il senso della vita

non c’è niente per cui valga a pena uccidere se non la strenua salvaguardia della propria esistenza, quella di un figlio o di qualunque creatura inabile a farlo da sé.
o forse è così soltanto per chi conosce il valore della vita, un valore assai relativo, e che dipende tanto dall’amore e la stima che ognuno ha verso se stesso. un valore che aumenta o diminuisce secondo le prospettive che siamo in grado di vedere e le opportunità che si sono offerte, e che noi abbiamo scovato cercando con attenzione nel degrado di questa umanità in affanno alla ricerca di celebrità e quattrini.

e l’opportunità, infatti, non è nella celebrità né nei quattrini.
perché con cinquemila euro si fa poco. perché le case, anche a Centocelle o Alessandrino, stanno all’incirca a 900 euro al mese.
con cinquemila euro, in Europa, si campa tre mesi se tutto va bene.

l’esercizio spirituale più difficile che abbia mai fatto è stato quello di pregare per il bene del mio peggior nemico, e di farlo con il cuore; il mio preferito è invece quello di inspirare con la consapevolezza che quello sarà il mio ultimo respiro.
E per cinquemila euro, o centomila, non si può togliere il respiro a nessuno.

ma siamo in Europa. a Roma, dove si fa sesso per strada e si caga alla Stazione Termini, davanti a centinaia di passeggeri. a Roma, dove ti danno un letto per dormire a prezzi usurai. dove un pezzo di pizza di merda costa quanto un sacco di farina. dove il centro storico è stato occupato da radical chic e cravattai. dove non c’è più una bottega artigiana, dove a ogni angolo trovi però uno sportello bancomat, a ricordati che “dio è trino ma a Roma è quatrino”.

nomade

papà me lo diceva sempre che il DNA della gente di frontiera ce l’avevo anch’io nel sangue, che avrei continuato a viaggiare fino alla fine dei miei giorni, che non avrei mai messo radici. il nomadismo mi sta bene addosso. stare in compagnia di giro a far valigie ogni giorno, lasciare la città all’alba, come un’assassina salpare di notte, era ciò che amavo di più della vita del teatro.
ogni giorno s’incontra l’ignoto.
ogni giorno si provoca il destino.
da ragazzina andavo in giro con una grande sacca piena del necessario per la sopravvivenza. credevo di dover essere sempre pronta all’apocalisse. più probabilmente mi sentivo in colpa. c’era sempre qualcosa per cui avrei dovuto espiare. pensavo, credo avessi meno di dici anni, che se tutto fosse andato storto avrei risolto la mia esistenza terrena facendo un viaggio a piedi fino al Polo Nord.
dormire sotto cieli diversi mi fa rivedere la strada percorsa attraverso prospettive diverse e a darle ogni volta nuove direzioni, a esplorare le infinite opportunità che la vita mi offre.
sono nomade, non avrò casa, non avrò legge. e soprattutto non sarò mai schiava di un mutuo.