artista

«impara l’arte e mettila da parte», mi disse papà quando seppe che ero stata selezionata tra centinaia per la Silvio d’Amico: «la bambina non può fare altro, confermò mia madre», quasi si trattasse di una grave malattia. d’altra parte avevo lasciato il liceo, tentato più fughe da casa con l’idea folle di vivere a Parigi per strada.

«hai un sacco di soldi e un bell’attico in centro?, perché soltanto così avrai buoni e rapidi risultati, giacché teatro e cinema si fanno per lo più durante le cene in terrazza». la veritiera rivelazione di mia zia attrice, che sul finire degli anni ’50 dovette cambiare nome e cognome su richiesta del padre, che si vergognava per quella scelta scellerata, mi fece piangere. eppure anche oggi certi insulsi personaggi della TV del pomeriggio fanno carriera in terrazza, scattando selfie.

gli anziani ci provavano regolarmente con noi ragazzine: attori, registi. la vocazione alla sofferenza andava d’accordo con la perdizione, Justine 2.0 (cioè io) era una piccola ingenua né più né meno che Suzanne Simonin, non faceva calcoli, non metteva in preventivo la ricerca di un buon nome da cui farsi impalmare così da ottenerne i favori. non tutte nasciamo Juliette, purtroppo.

ma oggi basta meno, molto meno. è sufficiente la fantasia di un chiodo arrugginito e il papà che paghi un corso professionale.  basta un diploma per essere artista professionista, per aprire una Partita Iva, dimenticare la vocazione al dolore e correre veloce a occupare ogni ambito, vincere tutti i premi, senza lasciar spazio ad altri.

qui Pioggia Dorata

qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana.

 

e quindi?

non sono una che tagga ogni due post, non m’interessa il “clap clap” dell’amica o del critico, ho superato da un po’ i tempi della scuola, sebbene dei voti me ne fottessi anche allora. sono nata anarchica, la prima manifestazione contro la gestione scolastica la organizzai in prima media, poi ho avuto la fortuna di studiare arte e diventare confidente di gente per lo più morta che la pensava come me: cioè che il potere ti fotte sempre. a quattordici anni credevo di essere fidanzata con de Sade e che lui mi parlasse attraverso le pagine dei suoi romanzi, perciò li leggevo. ma per essere coerente come i grandi pensatori, un po’ si deve andare contro la maggior parte e soffrire della mancanza di stima di alcuni, o della totale indifferenza  di altri, o della loro malafede intrinseca.

credo di non essere scrittrice “da perdite bianche”, per citare il Marchese Fulvio Abbate su certa letteratura femminile contemporanea https://www.youtube.com/watch?v=k1YuWEu-r94&feature=youtu.be, e non abbastanza di genere per l’editoria, appunto, di genere. mi perdo nei particolari e nell’analisi dei personaggi ma anche nella storia; a dar retta alle decine di manuali e alle parole degli scrittori celebri profuse sui giornali, bisognerebbe sempre fare ciò che la verità ci racconta, anche se questo l’avevo imparato anni fa a teatro, ma guarda caso, la mia verità, al contrario di quella più scialba di altri, non corrisponde mai a quella dei Direttori Editoriali.

non mi travesto, non ho nessuna voglia di cercare di essere figa e originale, truccarmi super strana lo facevo a 14 anni quando giravo per locali in calze a rete e i romanzi di Sartre sotto il braccio in cerca di vecchi amanti che pagassero bene, così come scrivere illeggibile fingendo una ricerca linguistica pure sofferta, o mostrare il mio culo (potrei farlo ancora) per protestare contro la Fiera del Libro. e son trucchetti che vanno sempre di moda, discorsi tra marketing manager: dai, lanciamo la ventenne autolesionista, dai lanciamo la quarantenne bona che scrive erotico.

ma se c’è una cosa che ho imparato dopo qualche anno in questo ambientino dove si legge soltanto per attribuire voti, è che quando qualcuno ti scrive: ho letto il tuo libro e l’ho finito adesso, ma non prosegue nel giudizio, non devi rispondere MAI.

chi conta e chi no

mi hanno sempre annoiato quelli che contano, quando me li ritrovavo a tavola con i loro congiuntivi sbagliati e la mancanza di argomenti.
non ci ho mai badato a “chi conta e chi no”, perciò sono povera, perciò non ho sposato un milionario quando a ventisei anni finii in certi giri ai Parioli. sbagliando certamente, almeno secondo qualcuno, viste le occasioni che mi sono lasciata sfuggire per distrazione. più presa dalla situazione in sé, la parte a memoria e la memoria dei gesti, gli esercizi di riscaldamento e gli scioglilingua, l’emozione, che da misurare l’importanza di chi entrava in camerino per complimentarsi o per rubare un paio delle mie mutandine di scena.

hanno anche provato a convincermi che per tenersi un uomo, soprattutto se conta, “non bisogna darla”. un ragionamento da terrona, ma a anche da milanese, che non capivo allora e nemmeno oggi. forse non ho bisogno di tenermi nessun uomo perché so fare da sola, e perché credo che il rapporto a due preveda reciprocità non il mercanteggiare attorno a un gesto d’amore. perché se a un maschio basta conquistare un organo sessuale per sentirsi soddisfatto, allora è bene che sparisca rapidamente dalla mia vita, onde evitare che debba salvarlo io da se stesso.

la verità è che non sono nata qui, in quest’epoca dove si predica l’essere e si coltiva l’apparire. vengo da un tempo in cui le donne erano libere, e salivano sulle barricate e imbracciavano il fucile, in cui riservare spazio al pensiero lento era più importante che fare shopping per compiacere il proprio maschio e camminare in ridicolo equilibrio su tacco dodici. un tempo in cui la conquista dell’autonomia era più importante che trovare protezione presso un uomo potente. sono nata in un Paese democratico, non qui.

è perciò che la desadiana Justine rimane la mia eroina preferita, e che il mio cuore sarà per sempre soltanto un muscolo.

l’attesa

credo non ci sia niente di più erotico dell’attesa. e se da ragazza ero impaziente di mostrarmi (perché la fretta è dovuta soprattutto a una certa dose di esibizionismo), se correvo dai miei vecchi amanti con l’entusiasmo dei sedici anni, entusiasmo il più delle volte spento dalla loro impotenza -fisica o psicologica poco importa-, se da ragazzina sognavo di regalare loro la più bella esperienza al mondo, oggi so che non è così.

il web ha orribilmente accorciato le distanze. e quando l’approccio erotico non è ben condotto si rischia di trovarsi di fronte a tristi parti anatomiche, preludio di tristi incontri clandestini, di tristi saluti in stazione, di ancor più tristi “facciamo finta che”.
e se da un lato accumuliamo esperienze, dall’altro ne bruciamo inutilmente più della metà.
che siano amicizie (presunte tali), o amori (chiamiamoli così per abitudine), è difficile che una volta consumate si trasformino in storie.

scrive Houellebecq “…l’appiattimento dei criteri di seduzione intellettuali e morali a vantaggio dei criteri puramente fisici conduceva a poco a poco i frequentatori di locali per coppie a un sistema leggermente diverso, che era possibile considerare come calco della cultura ufficiale: il sistema sadiano. All’interno di tale sistema, i cazzi erano uniformemente rigidi e smisurati, i seni siliconati, le fiche depilate e schiumanti. Spesso lettrici di Connexion o Hot Video, le frequentatrici dei locali per coppie davano alle proprie serate un obbiettivo semplice: farsi impalare da una caterva di grossi cazzi. La tappa successiva, per loro, in genere era costituita da club sadomaso. Il godimento è questione di costume -come probabilmente avrebbe detto Pascal se si fosse interessato a questo genere di cose”.

ossessionate dal ritmo frenetico delle attrici porno tralasciamo l’attesa, inibendo il desiderio maschile alla caccia e alla conquista. il nostro essere sollecite li rende sempre più pigri, al terzo giro di email sono già vicini all’orgasmo.
tutto è finito prima che si decida il luogo dell’incontro.

de Sade

ma sì, ma sì che vi ci vedo a leggere i romanzi del divin Marchese galleggiando tra le subordinate e nuotando tra le digressioni,  il fulcro della sua scrittura, lunghe tre, quattro, sei pagine e soltanto di spiegazione filosofica del proprio pensiero, del perché e del gusto per le torture, scudisciate, violenze e prigionie, le uniche che in fin dei conti ricordiate.

ma sì che siete abili, che non siete abituati a prendere soltanto il buono: ciò che può servirvi per 140 caratteri da sturbo. sono io che sottostimo chiunque non possa guardare negli occhi, che non ha nome, che ha un autore alle spalle, l’anonimo digitatore di sciocchezze che regna dentro di lui, consapevole però che potrò scacciarlo in qualsiasi momento: perché sui social ci sto soltanto per lavoro.

vi ci vedo con in mano le centoventi giornate di Sodoma, a discutere dell’efferatezza di quelle scene e del perché, a soffermarvi sul suo cinismo e sul perché ce l’abbia tanto contro dio e l’ignoranza in genere, quella che anche Voltaire critica aspramente, dileggia fino al ridicolo, mette in ombra.

«che porco quel de Sade», riesce a balbettare il mio interlocutore arrossendo per la vergogna di non saper cosa dire.

io, quando non so cosa dire, mi metto ad ascoltare.