Bot da orb

avete presente i bot? sono risponditori automatici che usano frasi in precedenza concepite e scritte dagli amministratori dell’account ufficiale per cui essi lavorano, per rispondere alle domande più o meno abituali di clienti, fan, estimatori. retwittano, mettono like, nulla di più. in seguito alcuni bot divennero umani. giovani, per lo più stagisti, assunti dallo staff di comunicazione di grandi aziende,  da twitstar troppo impegnate per gestirsi da sole l’account. quindi, i bot, menti pensanti ma senza identità, che si fanno scudo del marchio aziendale, hanno iniziato a rispondere a tono. l’episodio dell’impiegato INPS è il più esemplare: lavori nel pubblico impiego e fai ironia e battute social sui cittadini.

i bot editoriali sono i più permalosi. provate a scrivere sotto uno dei 3 milioni di annunci di concorsi letterari a pagamento la semplice frase: e figurati se non c’erano le spese di segreteria; oppure, ma che si paga?; ma anche: scusa si possono avere i nomi degli esimi giurati? prova soltanto a mettere in dubbio la buonafede di uno di questi nuovi stampatori democratici, editori, scrittori, editor, correttori di bozze senza mai un nome o un curriculum, che ti promettono vendite stellari dal loro sito.

tempo 10 secondi e riceverai minacce, battute sarcastiche. con una tizia chattai per 2 ore finché le feci comprendere quanto fossero dannosi, loro, intendo, i venditori di sogni. nessun bot ti dirà che bene che vada venderai 100 copie del tuo romanzo agli amici; nessun bot ti dirà che non sai scrivere.

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi

qui i miei racconti erotici GiaZira Scritture

#Ioscrittore

domani avrò la conferma di quanto già so. al concorso più frequentato d’Italia ho inviato il mio secondo romanzo, ovviamente non erotico, anche se poi chi mi ha letta (veramente) sa che il mio erotismo si limita al 5% del testo e che rappresenta di norma una provocazione, uno spunto per parlare di temi importanti come i ricatti sessuali sul lavoro (Mr Perfect) o una legge antiproibizionista, come ne “Il Pusher” in uscita il 5 novembre per 80144 Edizioni. comunque, tornando a IO SCRITTORE so che non vincerò.

ma è un’altra la faccenda sulla quale ho riflettuto, che al principio mi era sfuggita tra le tante questioni strane che ogni giorno mi capita di osservare. GEMS, ossia il Gruppo Mauri Spagnol che indice il concorso, chiede a tutti partecipanti che accedono alla semifinale, quest’anno siamo stati 300, di firmare un pre contratto che prevede, in caso si finisca tra i 10 vincitori, la cessione dei diritti del proprio romanzo per 20 ANNI. che si vinca la pubblicazione prestigiosa in cartaceo con una grossa casa editrice o quella sfigata della collana #ioscrittore, in formato elettronico, poco importa. per accedere alla semifinale, l’aspirante scrittore deve firmare la cessione dei diritti per 20 anni.

cazzarola, pensiamoci, 20 anni sono uno sprofondo. considerato poi che l’azienda stamperà su carta uno solo tra i 10 sul podio, mentre gli altri 9 finiranno su e book che, a quanto so, non hanno alcuna promozione né vendono granché.

capite la furbata dell’azienda? fatevi due conticini. ogni anno GEMS acquisisce diritti per 10 opere di sconosciuti e li mette in cantina. tra 10 anni avrà 100 opere messe da parte. e se uno di questi sfigati facesse il botto? GEMS tirerebbe fuori il suo contratto e stamperebbe il romanzo della nuova stella della letteratura che un tempo cedette i propri diritti per 20 anni. a mio avviso rientra tutto nella nuova concezione industriale dell’editoria.

questo è semplicemente un ragionare ad alta voce. un dubbio che si è insinuato e del quale chiedo un parere il giorno prima di conoscere l’esito del Concorso, proprio perché NON si dica, com’è ormai usanza, che getto ombre sul Concorso per INVIDIA.

se non lo dico io è meglio

In questo periodo di alienazione dal mondo dei social sto vivendo l’incanto. i pensieri, le idee, i personaggi che prima erano insistenti e logorroici adesso aspettano il proprio turno per parlare.
secondo Romain Gary è stato dopo il sessantotto che i giovani hanno fatto dell’esistenza il proprio palcoscenico virtuale. Il tono con cui scrive queste considerazioni è leggero, pieno di speranza: “Tl teatro vuole essere vissuto. I ragazzi vogliono essere gli autori della propria vita. Il teatro lascia le sale perché vuole entrare ella vita stessa dei giovani; ovunque si può assistere al bisogno d’improvvisare, di comportarsi in modo artistico, di ritagliarsi un ruolo preciso.
(…) Ma assisto alla nascita sempre più rapida di una sorta di teatro di vita nel quale lo spettacolo è per così dire, un’improvvisazione continua, una scena sempre aperta, con le preoccupazioni di ordine materiale e di lavoro relegate negli intervalli.
(…) Otto ore al giorno in ufficio, più due ore di traffico, non sono un argomento di vita, sono delle esequie”
.

e che cos’è il 2.0 se non la possibilità per la casalinga di Voghera di essere finalmente Mata Hari?
e chi sono io per emettere un giudizio negativo sulla casalinga di Voghera che scrive romanzi fantasy e sta incollata a FB anziché giocare con la sua bambina?
perché io che ho scarificato maternità e sicurezza in nome del teatro e poi della scrittura dovrei voler togliere di mezzo tutte le casalinghe di Voghera e gli impiegati di Bassano del Grappa con nickname fantasiosi che intralciano il mio cammino?
aver studiato arte mi da forse il diritto di sentirmi superiore o più capace?

cosa conta oggi?, la capacità e il talento che stupisce, oppure essere alla portata di tutti?