anche io

un mese fa, ero in metropolitana, a un certo punto si aprono le porte per far salire e scendere i viaggiatori, poi si richiudono ma il treno non si muove e sento del trambusto. si apre un varco e le vedo, proprio tre, come le sorelle del terribile rogo di Centocelle, l’hashtag ancora in classifica twitter. sedute sui sedili, non un viaggiatore accanto a loro, anzi, le tengono in ostaggio perché non si muovano fino all’arrivo di tre militari così giovani e belli che potrebbero essere i loro fidanzati.

non le possiamo toccare, dicono, dobbiamo farle scendere dal convoglio ma senza toccarle. e la gente parlotta: dai, è assurdo, queste non dovrebbero circolare sui mezzi pubblici e le forze dell’ordine dovrebbero poterle mandare via. i viaggiatori controllano nei propri zaini e nelle borse che non manchi nulla, lo faccio anch’io. intanto le tre ragazze aspettano pazientemente, una si toglie dalle unghie ciò che rimane dello smalto, le altre due si dicono qualcosa all’orecchio e ridono.

ma che hanno fatto?, domando. niente, mi dice una donna. ma potrebbero. ah, ecco perché i militari non devono toccarle, perché non hanno fatto niente, perché questa è un’azione preventiva, un processo alle intenzioni, perché qualcuno ha avuto un sospetto. e le hanno fatte scendere dal treno, così che tutti viaggiassimo tranquilli, anche quelli che in questi giorni hanno digitato frasi antirazziste su twitter.

anche io, che non viaggio mai di notte da sola sul treno regionale.

 

 

 

Lara e il darla bene

non che in zona sua certe abilità femminili siano importanti.
«Qui in via dei gerani se rimani incinta vai dal prete», Lara ride e fa un gesto a dimostrazione che per loro è tutto più semplice che mettersi a fare certi calcoli, come noi signore borghesi in cerca del marito che ci garantisca una buona carriera.
«E se non ci vai, dal prete, o se non ci vuole andare lui, arivano i fratelli e menano a tutti e due», ride di nuovo e ribadisce la semplicità della faccenda.
i fratelli, spiega, sono fratelli proprio della ragazza che “c’è rimasta” o esterni, chiamati in aiuto dai genitori.
esprimo la mia perplessità e lei si spiega, acchiappando con le mani pieni di anelli le parole che si muovono evidentemente attorno al tavolino del bar dove siamo sedute, cercandole nel mio sguardo.
«Insomma, sì», conclude «sò dei “fratelli generici” che vengono pagati  per mettere a posto certe situazioni».

ho voluto vedere dove abita, le ho anche detto che anni fa cercavo una casa proprio lì.
«Ma dai… », mi fa incredula, e mi fissa con gli occhioni grandi.
li sbatte un paio di volte: «Ma che, quando stavi cò quello che te menava?», e lo dice a un volume abbastanza alto da coinvolgere anche la barista che infatti esce sul marciapiede e inizia a sproloquiare su tutti quelli che lì in zona, menano.
li riconosce dalla faccia se sono colpevoli.
sa se meneranno quando li vede uscire dal bar, la sera.
ha i numeri di telefono di tutte le mogli, per avvisarle.
«E i fratelli? le donne non posso chiedere aiuto ai fratelli?», chiedo io.
«E i fratelli pure menano la sera», e fa spallucce, «menano le mogli loro».

quindi, questa storia del “darla bene” non convince lei quanto non convince me.
le confesso con un filo di voce, perché la barista non senta, che avrei potuto ricattare un po’ di maestranze se soltanto avessi conservato la metà delle email che negli anni mi hanno inviato guardoni e sodomiti democristiani in cerca di sollazzo gratuito.
Lara rimane con la bocca aperta, il piercing trema sul labbro inferiore come un tuffatore poco coraggioso sul trampolino.
«Ma perché?», mi fa, «perché le hai cancellate?».
«Perché un uomo non si prende, non si tiene, non si ricatta».
Lara sarebbe anche d’accordo non fosse convinta che i maschi vanno puniti.
«Quelli delle altre, almeno», e si accarezza un grosso livido sul braccio.

andiamo a casa sua.
vuole cucinarmi dù spaghetti.