nuda in chat

bei tempi quando il modem era piuttosto un afrodisiaco, e frizzava nell’etere come la musica di un concertone rock, come il basso in accordatura tra le dita del jazzista inglese a torso nudo,  il charleston del batterista pieno di tatuaggi e sudato, i tasti frementi del pianista fattissimo con la faccia da ragazzone che si addormenta subito dopo.

la chat era un’incognita come fare il giro dei Jazz Club al sabato sera a Roma e cercare qualcuno ancora sobrio che volesse accompagnarmi a casa e forse a letto. anzi meglio, di più. la chat 1.0 era primitiva come un maschione timido, la connessione lenta come dei buoni preliminari, l’aspettativa altissima, l’eccitazione per la novità titillava il nostro cervello di donne e uomini in grado di cambiare il mondo.

poi sono arrivate le APP. tutte quelle che vuoi per fare sesso in tranquillità: quelle che te lo mostrano più vicino, più lontano, più divertente, più sicuro, più grosso. e io mi fermai lì, sulla soglia del 2.0 impertinente, che ti concede connessioni serie, che ti filma così come sei, con tanto di difetti, la faccia accaldata nel grandangolo della stanza d’albergo disfatta. mi sono fermata lì. quando in chat mi raggiungevano curiosi e amanti del brivido, quando le lenzuola digitali erano veramente tutte da immaginare, quando potevo essere ciò sognavo, quando sognavo.

qui il mio ultimo romanzo edito Castelvecchi.

qui il più discusso e amato Pioggia Dorata.

sesso telefonico

sono abbastanza vecchia da ricordare telefonate ansimanti di maniaci locali, e ne ho anche fatte, nel cuore della notte, per lo più ad amiche stronze. sono così anziana da aver fatto sesso telefonico chiusa in un armadio, avvolta nella prolunga, tenendo la cornetta del “rotellone grigio” tra spalla e orecchio, che certo, per le buongustaie avrebbe potuto anche fungere altrimenti, ma si sa che certe cose non tutti le maneggiano con fantasia.

quindi il rotellone e poi i Bell più moderni, ma che comunque dovevi tenere tra le mani dimenandoti sul letto in solitaria, mentre dall’altro capo del filo, con quello che costava una interurbana, qualcuno avrebbe passato una settimana con il torcicollo e il desiderio di sesso. poi arrivò il Videotel e le prime comunità di sesso condiviso, che facevano roba attraverso un apparecchio a metà tra un fax e un computer che il mio Master usava con grande entusiasmo. quando lavoravo all’144 noi ragazze indossavamo le cuffie, sebbene fingessimo, comunque io le mani libere le usavo per sfogliare il Manifesto, mentre all’altro apparecchio, un impiegato ministeriale consumava minuti a molti zeri che avrebbero pagato i contribuenti.

ricordo internet dal modem spaziale e le prime foto che a caricarle ci voleva un’ora. poi i Mac colorati e MySpace, e quando beccai il mio primo marito impegnato a guardare un streap tease durante l’orario di lavoro, che nemmeno si preoccupò di nascondere l’immagine o di giustificarsi, quanto di comunicarmi con esaltazione adolescenziale: vedi?, ora basta un click.

video, selfie, auricolari, texting, il sesso telefonico è una vera una pacchia.

ma noi umani, incontentabili, in talune situazioni continuiamo ad aspirare alla deità di Khalì e le sue numerose braccia. o all’omicidio passionale, perché nonostante l’offerta in rete, è sempre ciò che non possiamo avere a toglierci il sonno.