il genio sa rubare.

era il 1999 quando partii per San Francisco, assieme ad alcuni editori, per trattare l’acquisto di Liquid Audio, un software che consentiva di scaricare musica pagando i diritti all’artista e alla casa discografica. invece arrivò MP3 e ci fregò tutti. musicisti per primi, che dopo il plauso iniziale e aver goduto per alcuni anni della fama del web, si son trovati senza più diritti e con le vendite dimezzate. “Copyfree, Copyfree”, digitava la maggioranza.
ecco, oggi io direi “ma anche no”.
in un’epoca d’individualismo e mancanza d’idee, quando l’impiegato a stipendio fisso può permettersi di pagare un editore, o di non prendere soldi e baciargli anche le mani, a discapito di chi vive di parole, direi che la libera circolazione delle idee sia più che altro un delitto. a meno che gli impiegati decidano di dividere il proprio stipendio con chi scrive per lavoro e a causa dei crumiri fa la fame.

dunque approfondisco la vicenda, sulla quale, per il momento, amici comuni non hanno proferito parola.
ieri sera, girando per FB, leggo questo post: “In ciabatte. Testo: Tutto questo mioddiocheccaldo ci fa capire la senilità anagrafica e culturale del Paese, che a vent’anni il caldo te lo abbracci con lo scooter in bermuda e lo ami ogni volta che vedi svolazzare sottovesti, pensando alle infinite possibilità del caldo, uscire in ciabatte, partire per inviti casuali, concerti, stare per strada fino alle due, sapendo che l’orrido autunno e l’abominevole inverno degli orari, delle sveglie, dei sottomuta sotto i jeans, di mamma che ti insegue dicendo prendilombrello è così lontano da essere invisibile. Mettere vestagliette, recuperare i 40 percepiti come categoria della gioia“.  è un’amica che l’ha condiviso dalla giornalista (che amo assai) Flavia Perina.

metto il mio like, commento, buonanotte.

stamane leggo la stessa frase sulla home di un tizio, uno dei miei primi contatti FB. gli domando come mai il post a firma della Perina sia sulla sua home e privo di virgolette, o del nome della scrivente. lui, Paolo, impiegato della Pubblica Amministrazione, mi risponde che in fondo il post non è soltanto della Perina, e quindi è di tutti. in buona fede gli domando se sia stato scritto assieme ad altri, come i “foglietti di Prevert”. lui prontamente mi risponde di no, ma poiché in quelle parole ravvisa un che di Gadda e un che di altri noti scrittori, non vede perché attribuirlo alla giornalista.
ovviamente replico: ma che cazzo dici! “ammesso che tu abbia letto Gadda“, non glielo dico ma lo penso.
qualcuno mi scrive che sono una cacacazzi, una che si fa troppi nemici.
altri che ho coraggio da vendere.
niente di tutto questo: non amo i disonesti, mi sono diplomata alla Silvio d’Amico, sono finita sul lastrico per il Jazz, sono una che vive di creatività e la creatività si paga.

quindi mi apposto on line, e a chi dà merito a Paolo della frase in oggetto, che è bellina proprio e merita una condivisione, scrivo che la frase no è sua. Paolo mi banna.
ebbene penso sia meglio così, perché intanto Paolo non ha mai comprato un mio romanzo, e poi perché non sia mai ravvisasse in me un che di de Sade.

il diritto d’autore va tutelato.
il genio sa rubare, l’imbecille si fa beccare.

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#webete, da sola in difesa di @Ginzo

un giorno succederà che nulla di ciò che diremo o digiteremo, noi base, massa, popolo, webeti, sarà ritenuto di nostra proprietà intellettuale. ha più importanza “chi dice cosa, piuttosto che cosa dice chi”. sono i personaggi, le tweetstar, le bocche rifatte che pronunciano quella certa frase ad avere risonanza sugli ormai inutili quotidiani, sui notiziari, negli approfondimenti televisivi, chi l’ha pronunciata per primo non ha importanza, probabilmente è morto. che sia Brecht o Pirandello fa lo stesso, purché la frase funzioni, come il famoso aforisma: ci sedemmo dalla parte del torto… che ora appartiene a un tale “anonimo”. perché il web mangia, digerisce e caga.

a nessuno importa del copyright, sia che non arrivino a leggerti sia che lo facciano, perché il potere sta proprio nella possibilità di ignorare i piccoli, le decine di autori in erba che  lanciano tra i pixel le proprie idee. il potere è dalla parte di chi non ha fantasia e fa incetta di genialità altrui. e non ti ascoltano nemmeno se li menzioni, come ho fatto ieri e feci tempo fa, raccontando lo strano caso di Romain Gary, Gramellini, e i suoi numerosi autori, e che racconto qui https://bibolottymoments.wordpress.com/2016/01/25/coincidenze-di-pensiero-gramellini-gary/?iframe=true&preview=true

così per il neologismo #webete (ecco che ieri il popolo di webeti ha imparato una nuova parola, neologismo, ovviamente), che mi sembrava infatti troppo delicato, privo dell’imperante anglicismo (COUGAR, MILF, eccetera) perché fosse coniato nel 2016, nel 2.0, regno delle banalità degli amori leggeri, del sesso in ufficio raccontato on line e delle notizie false. ma bastava che i giornalisti de “Il Fatto” o “La Repubblica”, o qualunque delle numerose testate che non avendo di meglio da fare, per esempio un approfondimento sul problema della chiusura dei centri antiviolenza, digitasse WEBETE, per scoprire che il termine fu coniato nello splendido mondo del web 1.0 e dell’incrollabile NETIQUETTE (etichetta della Rete un tempo sacra),  da tale @Ginzo e non da Chicco Mentana. è scritto qui, http://xmau.com/gergo/w.html

Crusca o non Crusca, questo secolo telematico manca di curiosità e vive sulle nostre macerie nutrendosi dei nostri avanzi, quelli che abbiamo lasciato nel secolo passato. non so chi sia @Ginzo ma non importa, è una questione di principio: il termine è suo, lo ha coniato lui, non di Mentana, e non basta dire che “forse il termine lo usava qualcun altro prima di lui”, è scritto, provate a dare una notizia vera di tanto in tanto.  il vero inventore di questo neologismo tenerissimo, fusione di ebete e web, arriva dai tempi dei modem rumorosi che ci lanciavano nello spazio infinito, lasciandoci immaginare un mondo migliore. sicuramente più giusto. sicuramente con meno webeti.