Tuo figlio

tuo figlio

Netflix, categoria cinema spagnolo, scritto da Miguel Angel Vivas in collaborazione con Alberto Marini e diretto dallo stesso Vivas. Tuo figlio (2018) è un film imprescindibile per un genitore, che crudelmente prospetta il nostro futuro di vecchi in balia di giovani professionisti irragionevoli, viziati, violenti e crudeli. una tesi nuova e fortemente critica verso il permissivismo di cui sono vittime i millennial, per lo più ( per fortuna non tutti) drogati di web, maniaci dello stupro in diretta.

il protagonista, un intenso José Coronado, ai miei occhi magnificamente somigliante a Gian Maria Volonté, interpreta lo stimato chirurgo Jaime Jiménez, padre di famiglia con l’evidentissima preferenza per il figliolo anziché per la ragazza, i cui successi sono ai suoi occhi del tutto irrilevanti, se non fastidiosi.

così, dal giorno in cui proprio l’amato figlio Marcos (Pol Monen),  arriva in ospedale in coma dopo essere stato ammazzato di botte fuori da una discoteca, Jaime non sarà più in grado di operare, né di dormire o di mangiare, non potendo fare altro che indagare sull’accaduto e vendicarsi, giacché la Polizia sembra arenata sulla mancanza di prove e niente affatto desiderosa di approfondire la dinamica del fatto.

ed ecco che Jaime trasfigura, e non è più affidabile, non razionale, soprattutto non giusto. questo è un esempio di scrittura filmica che dimostra quanto la trama sia veramente irrilevante e quanto la narrazione debba, viceversa, occuparsi dell’anima, delle sfumature, dell’irrilevanza.

perché tutto è nei dei dettagli, nella pistola che, come scrive Cechov, se appare in scena prima dell’ultimo atto dovrà sparare.

 

i nuovi mostri

quelli che Rosemary’s baby non li ha mai convinti come film, e lo scrivono pure, somigliano tanto a chi va a teatro e sbuffa che la prosa di Pirandello par loro un po’ vecchiotta.

in questo caso stiamo parlando della pellicola più coraggiosa e spaventosa della storia del cinema. è così immorale vendere la propria moglie, tra l’altro fragile e tenerissima, per fare carriera; è nauseante accordarsi con un vecchio servitore di Lucifero affinché il Diavolo se la pigli dopo averla drogata con la mousse al cioccolato preparata da Minnie Castevet: inquietante che una setta di adoratori del male frequenti abitualmente l’appartamento di due vecchietti.

tante volte inserire un film nel contesto, metterlo a paragone con quelli della sua epoca e con quelli attuali, valutare recitazione, musica, adattamento.

tante volte pensare, soltanto pensare che stiamo insozzando un mito. viviamo in un’epoca che fa della mancanza di rispetto per il passato un comico tentativo d’innovazione.

qui il mio ultimo romanzo serio

qui i miei racconti porcissimi

vecchia zia

qualche settimana fa, su Sky Classic commedia, ho visto L’erba del vicino, 1960, con Cary Grant, Deborah Kerr e Robert Mitchum. una roba asciutta con certi dialoghi da fare invidia a Williams, Tennessee, non Roby o Roy, o che so io. Tennessee, il grande drammaturgo omosessuale con padre repressivo che ha scritto alcuni dei più bei drammi del nostro cinema, e del teatro, quello che facevano un tempo anche i doppiatori nostrani per restituirci le finali delle parole. non come quelli di oggi, impiegati dell’azienda di famiglia che dai banchi di scuola (fatta male) passano ai microfoni del doppiaggio, senza sapere dove sia di casa la capacità di farsi capire, non dico recitare.

comunque L’erba del vicino è una storia piccola piccola che cresce sotto gli occhi dello spettatore senza avere bisogno d’altro che di  un solo ambiente, di parole e non effetti speciali. una storia di una coppia evoluta rispetto a quelle che il cinema di oggi ci rappresenta. una storia che ti resta anche il giorno dopo, una settimana, un anno.

sì, sono avvelenata perché ieri ho avuto la pessima idea di vedere Victor – La storia segreta del dottor Frankenstein, una cagata colossale di cui si capivano il 70% delle battute ma la musica purtroppo si sentiva tutta. eppure so che il 99% della produzione americana è spazzatura. che si può guardare il cinema australiano, semmai, europeo, ma non americano. che anche su quello italiano c’è poco da scherzare nonostante gli Oscar, e che che come afferma Luchini (e ha ragione da vendere), non esistono più Fellini né Antonioni, e nemmeno le Suso Cecchi d’Amico o i Rossellini al tavolo della pizzeria a Ostia a tirar fuori golosità, ma i Muccino e i Piccolo a mettere una dietro l’altra un sessantina di parolacce a pagina, e così si prendono a prestito copioni francesi. che insomma la sera sarebbe preferibile leggere un bel romanzo.

ma dopo sei ore di lavoro su una storia di violenza domestica, preferisco l’idiozia di un film Disney che alla profondità di Trier, e dopo aver scoperto che la nostra guerra, che questo terrorismo individuale e anch’esso senza ideologie e senza Patria, come tanti romanzi e certi film, mi domando anche che senso abbia continuare a scrivere.

il cun(n)ilingus solo nei film

il cunnilingus (da cunni (cunnus), vulva, lingere, leccare ma con una sola “n” nell’uso quotidiano e quello di YOUPORN), dicevo il cunnilingus solo nei film, tra l’altro americani, visto che negli ultimi anni, qui da noi, se non per sparatorie e mafie e furbetti del quartierino, è complicato vedere Favino all’opera diversamente. comunque è così. ci illudono, lo hanno fatto in passato e continuano adesso: nessuno si prenderà cura del nostro praticello meglio dell’amichetta del cuore.

ieri, dopo aver lavorato fino a tardi ho acceso la tv. uno dopo l’altro mi si sono proposti due bei fighi che si prodigavano sulla loro compagna gaudente scendendo generosamente tra le sue gambe e mimando minuziose ispezioni nel bosco. ecco, ottimo, ma non è così. almeno non per me né per le mie amiche. nonostante ciò che sostiene il mio amico Loreno su FB, per esperienza personale comprovata da centinaia di articoli su riviste femminili e blog, il maschio nostrano è egoista e pigro, ha scarsa fantasia e il più delle volte ama starsene in piedi o sdraiato e ordinare il menù della serata. ben che vada si concede alla pratica in questione durante le prime uscite, giusto per farsi una buona pubblicità.

anche nello scrivere i miei racconti, realistici e assai lontani dal genere erotico patinato finto di moda tra i nostri maggiori editori, devo lambiccarmi il cervello per far passare il tempo senza annoiare il lettore. ed è una fatica inventare pratiche alternative alla generosa ispezione del nostro fiore carnoso.

possiamo affermare che questa pratica sia addirittura avversata e considerata come una debolezza per il maschio latino. stando almeno alla suprema ironia de “I Soprano”, dove lo zio Junior deve nascondere questa predilezione quasi fosse un’infamia.

non sta bene fare i numeri, né i nomi, né potrei mai mettere fuori l’elenco completo dei miei ex amanti, abituali e non, maturi o giovanissimi, politici e dissidenti, non a pochissimi giorni dalle mie seconde nozze, ma posso garantire che i numeri degli altruisti è veramente ridicolo. comunque tranquilli, non abbiamo grandi alternative nemmeno in Francia.

Molière in bicicletta

Fabrice Luchini, nato il 1° Novembre 1951 è un attore francese, bravo, bravissimo, sorprendente vederlo in originale, e Molière in bicicletta da lui anche sceneggiato è un bellissimo film, un film nel film e un film intelligente.
la trama è presto digitata: un attore famoso ma poco talentuoso cerca l’amico Serge, fuggito al nord dal mondo del teatro che l’ha ferito e matrattato, perché lo aiuti con la messa in scena del Misantropo. Serge, che avrebbe meritato la celebrità, si rifiuta d’interpretare l’amico ottimista di Alceste, Filiente, e anche di confermargli che parteciperà all’impegno.
Gautier Valance (Lambert Wilson) accetterà qualunque condizione, e l’invito a rimanere lì per alcuni giorni di prova pur di coinvolgere Serge.
e il film monta, monta scena dopo scena, tra minuscole comicità e battute intelligenti, e realtà e finzione scenica diventano un tutt’uno, con tanto di comparsa femminile e tradimento maschile.

i francesi fanno bei film. lasciando stare la vecchia insuperabile tradizione (parlo di oggi!), i francesi al contrario di noi provinciali presunti colti (su twitter pare che tutti abbiano un abbonamento in prima fila), non lasciano che i teatri chiudano. sicuramente anche lì ci saranno centinaia di MILF che mandano i figli a Londra ma non comprerebbero mai un biglietto per la prosa, ma credo che oltralpe gli attori e la tradizione siano da sempre più rispettati.
qui è tutto così approssimativo che non vale neppure la pena dannarmi per aver perso un’occasione.
qui, al solito, ma lasciate che lo dica ancora e ancora e ancora, non servono diplomi di Conservatorio, non Accademie, non anni e anni sulle punte per poter campare dignitosamente.
qui si fa tutto tra le quinte. lo so ci sono stata. anche all’arte si accede grazie a per parentele e amicizie. così negli anni ottanta così oggi.
nella patria di Goldoni si guarda a YouTube, si esalta la stupidità che fa audience, non la perfezione della parola che accarezza l’udito. perfino i doppiatori più giovani hanno l’accento romanesco, in barba alla più grande tradizione dei Gazzolo degli anni cinquanta.

pazienza Sorrentino e Garrone. la produzione media dei film francesi di cassetta è ben altro. ma noi qui ci accontentiamo del poco che resta. finché resta.