revenge porn

questo maledetto 2.0 permette che tale @Lords**** possa chiamare me, una sconosciuta, “cretinetta”, soltanto perché ho rituittato il suo giudizio moralista sulla ragazza : “condividi con 5 tipi cose intime e poi è colpa dei commenti del tutto leciti, chi è causa del su mal pianga se stesso” .  il web era utile quando era frequentato da una elite, quando forniva notizie affidabili prima dell’ANSA. perché è cool se appartiene a pochi, anche la letteratura, alla fine, e pazienza per i guadagni.

si chiama revenge porn, invece, la pratica degli omminicchi di mettere on line video intimi delle ex a mo’ di scherno e di vendetta (http://napoli.fanpage.it/la-storia-di-tiziana-cantone-e-di-stai-facendo-un-video-bravo/. negli anni ’80  non era diverso, bastava si facesse sesso con uno del gruppo che tutti pretendevano lo stesso, e guai a negarlo, pena essere chiamata puttana a vita, cosa che per altro facevano comunque, bastava fossi carina o disinibita e finivi nei giri di stupro collettivo. e in provincia è un attimo. sempre a Bari, molti anni fa, alcune mie amiche furono riprese mentre facevano sesso e poi costrette a prostituirsi dagli stessi coetanei, ragazze di ottima famiglia, come recitavano i giornali allora, e oggi a proposito di Tiziana.

l’effetto Streisand, invece, è il polverone creato dall’avvocato della ragazza quando ha ottenuto la rimozione dei video dal web in un momento in cui erano richiestissimi (perché ai gretti piace guardare dal buco della serratura), creando così una sorta di moltiplicazione involontaria del materiale. e se l’avvocato ha fatto comunque il possibile per aiutarla, i giudici in rete si moltiplicano anche oggi di ora in ora, come le pagine FB di condanna e scherno della ragazza ormai suicida. sparare sulla crocerossa. accanirsi sulla vittima ormai a terra.

filmini ne girano a milioni. ho un amico che filma ogni flirt a insaputa del flirt, e potrebbe un giorno impazzire e decidere di metterli in rete, o di ricattarle. ogni imbecille con un dispositivo i mano può in definitiva rovinarci la vita. ma ciò che mi risulta sempre meno comprensibile, è questo popolo del web scanzonato solo di facciata, che dice di leggere de Sade ma non sa neppure chi fosse, e solo perché fa figo, che posta di continuo tette e culi, propri o altrui millantando un’apparente libertà di costumi che nasconde una grettezza e un moralismo che puzzano di sagrestia di un paese dell’Aspromonte negli anni cinquanta. e poi la condanna verso la vittima. come se certa gentaglia riuscisse a innalzarsi non grazie alla propria forza, ma alla sconfitta degli altri.

Tiziana ha provato  a protestare, altre si sono suicidate prima, dopo essersi difese non soltanto dalla violenza fisica, ma anche dalla potente arma del ricatto e dell’umiliazione che, ora come allora, sembra colpire soltanto noi donne.

compassione non è solidarietà

ci ragionavo stanotte, durante la rituale toilette, che la compassione tanto sbandierata sui social comincia a starmi sul culo.
nonostante rifiuti categoricamente di capire come funziona il “piuttosto che”, la Massa ha imparato, ma forse si tratta di DNA cattolico, che a mettere una faccina triste non si sbaglia mai, a ripostare l’articolo sul poverino delle bolle di sapone nemmeno, e certo è meglio che muovere il culo e andare di persona a prendere a pizze in faccia chiunque lo abbia offeso.
è ovvio che il giorno della festa della mamma la foto di mamma profuga ottiene almeno 100 like.

quando si tratta di umanità, l’azione del piccolo è grande e il pensiero del grande assai piccolo, e non lo dice T’ien T’ai e lo sanno anche le guarnizioni vecchie delle macchinette dal caffè; nel darsi una mano non è il pensiero compassionevole che conta, quello vale dopo morti, ma è l’azione.
certo che oggi già pensare alle disgrazie altrui provando dolore e non un senso di superiorità per essere in condizioni migliori è già un miracolo, ma muovere un dito per alleviare il dolore altrui è quasi santità.

solidarietà, sostantivo inventato dai cugini mangia baguette, è azione gratuita a favore degli altri, è impegno etico e sociale, che nulla ha a che fare con la preghiera.
la solidarietà è laica, attiva, immediata.
solidarietà, oggi, non vuol dire soltanto fare donazioni e adozioni a distanza, che comunque servono, ma parlare con l’amico imprenditore che sta fallendo e organizzare per lui una raccolta fondi per pagarsi le spese del tribunale, è andare al concerto del musicista bravissimo anche se è martedì e riempirgli il locale.
comprare libri, e leggerli, e parlarne agli amici in pizzeria, anziché raccontarvi l’ultima serie di Gomorra, giacché a guardarvi da qui sembrate tutti letterati.

se è libertà è libertà

ieri, la massa social, appresa la notizia di Nichi Vendola, del suo compagno e del figlio, venuto al mondo attraverso la maternità surrogata, hanno iniziato a pontificare, sfottere, spiegare e maledire, come nell’uso di tanti cattolici, almeno sui social.

io credo nella felicità. soltanto nella felicità.
da venticinque anni, libera da condizionamenti mentali di responsabili di gruppo assetati di potere, dal dovere di portare proseliti alla setta, o donazioni, o esperienze da raccontare, aliena da qualsiasi comunità, legata a una Scuola di pensiero che non ama la folla e la pubblicità, recito Mantra e Sutra per un totale di novanta minuti al giorno.

è stato grazie alla fede se ho superato l’oneroso fallimento della mia impresa e i tradimenti di ex marito, ex direttori di banca, ex amanti.
devo all’ottimismo un po’ tonto dei buddhisti la forza di non suicidarmi per le cattiverie che gli amici hanno detto di me, nel momento in cui non avevo più niente da offrire loro, mentre affogavo nei debiti; se mi sono salvata pochi anni fa, e sono approdata alla scrittura creando un po’ di attenzione attorno a me, lo devo alla meditazione, alla ginnastica spirituale che mi ha rafforzata.

dalla pratica ho appreso la capacità di battere la lingua al palato dieci volte prima di dire una stronzata, di digitare un giudizio affrettato, o di condannare qualcuno.
è la felicità che io cerco. quella che tutti abbiamo il dovere di trovare e di dare a chi ci sta accanto.
per me non esistono “il bene e il male” in assoluto.
“se le scimmie distruggono il tuo raccolto, tu devi sterminare le scimmie”, diceva Gandhi.
tutto è riconducibile al “contingente”, all’azione in sé, a chi l’ha compiuta e perché, dove, quando e contro chi.
non seguo leggi scritte su una tavola. nessun tabù. sono libera di compiere azioni e accettarne gli effetti. non vado incolpando gli altri di ciò che mi accade, tantomeno dio, in cui non credo. sono l’unica responsabile della mia esistenza. una ginnasta dell’accettazione.

siamo dove siamo, è un dato di fatto.
l’umanità intera è dove è: allo scioglimento dei ghiacci, schiavi del capitalismo, boccheggianti per i debiti, invasi dai profughi, circondati dalla guerra, bombardati da radiazioni, nutriti da cibi cancerogeni, utilizzati per l’arricchimento di un pugno di persone. siamo dipendenti dai social.
siamo i leoni delle battaglie a parole.
siamo poveri, tutti quanti.
non è giusto che una donna si venda? tante cose non sono giuste. ma nessuno fa veramente nulla per cambiarle. tranne mettersi a pontificare su ciò che sarebbe giusto.

non si può riscrivere la storia. se siamo qui possiamo soltanto dedicarci a cercare la felicità e a non ostacolare quella degli altri.
Auguri Tobia.

gli orchi leggono romanzi rosa

ieri la solita Casa Editrice capeggiata dalla solita Signora che non avendo di meglio da fare si è messa a fare impresa, ha rifiutato il mio “Pioggia dorata”.
nemmeno so perché ho inviato il manoscritto, mi son fidata del loro manifesto. ma bastava leggere le trame dei loro romanzetti per non farlo: arricchiti di appena qualche sfumatura di femminile, decisamente casalinga e sicuramente poco hot.
se per hot intendiamo saliva e profumo di culo.
la leggerezza d’altra parte appartiene a questo popolo come l’ipocrisia.
e da una socia della più grande e pagatissima Agenzia letteraria italiana, con arcigna faccia da editor a caccia di anacoluti, non potevo aspettarmi che un algido: non rientra nelle logiche della nostra Casa Editrice.
soltanto una donna poteva sdoganarmi con tanta freddezza.
ma una serie di racconti che parlano del superamento di nodi emozionali grazie alla pratica del pissing non funzionano per cattolicissima editoria italiana.
il problema non sono i miei racconti, che sicuramente hanno bisogno anche di un editing serio, ma la superficialità di cui è ormai intrisa la nostra editoria. il perbenismo che consente la sodomia soltanto come finale nel buio.
Master che diventano scoloriti impiegati Vanilla e submissive incontenibili casalinghe e mamme appagate.

perché mentre l’organizzazione Ecpat ha fatto uno studio sul turismo sessuale qui http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/turismo_sessuale_italiani_al_primo_posto_padri_di_famiglia_a_caccia_di_bambini/notizie/288530.shtml e pare siano proprio i cattolicissimi italiani al primo posto, proprio loro, quelli che picchiano le maestre se son troppo severe con i propri figli, gli orchi si stanno preparando per i mondiali in Brasile.
mentre l’italiano medio sbaciucchia la propria signora e pensa alle bambine di cui potrà abusare nel “terzo mondo” la nostra editoria pubblica trame piene di luoghi comuni e di sfumature di nulla.
leggere, poco plausibili, ottimiste, nauseanti, tutte uguali.

i capezzoli delle donne di McEwan sono pelosi.
per dichiararle tutto il suo amore Sabbath piscia litri di alcol sulla tomba di Drenka e il suo sport preferito è rubare mutandine alle ragazzine per farcisi una sega e sborraci dentro.
ma mi sa che “sborrare” già non è più corretto.