non c’è altro modo per uscirne

da quando sono ritornata #social ho adottato un metodo infallibile per non ricadere nella dipendenza, per non chiedere più endorfine e diventare anch’io come certi amici che non scopano più e postano per ore evitando qualsiasi rapporto esuli da quello digitale: ho eliminato le applicazioni sul cellulare, spengo il computer e scrivo a mano in attesa di ordinare la Hemingwrite. non c’è altro modo per non finire sotto il loro controllo.

la gratificazione ci tiene incollati ai social per non farci pensare, chiunque noi siamo, qualunque sia la nostra levatura sociale o il nostro mestiere o il nostro passato. tette grandi o piccole siamo tutti ridotti alla miseria e alla frustrazione se abbiamo bisogno dei consensi di sconosciuti che riteniamo pure imbecilli per sentirci realizzati, e se per farlo ci riduciamo a fare i buffoni in video come i pischelli che non hanno altri contenuti da mostrare, se non ci basta l’atto in sé, la parola scritta, per esempio, l’idea di un progetto di narrazione che non abbia come unica finalità il successo ma la scrittura stessa, questo cazzo di successo che trasforma uomini in carnefici, stragisti, dirottatori di aerei. è questo il morbo che si sta diffondendo tra gli uomini qualunque, gli anonimi, i niente, ma anche gli scrittori, gli intellettuali, gli attori. l’accumulo di fan, la collezione completa dell’album: 20mila teste di cazzo che mi seguono. 

allora c’è un solo modo per fare la rivoluzione, amici miei complottisti e antiamericani, nemici della CIA e fantapolitisti, antivaccinari e alternativi, vegani e ufologi, bisogna chiudere questi maledetti social. ma che gusto c’è, direte voi che avete twittato il colpo di stato in Turchia tutta la notte e certamente non per il bene dell’informazione, che gusto c’è a essere complottisti, a essere analisti a essere fantapolitisi, a essere scrittori, se non per comunicare al mondo chi siete?, che state andando in TV, che sarete intervistati su Radio tre, che sarete… io ora vi saluto.

ho una giornata intera per leggere, io.

memoria

e se non restasse traccia di noi? sarebbe la punizione più appropriata per una umanità che tiene principalmente alla propria sorte individuale e, forse, a quella dei propri cari. milioni di selfie svaniranno, il digitale non ha una durata certa. e chissà gli e-book. e la musica.

la memoria è legata a un’esperienza. un’esperienza è tattile, è visiva, tridimensionale, olfattiva, uditiva. a lungo andare delle persone ricordiamo l’odore o la voce, le espressioni ricorrenti più che i concetti espressi. dopo appena sei mesi la mia memoria ha cancellato la metà degli account che pure erano presenti nella mia esistenza digitale.

quando facevo teatro imparavo il testo a memoria grazie alla logica dei movimenti che scaturivano dalla parola, che a essa erano legati, dall’esperienza di andare da un punto A a un punto B del palcoscenico, di alzare un braccio o di voltare la testa. se ripetevo il testo anche mille volte stando ferma, non ne ricordavo che il trenta per cento. quando scrivo un racconto su carta devo prima elaborarlo nella mente con attenzione, ripassarlo attraverso lo scanner della memoria, imprimerlo sul foglio attraverso il gesto della mano e l’esperienza tattile della porosità della carta, del suo odore.

quale esperienza può darci una parola di conforto digitata rispetto a una carezza? quanto c’è in un gesto che milioni di parole non potranno restituirci? eppure c’è ancora chi sostiene che le due esperienze, analogica e digitale, si equivalgano.

Fatiche moderne

Ma sì che gli amanti son faticosi.
Anzi, stando ai commenti delle amiche, sono proprio un gran rottura.
E’ divertente parlarne, sognarli. Ma mettere in pratica certi sogni, i film che giriamo nella nostra fantasia prima di addormentarci, è una fatica assurda.
Trovare il tempo, il luogo, il momento adatto. Il coraggio.
Per non parlare della voglia, che dal giorno in cui lo hai incontrato, l’oggetto del desiderio, a quando ti scrive, ti è già passata.
Per una donna matura, “romanticamente” MILF, l’appuntamento con l’amante trentenne, o più maturo non importa, deve sempre corrispondere alle settimane successive a quello con il parrucchiere e alla tinta dei capelli. Al pedicure.
Non è più tempo della chiamata improvvisa («dai vieni»-«sì vengo»).
Ci si deve preparare in tutti i sensi.

L’appuntamento con l’amante non vuole ansie, pensieri, preoccupazioni: figli, bollette, lavoro.
C’è bisogno di una depilazione completa e accuratissima: in una società che inneggia e vive di stereotipi e luoghi comuni, di sogni che non sono mai fine a se stessi ma obbiettivo stesso della vita, non ci si può permettere la calza smagliata né ombra di ricrescita.
La società plastificata pretende la perfezione, l’adesione alle immagini pornografiche e ai pompini da pornostar con cui i nuovi maschi son stati cresciuti, non la voce, il senso, la pelle.
Come se, la realtà che non ci accontenta più, fosse stata messa da parte dalle illusioni coltivate sul web e sui social: di essere amati per ciò che siamo.