stronzo per chiamata o per nascita?

chissà se c’è un punto esatto dopo il quale diventare addetti ai lavori e automaticamente boriosi e stronzi; o se c’è proprio un luogo fisico dove effettuare il battesimo. se bisogna mangiare qualcosa, per esempio un’ostia consacrata dal direttore editoriale o un fungo tipo il peyote; o magari il titolo di “addetto ai lavori” lo ricevi da un esperto del settore che tale ti incorona; forse lo diventi dopo aver venduto un tot di copie, il che ti assicura a vita di ottenere 400 like su FB anche se parli di come piscia il tuo fidanzato; alcuni, forse, sono “addetti ai lavori” per nascita, altri per censo, non si spiegano altrimenti editor venticinquenni non laureati e brufolosi cui lecca il culo mezza Feisbuc e che hanno pubblicato nemmeno granché.

gli addetti ai lavori non rispondono mai, talvolta non lo fanno che dopo cinque giorni con atteggiamento già seccato.
sono ruvidi, come se quel mattino si fossero asciugati il culo con della carta vetrata.
se naturalmente dici loro di chi sei amico, si sciolgono in un sorriso e nell’italico “potevi dirmelo prima”, e questo accade che abbiano 20 0 70 anni: si chiama “senso di appartenenza alla Patria”.

gli addetti ai lavori non transigono sulla precisione dei pagamenti che tu devi fare loro. meno sulla correttezza del loro lavoro preziosissimo che guai a contestarlo: mi basti pensare al mezzo disastro, infine messo a posto, di Justine 2.0.
gli addetti ai lavori imparano a memoria i principi base degli addetti ai lavori e non portano la propria vista nemmeno un po’ più in la.
si fidano soltanto dell’incipit di un romanzo e della sinossi.

io prego ogni sera di restare fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori.

dai, ditemi se vi piace

come sempre di ottimo umore, poiché per quanto si faccia, oggi, emergere è come vincere un terno al Lotto, mi rimetto a caccia di un Editore che paghi (poco ma subito), e che non abbia paura.
il giorno dopo la delusione per non essere nemmeno tra i finalisti del Premio Neri Pozza, seppure con un romanzo senza sesso, che ha un po’ della nostra storia recente nella trama e che rispetta il gusto dei lettori N.P. (radical chic e ultra cinquantenni), risalgo a cavallo e ritento con il mio “Pioggia dorata” che credo finirò con l’auto pubblicarmi anche se non mi va nemmeno un po’.

ditemi cosa pensate di questa Biografia!, siatemi utili, insomma. evitate il mutismo che vi prende quando passate da qui e poi mi scrivete in privato: non ho voglia di scriverti idiozie… grazie.

BIOGRAFIA

Elena Bibolotti

Nata a Bari inizia a lavorare a quindici anni nella compagnia “Gruppo Abeliano”. Ottenuta la maturità classica, supererà le selezioni per il corso di recitazione presso l’Accademia Nazionale Silvio d’Amico vincendo borse di studio per due anni accademici di fila, svolti rispettivamente ad Amsterdam e Mosca.
In seguito lavorerà per la compagnia “Teatro di Dioniso” di Valter Malosti ricevendo numerosi riconoscimenti e la segnalazione al Premio Duse per “La trasfigurazione di Benno il ciccione”. Sarà in compagnia con il teatro “Due” di Parma e la Compagnia del teatro Morlacchi a Modena. Ha lavorato inoltre sotto la direzione di Andrea Camilleri, Lorenzo Salveti, Cesare Lievi, Mario Martone e Werner Wass.
Nel 1996, all’alba dell’era informatica, fonda uno tra i primi Internet Provider italiani. La nuova frontiera digitale la porterà a girare gli Stati Uniti per la Web Music Company S.p.A. e a portare in Italia la prima firma SIAE per la vendita di musica on line. Sempre in abito musicale rileverà il Saint Louis College of Music (1999) e l’Università della Musica (2002) portando le due scuole a ruolo di leader per la didattica musicale moderna. Il fallimento dell’UM per la chiusura creditizia delle banche e la diminuzione sensibile del numero di studenti, la ridurrà sul lastrico ma anche ad abbandonare il primo marito, un chitarrista da un lato geniale dall’altro megalomane.
Nel 2008 invierà circa cinquecento curriculum nella speranza di trovare un lavoro stabile come segretaria. A chiamarla per un colloquio conoscitivo saranno il vice direttore della Luiss Guido Carli, Gianni Lo Storto, e la segretaria di un’azienda anonima, Monica, che assolda Escort bilingue e con l predilezione per il sadomaso.
Deciderà, infine e purtroppo, di lavorare per lo scrittore Roberto Cotroneo come assistente didattica al corso di “Editoria e scrittura creativa”, leggendo in questa coincidenza un chiaro segno del destino e rovinandosi per sempre alla ricerca di un futuro possibile.
Nonostante il lavoro di attrice, Elena Bibolotti è una persona schiva, da ingenua ha finito per fidarsi degli altri e farsi molto male. Non è opportunista e non ha mai utilizzato la fama dei propri amanti per fare fortuna.

Per alcuni anni è stata presente su “Informare per Resistere” con “Teresa in Cronaca RAP” e, per “Lettere Magazine”, con numerosi articoli di critica cinematografica.

Pubblicazioni
“Justine 2.0”, INK Edizioni (Milano 2013)
“Mr Perfect”, 80144 Edizioni (Roma 2014)
“Il Pusher”, 80144 Edizioni (In uscita, Novembre 2015)

posizionare, un verbo tecnico/amministrativo in letteratura

se un uomo mi dicesse “posizionati lì“, letto, tavolo di cucina o canapè, gli darei un ceffone e me ne andrei: non sono un mobile. e soprattutto scopo soltanto con chi ha un buon eloquio.
no, non è vero, mi son fatta decine di camionisti.
no, non è vero, soltanto due, ma chiaramente assieme.
ma suvvia, diamine! non scherziamo!
nemmeno in teatro si usa il verbo “posizionare”. nessuno mi ha mai chiesto di posizionarmi in quinta.

ho la sensazione che questa sia una robaccia virale venuta dagli uffici dell’amministrazione comunale e finita in letteratura. tipo il “piuttosto che” congiunzione.
“posizionami il mobile accanto alla fotocopiatrice!”, “l’uomo al momento dell’incidente era posizionato a un metro dalle strisce pedonali”, “si posizioni oltre la riga gialla!”.
forse, senza offesa vi prego ci son grandi geni anche tra i ragionieri, forse è perché a scrivere, oggi, non sono più gli scrittori?, ormai confinati a corregger bozze a tutti gli altri?
comunque, i vocabolari esistono e parlano chiaro http://www.treccani.it/vocabolario/posizionare/, e se di tanto in tanto li consultaste non mi sentirei costretta a umiliarvi. di domenica mattina poi. e non c’è neppure bisogno di consultarli, basta un po’ buon gusto.

non compro letteratura di genere. e non compro storie erotiche. l’erotismo volgare, banale, campato in aria delle casalinghe in odore di celebrità. il linguaggio per lo più misero, ripetitivo e incolore di chi certe cose le sogna soltanto.
i paesaggi rubati alla Christie o alla Aury.
il castello di Silling sarebbe troppo, grazie a dio in tanti non hanno lo stomaco per leggere de Sade.

chi mi conosce sa come la penso in fatto di narrativa. chi mi ha letta lo sa anche di più.
di una storia non m’interessa mai “cosa succede”, ma “come”, e soprattutto “perché”.
per godere ho bisogno di turbe psichiche da analizzare e mettere su carta.
non arrivi a farti frustare, legare, sputare in faccia e sodomizzare dal portiere chiatto dello stabile di fronte, se non hai una matassa di passato da analizzare.

una storia è storia se mi sorprende a ogni pagina. come un uomo.
una storia è letteratura quando mi fa sentire piccola piccola, quando censura il mio senso critico.
una buona storia è come un Master veramente capace, che riesce a zittire i miei dubbi portandomi con la forza del pensiero (o meglio ancora del desiderio) a sfilarmi qualunque cosa io indossi, ad appoggiare saldamente le mani al tavolo, allargare le gambe al massimo e far sì che lui faccia un po’ quel che più gli pare.
ci sono scrittori che mi fanno godere anche da morti.

fanno bene gli editori a non accettare più manoscritti.
mancano le basi, spesso mancano pietre di paragone importanti. per lo più manca il talento. e il senso critico.

AZZO.

secondo me sono i corsi di scrittura a essere deleteri.
ci vorrebbe una legge che ne impedisse la proliferazione.
sono quelli che a loro volta hanno pubblicato 4 brutte storie con lo stesso editorino che organizza il corso, a rovinare la mente già confusa dei volenterosi disoccupati votati al successo editoriale.
almeno stando a certe cose che sento, tipo ieri, in treno, da una faccia orripilante e una voce insentibile: scrissi un libro per leggerne uno veramente speciale.
AZZO.

è stata la buonanima di mio padre a impedirmi di voltarmi e dargli in testa il romanzo che avevo per le mani,e picchiarlo con tutte le mie forze finché non avesse domandato scusa all’umanità per la propria oscena presunzione.
che poi ciò che avevo nelle mani non era niente di speciale -almeno fino a pagina 50- certamente meglio del suo orribile Fantasy.

perché sì, soltanto adesso scopro che l’85% dei sedicenti scrittori, degli occupatori di redazioni, di concorsi e spazi vitali, gli ammorbatori di aria, gli snocciolatori di anglicismi tecnici, insomma quelli che passano la vita a tediare il mondo con richieste di “like” alla propria pagina o al proprio stralcio gratuito di romanzo gratuito, scrivono soltanto orribili e inutili Fantasy e pensano che Dostoevskij sia illeggibile.
AZZO.

le femmine si dedicano invece a osceni erotici, osceni non nel senso che corro in bagno a infilarmi la mano nelle mutandine, ma che risolvono un pompino alitando sul prepuzio del poveretto, e preferiscono descrizioni -nemmeno troppo puntuali- da reparto di ostetricia, alla normale narrazione dell’umano sentire, e riescono -beate loro- ad avere tre orgasmi vaginali dopo una singola penetrazione.
AZZO.

non ditelo a David Cameron

scrivo così tanto che non ho più cassetti dove infilare manoscritti,
scrivo così tanto che il mio uomo si mette in agenda e aspetta il suo turno per vedermi,
scrivo così tanto che non so più cosa sia una vacanza,
scrivo così tanto che ho i tendini degli avambracci infiammati,
scrivo così tanto che non ho più impronte digitali,
scrivo così tanto che non mi masturbo da mesi,
scrivo così tanto che cambio tastiera ogni mese, che il mio sistema operativo si è fuso, che ho aggiunto giga e giga di ram eppure non basta ancora.
scrivo così tanto che mi dimentico di mangiare, che non dormo più, che ho già in mente la prossima storia e l’altra ancora,
scrivo così tanto che tra noir, erotici e paranormal thriller dovrei farmi tre pseudonimi,
scrivo così tanto che non ho più amanti,
scrivo così tanto che ho paura di morire e non fare a tempo a raccontarvi tutto,
scrivo così tanto che tra sommario e indice passa natale e carnevale,
scrivo così tanto che scrivere alle case Editrici mi fa perdere tempo,

scrivo così tanto che a Maggio mi auto pubblico.

Stay tuned

PIOGGIA DORATA “sei storie amare”, il pissing come non l’avete mai letto… e non sempre a letto.

Ah, e non ditelo a David Cameron