non c’è altro modo per uscirne

da quando sono ritornata #social ho adottato un metodo infallibile per non ricadere nella dipendenza, per non chiedere più endorfine e diventare anch’io come certi amici che non scopano più e postano per ore evitando qualsiasi rapporto esuli da quello digitale: ho eliminato le applicazioni sul cellulare, spengo il computer e scrivo a mano in attesa di ordinare la Hemingwrite. non c’è altro modo per non finire sotto il loro controllo.

la gratificazione ci tiene incollati ai social per non farci pensare, chiunque noi siamo, qualunque sia la nostra levatura sociale o il nostro mestiere o il nostro passato. tette grandi o piccole siamo tutti ridotti alla miseria e alla frustrazione se abbiamo bisogno dei consensi di sconosciuti che riteniamo pure imbecilli per sentirci realizzati, e se per farlo ci riduciamo a fare i buffoni in video come i pischelli che non hanno altri contenuti da mostrare, se non ci basta l’atto in sé, la parola scritta, per esempio, l’idea di un progetto di narrazione che non abbia come unica finalità il successo ma la scrittura stessa, questo cazzo di successo che trasforma uomini in carnefici, stragisti, dirottatori di aerei. è questo il morbo che si sta diffondendo tra gli uomini qualunque, gli anonimi, i niente, ma anche gli scrittori, gli intellettuali, gli attori. l’accumulo di fan, la collezione completa dell’album: 20mila teste di cazzo che mi seguono. 

allora c’è un solo modo per fare la rivoluzione, amici miei complottisti e antiamericani, nemici della CIA e fantapolitisti, antivaccinari e alternativi, vegani e ufologi, bisogna chiudere questi maledetti social. ma che gusto c’è, direte voi che avete twittato il colpo di stato in Turchia tutta la notte e certamente non per il bene dell’informazione, che gusto c’è a essere complottisti, a essere analisti a essere fantapolitisi, a essere scrittori, se non per comunicare al mondo chi siete?, che state andando in TV, che sarete intervistati su Radio tre, che sarete… io ora vi saluto.

ho una giornata intera per leggere, io.

l’orignalità crea mostri

ho riattivato il profilo #twitter, ma soltanto per rendere pubbliche le belle recensioni uscite tra ieri e ieri l’altro (qui: http://www.crapula.it/pioggia-dorata-elena-bibolotti/ e qui:http://www.puglialibre.it/2016/06/pioggia-dorata-di-elena-bibolotti/), e mi sono arrivati circa 450 messaggi di benvenuto. ecco, la punizione per aver disattivato l’account. e minchia, come state, poi però rompete il cazzo con la sincerità: seguimi anche su Fb e Instagram, anche su Snapchat -il social del momento quello che vi fa sembrare più imbecilli in poche semplici mosse- e su Linkedin, su google plus o che ne so. saluti indiani, giapponesi. inchino e saltello per avere amici qui e lì, per essere ovunque passibili di giudizio e critica o pacca sulla spalla ma soprattutto CONSENSI. per non sentirci mai mai mai soli. quando poi non basta nemmeno una vita assieme per conoscersi, quando i migliori tradimenti te li riservano sempre quelli cui hai riservato anni di amore.

un acero mi ha detto ieri sera che il mondo gira e basta, poco importa quale sia la vostra opinione sulla vita. certamente. opinioni lette su Spinoza.it, o Lercio, perché la sola opinione che vale per tutti è l’ironia a tutti i costi, anche sul morto, perché si sta qui per ridere e scrivere stronzate, certo, salvo poi aggredire, sempre per ridere.

eppure scorro la TL. e leggo ancora gente che chiacchiera della possibilità dialettica offerta dai #social, dove guai a te se mi contraddici. dove la tua opinione è sempre più giusta della mia, e spesso è vero, ma guai ammetterlo.

il mio obiettivo è non farmi usare. certo, lo so, con gli uomini mi è sempre andata male.

sogni

da quando son fuori dalle logiche social della scarica di endorfine da like, della discussione inutile e della risposta piccata, e ho ripreso a pieno ritmo le mie ore di meditazione, sogno di nuovo e tanto.
(anche la Yourcenar praticava la meditazione trascendentale. le era assai utile per la scrittura. io lo faccio da 23 anni ma lungi da me qualunque idea di somigliare alla meravigliosa Marguerite).

al contrario dell’anno passato, mio primo lungo esilio social, stavolta non ho neppure l’orrido Blog di Io scrittore come sostituto delle beghe del network da scorrere in su e in giù per evitare di pensare a quanto sia da stupidi credere di riuscire in qualcosa qui in Italia. e nemmeno vado a sbirciare su Twitter il profilo della Lucarelli o della Lipperini.

e se fino due giorni fa durante il sonno ero costretta a combattere con un gruppo nutrito di persone, per lo più maschi, che chiudevano la finestra che ogni volta io riaprivo sul sole e sulla campagna, stanotte mi trovavo invece nel Salento, in automobile con un uomo rassicurante che, svoltata una larga curva, mi mostrava il cielo sul mare tingersi di rosa e fucsia e giallo.

l’altro ieri, invece, mi sono svegliata ridendo. stavolta ero nuda e scalza. soltanto il foulard rosso “anarchy” al collo, il mio preferito comprato a Londra, le cui frange mi scendevano sui seni, rendendoli ancora più grossi e sodi.
ed ero nuda. a mio agio tra la gente; al bar, al ristorante, in centro tra le vetrine; selvaggiamente nuda e intimamente felice del corpo che mi portavo appresso e del tutto simile a quello che curo quotidianamente, ossessionata dal pericolo di diventare una vecchia gobba e flaccida, e sola, e frustrata, o peggio schiava delle logiche di Massa, e del “se non ti vedo non esisti”.

più guardo la realtà con distacco più misuro la mia e la vostra inutilità.

inerzia

cambia che se non ho un altrove e un oltre cui rivolgermi posso stare seduta sul muretto della Casa del Jazz a non pensare, a guardare il cielo che si tinge di notte, il volo degli uccelli. posso non occuparmi di nulla e lasciare sia l’inerzia a prendersi cura di me. cambia che quando sono fuori dai social, lontana dal confronto con il mare di gente in cerca di notorietà e scontro, mi sento meno speciale, meno intelligente, meno bella ma più viva.

diversamente dall’altra volta, quando chiusi i social per sette mesi, non ho neppure avuto l’astinenza delle prime ore. il tempo si è dilatato e la mente si è svuotata in meno di un’ora, e tutto è diventato meno indispensabile, meno magnifico. soprattutto la corsa idiota verso il nulla che una pubblicazione più importante potrebbe darmi.

i social ci friggono il cervello perché nessuno sa usarli veramente con parsimonia. si dice, ma nessuno lo fa. ho visto giornalisti famosi cascare su una discesa montana a Cortina per rispondere a un post.
i social sono mortali. enfatizziamo ogni cosa, anche la più scialba, e noi enfatizziamo ciò che vediamo fuori, al supermercato, in Metropolitana, sul rettilineo dell’autostrada, la rendiamo speciale per sbatterla sui social e suscitare un po’ di clamore.
ed ecco che anche una vita di merda diventa accettabile.
un rifiuto l’onta pubblica.
un amore del cazzo l’unione della nostra vita.

tornerò, ma ciò non toglie sia sempre più consapevole di ciò che ci tiene prigionieri. perché si muore comunque, nonostante tante like.

se pensi al social e non all’erezione sotto il pigiama…

quando finiranno i cinquantenni avremo soltanto uomini depilati e nerd.
un mondo orribile d’incertezza e di “non lo so”, di priorità zero e di una costante conta di calorie perse e di chilometri corsi durate la settimana.
maschi barbuti o rasati secondo la moda del momento ci parleranno soltanto di arrampicate estreme e di gossip, dell’ultimo talent show culinario, di cani di razza e delle loro abitudini, di quanti minchia di follower hanno conquistato o perso.

quando finiremo anche noi, e anche l’ultima generazione analogica di donne sparirà, regnerà l’ansia da rendimento e il terrore d’invecchiare, la dieta vegana estrema e la conta dei coloranti ingeriti quotidianamente, la depilazione brasiliana anche d’inverno e le unghie posticce anche ai piedi, l’orrenda cura di sé finalizzata al selfie.

perciò è importante capire la propria dipendenza.

se l’ansia è più forte del godimento.
se si ha più piacere nell’acquisire follower che a fare sesso.
se si legge meno di un libro al mese.
se si sottolineano soltanto frasi inferiori a 140 caratteri.
se il primo pensiero al mattino è il social e non l’erezione sotto al pigiama.
se un successo al lavoro conta meno di 50 retweet da 50 sconosciuti, allora è arrivato il momento di farsi curare. o di chiudere tutti gli account.
io l’ho già fatto.
e non vedo l’ora di farlo di nuovo.

a Roma il primo centro contro le dipendenze 2.0 http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18418-al-gemelli-si-cura-la-web-dipendenza-di-bambini-e-adolescenti?refresh_ce