reprimenda del venerdì

quindi, se a quest’ora sei qui a leggermi non sei ancora al primo sorso, quello serio, intendo, che dà inizio alla baldoria. ma se è vero che si rimane alcolisti per sempre, è anche vero che ogni giorno è quello buono per smettere, e anche quello dopo, e che fallire una volta non significa che un giorno non ce la faremo a rimanere sobri e felici.

la difficoltà di smettere sta nel fatto che se ti fai una birra doppio malto in un bar non è come se ti rollassi una canna, sebbene l’effetto sia all’incirca lo stesso, soprattutto se sei abituato a bere a stomaco vuoto. la difficoltà è che come già scritto qui  bere è abitudine comune, e rifiutare un bicchiere equivale a essere strani, un po’ fuori fase, a dichiarare la propria debolezza, l’incapacità a essere equilibrati e godersi quel po’ di vino che non è poi deleterio. è vero, e milioni di volte provo sconforto a non poter unire al cibo il vino giusto. ma è così: basta un sorso per riprendere, e bisogna che amici e parenti se ne facciano una ragione, sempre se siamo decisi a interrompere il circolo vizioso.

ma facciamone pure una questione politica. che ne dite del fatto che ci hanno costretto per anni a fumare, attivamente e passivamente (i monopoli, il marketing, l’industria), per poi metterci sui pacchetti le immagini di un polmone dilaniato dal cancro ma lasciare spazi e concessioni all’alcol e al gioco?
se un bicchiere al giorno fa bene, la sbronza settimanale no. belle pupe che ballano discinte e “l’attesa che è il piacere stesso”, sono soltanto esche polpose per la nostra infelicità, non soluzioni. non siamo in un telefilm americano, non siamo noi il protagonista figo che torna a casa e va dritto al frigo per spararsi la prima lattina e mettersi davanti alla TV. una volta finita la lattina non avremo che da aprirne un’altra e un’altra ancora fino a notte fonda, e non cambierà nulla, il nostro “status” non migliorerà, anzi, le soluzioni che la mente ubriaca ha partorito, il giorno dopo le avremo dimenticate, e non avremo fatto alcun passo avanti, solo, avremo meno soldi nel portafogli, meno autostima, alito cattivo, e un gran mal di testa.

se stasera vuoi smettere, chiama gli amici e dì loro che hai da fare, procurati una bella cassa d’acqua e un paio di bei film e resta a casa.

Facebook

tutti ripetiamo ogni giorno gli stessi riti. e il social di Zuk, con le sue faccine puerili  e i moralisti OT, è perfetto per farlo ottenendo pure consensi, e non il solito rimbrotto di chi, in famiglia, non ne può più di noi e delle nostre abitudini.

su FB ci piace essere riconoscibili, anzi, siamo una certezza per gli altri e per noi stessi con i nostri “buongiorno mondo”, i selfie puntuali come cacio sui maccheroni, gli articoli anti Islam, anti USA, anti maschi, e non fosse che poi vorremmo rivoluzionare il mondo, e la rivoluzione, si sa, si fa sottoterra a suon di botte vere, saremmo perfetti; non fosse che abbiamo da dire su tutto e su tutto vorremmo avere ragione, pur pubblicizzando la nostra capacità dialettica, saremmo anche delle piacevoli persone; non fosse che siamo convinti che scrivere uno status divertente equivalga a scrivere un romanzo di successo, FB sarebbe una casa accogliente, non fossimo tutti consapevoli che questo social ci dà meno di quanto ci toglie, saremmo anche intelligenti.

poi ci sono quelli che come spie dormienti si attivano soltanto su determinati ordini: compleanno, fica, ospedale, ossia che ti rivolgono la parola soltanto se hai uno di questi tre requisiti, e sono i più teneri, quelli che, uscendo da FB, ho veramente paura si disintegrino al sole come Dracula, quelli che forse hanno un’esistenza soltanto come account. e poi basta a trasformarci, che se qualcuno ci incontra a una festa non ci riconosce. finiamola di fotosciopparci, che quello cui diamo appuntamento si fa seghe inutili. smettiamola di perorare la verità e recitare bugie.

cazzarola, ci si monta l’un l’altro contro l’Europa e poi ci si pente. facciamo un po’ ridere, e più ne sto fuori più avrei voglia di rinascere hacker competente. perché a voi voglio bene, al Sistema, no.

inerzia

cambia che se non ho un altrove e un oltre cui rivolgermi posso stare seduta sul muretto della Casa del Jazz a non pensare, a guardare il cielo che si tinge di notte, il volo degli uccelli. posso non occuparmi di nulla e lasciare sia l’inerzia a prendersi cura di me. cambia che quando sono fuori dai social, lontana dal confronto con il mare di gente in cerca di notorietà e scontro, mi sento meno speciale, meno intelligente, meno bella ma più viva.

diversamente dall’altra volta, quando chiusi i social per sette mesi, non ho neppure avuto l’astinenza delle prime ore. il tempo si è dilatato e la mente si è svuotata in meno di un’ora, e tutto è diventato meno indispensabile, meno magnifico. soprattutto la corsa idiota verso il nulla che una pubblicazione più importante potrebbe darmi.

i social ci friggono il cervello perché nessuno sa usarli veramente con parsimonia. si dice, ma nessuno lo fa. ho visto giornalisti famosi cascare su una discesa montana a Cortina per rispondere a un post.
i social sono mortali. enfatizziamo ogni cosa, anche la più scialba, e noi enfatizziamo ciò che vediamo fuori, al supermercato, in Metropolitana, sul rettilineo dell’autostrada, la rendiamo speciale per sbatterla sui social e suscitare un po’ di clamore.
ed ecco che anche una vita di merda diventa accettabile.
un rifiuto l’onta pubblica.
un amore del cazzo l’unione della nostra vita.

tornerò, ma ciò non toglie sia sempre più consapevole di ciò che ci tiene prigionieri. perché si muore comunque, nonostante tante like.

dipendenza da no social

la prima volta che chiusi tutti gli account mi fece male, il fuori mi mancava.
stavolta no.
stavolta respiro.
assieme alla mia ansia da rendimento e il panico da prestazione siete spariti tutti, scrittori, editor, correttori, editori, manager, spettatori, attori, musicisti, lettori e scenografi. tutti quelli dai quali credevo la mia esistenza dipendesse si sono ridotti al nulla che di fatto rappresentano.
siete ciò che fate. la maggior parte delle volte soltanto una biografia su twitter.

sono in un microcosmo silenzioso, ridotto a chi mi conosce e mi ama sul serio, che mi telefona per sapere come sto, scrivendomi di tanto in tanto, e basta.
il respiro si è fatto più ampio, l’orizzonte è ben visibile, sento il tipico rumore della terra che gira su se stessa. e voi?
non vedo attorno a me chi si ammassa, giudica, fotografa. chi corre verso un obbiettivo solo, la visibilità, qualunque essa sia. quella di un artista o di un serial killer fa lo stesso. l’importante è innalzarsi sopra gli altri. pazienza se sui loro corpi. è così nelle competizioni, nei rapporti umani, come bestie ridotte alla barbarie.

non mi esibisco più, fatelo voi che siete più bravi.
voglio passare ore in altalena, sul lago, dove la vita dura tantissimo.
e voglio scrivere, lo sto facendo ogni giorno, ma senza dover scansare o chiedere i vostri giudizi, senza dover tener presente ciò che si porta quest’anno in editoria e ciò che no.
sono stanca delle tenerezza ipocrita delle parole.
siamo ciò che facciamo, e basta.

Buon 8 marzo senza retorica da social network.