possa darti una sistemazione.
e poi si lotta contro il femminicidio… che se le donne non hanno autonomia mi devono spiegare come potranno mai salvarsi…
e allora Marité ha ragione, ed io che sono emarginata come lei e non avrò pensione né uno straccio di tutela, non dovrei andare a votare.

«sai che cosa mi ha detto l’altro giorno un cliente?, dopo che mi ha tenuta impegnata sui propri attributi per più di mezz’ora e senza risultati?
scusami cara, pensavo al Referendum!».
infine sento il solito ronzio della frusta elettrica…
«stai cucinando un dolce?».
«no, sto facendo godere un sindacalista!».
riaggancio.
stavolta mi ha fregata.

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maledetto lunedì

quando squilla il cellulare sono in collina al quarto chilometro.

«faccio con amore il mio mestiere», mi fa Marité, e non è una domanda.
anzi, nel suo caso si potrebbe affermare che abbia fatto dell’amore il suo mestiere, ma non glielo dico. e se non sono mai stata cliente di Maria Teresa, la mia amica che fa marchette per fare la spesa, è soltanto per una questione di budget, non perché sia donna.

la conobbi da Intimissimi sei anni fa, a Milano, dov’ero ospite da mia sorella per alcuni giorni di riflessione e per vedere la mostra di Hopper. ricordo che la sua lunga mano scivolò attraverso la tenda del camerino sul mio fondoschiena: ti starebbe molto meglio una misura più piccola, disse la voce di Marité ancora senza un volto.
allora chiamai la commessa e seguii il suo consiglio. quando infilai la culotte la cercai per ringraziarla, ma era già uscita dal negozio.
tra donne libere ci si riconosce. così su Corso Buens Aires trovammo un baretto riservato per bere un tè e scambiarci i numeri di telefono.

«secondo te perché la gente cerca un lavoro e poi fa di tutto per perderlo? perché al contrario di tanti fratelli europei ci piace mostrare al mondo il nostro aspetto trasandato e fancazzista?, digitare su twitter quanto sia difficile il lunedì mattina, anziché ringraziare, il destino, il concorso, l’amico di famiglia che ci ha fatto assumere? perché c’è chi sbuffa se chiami il call center di un ospedale?, chi fa le facce se finalmente un cliente entra in negozio e domanda, e interrompe la chat su FB?
perché forse quelli che hanno un lavoro non se lo sono sudato?
perché la coerenza non è di questo mondo?
perché lamentarsi di ciò che si possiede è lo sport più praticato?
forse perché qui si pratica la remissione dei peccati anziché la dura legge del karma?

è alterata, lo sento. credo anzi che stia piangendo la mia cinica amica.
chiunque dovrebbe pensare a lei, alla mia bellissima amica in lacrime, prima di declinare sui social la propria infinita stanchezza. e dovrebbe provare ad avere cinquant’anni e a essere licenziato in tronco, prima di lamentarsi quanto sia difficile riprendere al lunedì mattina.

(Pioggia Dorata è la mia ultima uscita editoriale)

la filantropa del twitter

avete mai conosciuto qualcuno che senza sapere se avete bisogno di qualcosa si presta ad aiutarvi? che si precipita verso di voi digitando di voler risolvervi l’esistenza? filantropi digitali senza alcuno scopo se non quello di andare poi su FB a riferire di voi e della vostra piccolezza, e di loro, e dell’infinita generosità che li anima tanto da rovinarvi la Festa?
io sì, femmina, ieri, su twitter.

e se già da bambina ero così indipendente da non volere la mano di mia madre, ieri mi sono sentita quasi violentata.
e tutto per una battuta: lavoro non ce n’è ma fave sì.
beh, suvvia, se lo neghi o sei renziana o sei fascista, o raccomandata.

insomma, lei sostiene che il lavoro c’è e sono io che devo piegarmi a diventare programmatore java, o fresatrice; che sono un’arrogante a pensarla diversamente nonostante età, laurea e curriculum.
io, invece, sostengo che la differenza tra Padroni e Schiavi sta nel fatto che i Padroni lottano da sempre per tenersi stretto il proprio potere, mentre gli Schiavi si adattano a occupare i posti lasciati liberi. ed era proprio questo verbo che, ieri, la generosa maestrina ripeteva: devi adattarti, devi adattarti, devi adattarti.

le ho scritto privatamente confessandole che certo non sono ricca ma qualcosa alzo come correttrice di bozze, che non voglio comprarmi casa (al contrario di lei cui pare importare molto), perché non ho figli e perché ho scelto di essere libera di andare a vivere in Argentina quando mi pare, e che  la stavo giusto prendendo in giro. ma non mi ha risposto.

non mi sono mai adattata, pur avendo cercato lavoro come magazziniera o commessa. e non è arroganza, è competenza, o karma. e nonostante lei lo neghi i raccomandati ci sono, così come ci sono quelli che si autoproclamano scrittori dopo una sola pubblicazione tagliata addosso a un pubblico di voyeur, mentre c’è chi preferisce definirsi, più modestamente, spigolatrice.

Anche noi proletarie scopiamo con gusto.

Nonostante per farsi un amante si debbano spendere un bel po’ di quattrini in parrucchieri ed estetiste, per superare l’ansia da prestazione che televisione e social e Renzi (con il suo slogan sulla rottamazione degli anziani) hanno messo addosso a qualunque femmina abbia più di trent’anni, noi proletarie riusciamo comunque a scopare di gusto.
Eh no, perché pare che la fica ce l’abbiano soltanto loro.
Quelle che guadagnano vitalizi e pensioni d’oro a soli 40 anni.
Certo scopare è complicato per noi vista l’offerta ricchissima di fica multietnica e multifunzionale e i prezzi altissimi di alberghi e pensioni. Però ci riusciamo.
Siamo un esercito di donne pacate ed esperte alla disperata ricerca di una maledetta uscita di sicurezza da un’esistenza claustrofobica fatta per lo più di bollette del cazzo e liste della spesa.

E pensare che è stata proprio la politica a negare a tante di noi l’opportunità di avere una vita propria senza dover andare a far marchette in giro per sopravvivere.
Anche con il proprio marito, è ovvio.
Perché anche sposare chi non si ama è prostituzione. Nonostante sia una tradizione che portiamo avanti da secoli.
Nessuno ci pensa alle mogli che stanno h 24 sui social alla ricerca disperata di qualcuno veramente figo che sostituisca tutto ciò che non hanno avuto in vita. Lavoro compreso. Soddisfazioni e opportunità.

Però si scopa. Di tanto in tanto capita il cinquantenne non afflitto da “adolescenzite” o il trentenne novello sposo che vedono nelle nostre tenere zampe di gallina qualcosa di così autentico e sensuale da voler andare oltre, da chiederci un secondo appuntamento e da arrivare ad amarci. Nonostante non abbiamo i soldi per il lifting. Nonostante li costringiamo a cunnilingus nella Smart al limitare del bosco. Nonostante possiamo concedere loro soltanto un’ora, tra la “presa” del maschio da calcetto e quella della femmina da danza.