#Legalize

al mattino non faccio mai colazione: ho dormito, per quali sfrenate attività dovrei nutrire il mio corpo? bevo acqua e limone. poi 5 minuti di respirazione profonda davanti alla finestra. bevo tè 🍵 o caffè. quando ho il piede sano 1 ora di corsa o pilates. abluzioni. meditazione. poi scrivo. porto avanti attività casalinghe, di cura del giardino (causa della caduta) e il lavoro di editing conto terzi. curo l’alimentazione ma non in modo maniacale, anche perché ci vogliono troppi quattrini, ma tendo al crudismo e ho escluso la carne. vivo sul lago e qui il pesce lo compro direttamente dai pescatori. non bevo alcolici né bevande gassate. i dolci li faccio io. un’ora al pomeriggio, un’ora la sera e durante ogni possibile momento libero o di attesa: viaggio per Roma, pasta frolla in frigo, fagioli in pentola, leggo. la sera dopo le 21 mi riunisco con il Man e guardiamo qualcosa in tv. non ho patente. non ho figli, per questo ho tanto tempo per me. ho mia madre distante. non è un vanto, è stato un po’ il caso un po’ una scelta, ma a volte le cose coincidono. tutto questo per dire che sono una persona equilibrata, scrivere mi costa molta energia, mi depaupera. parafrasando Simenon posso affermare che lo scrittore deve avere punti di appoggio per non cadere. ma c’è una questione che proprio non capisco e che mi pare ingiusta. ossia per quale ragione se ho voglia di farmi le canne, nel tardo pomeriggio per raccogliere le idee, o a una festa dove tutti bevono liberamente e smodatamente, perché io debba ancora giustificarmi e soprattutto avere a che fare con spacciatori del cazzo. sapete quanti professionisti come me fumano? o pensate che il mondo sia solo dei ragazzini, che per lo più fanno uso di sostanze chimiche? per 80144 edizioni anni fa scrissi Il Pusher, una storia politico erotica sul tema della liberalizzazione. ma niente. tra teste canute mi tocca veder risorgere la DC e felicitarmi per leggi ambigue che mai mi consentiranno di essere libera.

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dal 10 febbraio in libreria il mio nuovo romanzo Io e il Minotauro (GiaZira Scritture)

Il Pusher (stralcio)

(il brano è tratto dal mio racconto Il Pusher, Porn to be alive, 80144 Edizioni)

Quel giorno indossavo un abito primaverile dal taglio retrò. Vistoso per un tardo pomeriggio domenicale. Troppo elegante per andare a San Lorenzo in cerca di fumo, di un pusher nascosto nell’ombra di un portone, un poeta dello spinello vecchia maniera.
Preferisco la fragilità di chi non trova risposte, piuttosto che la tracotanza di chi se le sente tutte in tasca. Parteggio per l’infelice. Un disperato avrà sempre un po’ di poesia nascosta da qualche parte, avrà sempre musica di cui nutrirsi, magari in un paio di note in minore, così vere che te ne bastano due per capire che la vita è un attimo.
Cercavo qualcosa, forse qualcuno. Seguivo un presentimento.
Non avevo piani, volevo soltanto chiudermi alle spalle la porta blindata, far risuonare le scarpe in corsa per cinque rampe di scale, spingere il portone  del palazzo in via Leonina e camminare per la città sonnolenta del giorno di festa. Lieve. Appena ingiallita di primavera. Già odorosa di gelsomini prossimi alla fioritura.

Cercavo del fumo.
Meglio erba. Agghindata a quella maniera, taglio ultimo grido, sopracciglia depilate, unghie laccate e nessun accessorio non fosse di lusso.Sull’asfalto delle strade di San Lorenzo i miei tacchi avrebbero fatto più chiasso di cento ballerini durante una performance di tip tap.
Rischioso aggirarmi per certe zone vestita così. Indegno di un Paese civile costringere una signora, alcolista sobria da 17 anni, a cercare roba illegale in zone oscure, piuttosto che concederle di acquistarla in modo regolare. Pagando anche l’IVA.
Rischiavo qualcosa di ben più pericoloso che un trip in solitaria davanti a un film, o le mie dita infilate nelle mutande.
Così pensavo, vagamente eccitata. Come mi succedeva allora, prima, quando prendevo treni notturni al volo e dormivo in alberghetti da due soldi. Quando attorno a me c’era soltanto poesia, l’ombra di un pomeriggio estivo che danzava con una tenda chiara o con il suo chimono. Il kimono della donna del pusher.

I pusher stanno sempre a casa alla domenica. Sempre con una donna mezza nuda da qualche parte. Morbidamente distesa sul letto nel monolocale dove lui abita, sul divano, avvolta in un kimono, appunto, o in un accappatoio un po’ lurido: al balconcino guarda giù nel vicolo, segue un rumore, alza lo sguardo arrossato e triste al cielo di Trastevere, o di San Paolo, o della Bufalotta.
È sempre accaldata la donna del pusher, madida anche d’inverno per quanto è fatta, pallida. Quando la guardo, so che sta soltanto facendo una pausa tra un pompino e l’altro, tra una tiro e l’altro. Perché io sono stata la donna di un pusher.
I pusher ne hanno in casa una diversa ogni domenica. Dipende dove sono stati il sabato.
Sempre bella e sempre strafatta.
La sua pelle, giovane, trasuda perle oppiacee. A leccarle, le donne dei pusher, ti fai senza tirarla.
E invece niente. Stavo lì in piedi da un’ora, nascosta da un’auto e cercando disperatamente di non dare nell’occhio, e nessun pusher si era fatto vedere. E nemmeno la sua donna, che sa di alcol, fumo e di notte insonne. Che sa della fretta inutile di chi sta pippando dal giorno prima, che si sente braccato dalla voglia di farlo ancora. Che si guarda attorno. Che sta in paranoia.
Niente. Nemmeno un tossico vecchia maniera per strada, di quelli che restano tossici per sempre, anche quando hanno smesso da anni. Che ogni tanto barcollano, si fermano per strada senza motivo, come se la roba che si son fatti per più di trent’anni gli salisse tutta assieme di botto, per regalargli ancora un breve viaggio. Poi si riprendono come se nulla fosse. Un buco nero.
I tossici rimangono per sempre tossici, soprattutto quando passano la vita a non ricaderci.

Entrai in un bar. Mi misi al bancone ma vicino all’uscita, per non dare nell’occhio mi fingevo impegnata a scrivere messaggi.
La ragazza alla cassa si accarezzava le chiome bionde. Da sotto la frangetta lunga guardava la mia sacca di Vuitton. Anziani depressi e tossici più di me stavano davanti alle slot. L’aria puzzava di straccio bagnato. Il televisore ultrapiatto monopolizzava la stanza. C’era chiasso anche se nessuno parlava.
Domandai una spina piccola.
Alla seconda pinta sorridevo a un tizio un po’ ammaccato, il sorriso nascosto dai baffi prometteva intelligenza e faceva anni settanta.
«Sì, salute», risposi. Alzai il boccale fino agli occhi.
Lui guardò con interesse il mio rossore.
«Sei una ballerina?», sorprendendomi di nuovo. «Caviglie così sottili non se ne vedono tante. E nemmeno scarpe. Spalle magre, collo lunghissimo, grazia perfetta».
L’uomo continuò a fare l’elenco dei miei pregi mentalmente, soffermandosi a lungo sul mio didietro, valutandone capacità e morbidezza.
«Che cosa ci fa una come te da queste parti?», riprese scorrendo il mio abito fin sopra al ginocchio.
«Cerco del fumo». Scossi la testa, come a una domanda ovvia.
«E lo cerchi per strada?».
Arrossii di nuovo.
«Non so come mi sia venuto in mente». Alzai le spalle come una ragazzina rassegnata alla presa in giro. Lui mi ordinò di seguirlo.

Nel portone l’uomo temporeggiò. Nel buio io mi bagnai.
Forse lui aveva sentito il fruscio dell’abito non lo so. Forse vedeva nell’oscurità come i gatti. Forse l’afrore del mio sesso era arrivato fino ai suoi baffi, perché si voltò e sentii il suo alito di fumo dirmi che, se volevo farlo lì adesso andava bene, ma che potevo anche salire due rampe di scale e lo avremmo fatto là, più al sicuro, a casa sua.
E lo ribadì, stavolta concludendo con un punto di domanda imbarazzante, stavolta con voce chiara, con un “lo vuoi ora o te lo do di sopra” che non lasciava alcun dubbio.
Poi, mentre avvampavo me lo mise in mano. Lo tastai, era un bel pezzo di fumo.

«Sono cento», concluse appoggiando la sua bocca al mio orecchio.

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi

qui i miei racconti erotici GiaZira Scritture

madre scoraggio

ieri sera ho costretto il Man a guardare una sola puntata di “4 matrimoni in Italia”.
di questo orrendo programma amo sadicamente due cose, che le spose credano veramente in ciò che fanno, (soprattutto che sarà “per sempre”), e che parlino di eleganza e glamour con la “cicigomma” in bocca. ciò che ogni volta mi sorprende, invece, è la scioltezza con la quale si esibiscono davanti alle telecamere, senza applicare a loro stesse un minimo di autocritica, senza vergognarsi nemmeno un po’ della propria ordinarietà, che non è una colpa, ci mancherebbe, ma la sola ragione per la quale sono in TV.

un intero popolo in attesa del dramma familiare, dell’incidente domestico e della lite per futili motivi, che conserverà “per sempre” soltanto lo streaming della trasmissione, e ricorderà di quella volta che andò in scena al TG delle 14:00 per parlare della rapina alla tabaccheria, e a quello delle 20:00 come amica di famiglia del morto, o di quando fu invitata da Vespa soltanto per dire che il proprio figlio era un assassino e un pervertito.

gente che prepara discorsi quando normalmente dovrebbe strapparsi le vesti, nel silenzio della propria casa muta, tra gli specchi coperti come vuole la quarantena del lutto; gente cui si consente (invece) di tenere comizi come se nulla fosse, versando di tanto in tanto qualche lacrima che ci sta bene; che parla di cose che non conosce ai microfoni di una chiesa gremita, soprattutto di giornalisti; il corpo del figlio ancora caldo e la forza pazzesca, inverosimile direi per una madre in lutto, quasi incredibile, e che mette in scena una battaglia personale e insulsa NON contro le Mafie della droga, che inviano spacciatori fuori dai licei, bensì contro l’unica vittima, il proprio figlio, un ragazzo di Lavagna di 16 anni che avrebbe potuto cambiare, perché a 16 anni sei tutto e non sei niente, perché a 16 anni non ci si perde, non certo per l’hashish, ma magari perché si ha una madre che non vede al di là del proprio naso.

mi domando per chi si scrive, se chi dovrebbe leggere non ha gli strumenti per farlo e preferisce basarsi sulla propria infinita ignoranza, preda di Merzavka per tutte le generazioni a venire, il dio delle verità assolute, schiavo del pubblico consenso e di una strana idea di celebrità.

qui il miei libri.

morire per pochi grammi di fumo

I tossici sono sempre un po’ filosofi. I tossici rimangono per sempre tossici, soprattutto quando passano la vita a non ricaderci” (Il Pusher, Porn to be alive. 80144 Edizioni)

perdonatemi se inizio con una autocitazione, ma se non ve foste accorti questo è il mio diario, per questo sono n’anticchia auto referenziale; non scrivo per il Fatto Quotidiano né ho l’onore di essere una blogger dell’Huffington, e questo blog s’intitola in modo inequivocabile, quindi, viva dio, scrivo ciò che mi pare.

erano gli anni ’80. a Bari ci si faceva di brutto, per lo più eroina. roba come anfetamine e Roipnol erano nelle tasche di tutti, anche nelle mie che avevo 14 anni. i miei erano genitori democratici, preferivano indicarmi la strada e farmi sentire in colpa se sbagliavo, ma non mi proibivano nulla. a parte, forse, che mi chiudessi in cameretta con un ragazzo.
io ero un ordigno inesploso, seducevo qualunque uomo avessi a tiro, fosse pure l’orrido prof di matematica con i denti gialli e la cravatta marrone. rubavo, scappavo di casa per settimane, prendevo dieci in italiano e zero in matematica, come Romain Gary, il mio scrittore preferito. ero una da collegio, o da sculacciate, ma mio padre preferiva educarmi a forza di ragione che con il nervo di bue, purtroppo per la mia indole masochista.

così, un giorno chiamò me e mia sorella in serra. vivevamo in campagna, mio padre aveva un grande vivaio e il pollice verde.
«Ecco che cosa vi ho regalato quest’anno», ci disse mostrandoci con fierezza una gigantesca pianta di cannabis, profumata, piena d’inflorescenze benefiche, così rigogliosa da restare a bocca aperta.
«Sarà vostra se accetterete un accordo», conciliante, con la sua “r” francese dolcissima, prendendomi con due dita per la nuca, pronto a stringere mortalmente casomai avessi protestato.
«Io ve la razionerò, voi non andrete mai più a comprarne dagli spacciatori, io la distruggerò casomai ne rubaste anche solo un grammo o ne parlerete in giro».

non siamo mai passate alle coca o all’eroina. mia sorella non fuma quella roba da almeno 30 anni, io sono orgogliosa di farmene qualcuna la sera, per scrivere o fare l’amore. i miei ex di allora: magistrati, medici, psicanalisti, musicisti, fumano tutti ancora oggi sebbene padri e mariti; sì, la sera, anziché alcolici si fanno un paio di canne.

Indegno di un paese civile costringere una signora a cercare roba illegale in zone oscure, piuttosto che concederle di acquistarla in modo regolare. Pagando anche l’IVA“. Indegno che un Paese civile induca un ragazzo di sedici anni al suicidio per pochi grammi. ci vuole una legge, e subito.

Qui, Pioggia Dorata 

il Partito dell’arroganza

non m’interessa difendere Odifreddi, non lo conosco granché e poi lui è pieno di soldi e fama ed io no, caratteristica che, stando al nascente Partito dell’arroganza, composto da chi considera stronzo chiunque abbia cultura, già sarebbe motivo valido per lanciargli pomodori in faccia; prendo le parti del matematico per quell’assurdo desiderio di verità che mi spinge a essere obiettiva, e a non giudicare mai di pancia, perché di pancia si va anche al cesso.

sì, lo capisco, il filosofo matematico, afferma che il 90% degli italiani è stupido, ma su CINQUANTADUE righe, e le  ho contate, parla di questa faccenda in un paragrafo di sole due e righe e mezzo, per il resto dell’intervista analizza il fenomeno 5Stelle, della Sindaca Appendino, di Renzi, delle Feste de l’Unità, delle banche, della Fiat, del Papa, della Russia, dell’Unione europea. e invece, per l’abitudine un po’ infantile di credervi al centro dell’universo mondo, avete immaginato parlasse proprio di voi, atteggiamento tipico del narcisista, o di chi giudica un pezzo giornalistico solo dal titolo. ma lasciatevi dire che, a cinquant’anni, non sapere che i titoli li scrivono apposta per attirare l’attenzione dei lettori, è un tantino da imbecilli.

Odifreddi ha presentato il proprio libro e lo ha fatto lanciando una provocazione che ha trovato terreno fertile nel 70% della popolazione analfabeta, (non so cosa ne sappiate voi ma i dati ci mettono tra i primi in Europa), e nel popolo dei 5 stelle (tali i miei insultatori di twitter), cui Odifreddi ha dedicato lo stesso numero di parole che agli elettori del PD, ma che si sono sentiti chissà perché più offesi.

come non lo sapeste, e infatti non lo sapete, il tizio in questione, che comunque ha più lauree di molti di voi messi assieme e anche una certa esperienza scientifica, non è nuovo alla polemica, anche all’interno dei Festival, che ora se lo contendono ora lo escludono dal cartellone. è tipico dell’intellettuale lanciare questo genere di provocazioni, lo fece anche Eco, e infatti.

e comunque, dopo aver letto questo articolo  sugli infermieri che fanno a gara “di aghi” sulla pelle dei pazienti, io qualche domanda sull’imbecillità degli italiani me la farei, perché conosco milioni di imbecilli, quelli che picchiano i  bambini all’asilo, che tengono a digiuno gli anziani negli ospizi,  che affermano che la Cannabis sia letale perché è “canna due volte” ossia un derivato della vera Canna, pianta allucinogena, quelli che timbrano il cartellino in mutande a tornano a dormire e si fanno riprendere dalla telecamera, che guidano ubriachi fradici, che picchiano le donne, che si fanno branco e violentano, che vanno in Piazza si esaltano e picchiano i giornalisti, che criticano scrittori mai letti solo perché hanno successo, che scrivono e non sanno leggere.

Odifreddi avrà anche usato parole dure, ma la realtà è che siamo un Paese senza futuro né alternativa politica, e se non ve ne siete accorti è un vero guaio. personalmente, se non so qualcosa non me la lascio scappare, cerco di conoscerla, perché la curiosità è l’unico strumento propedeutico al ragionamento, e con la testa, contrariamente a tanti, preferisco pensare più che scopare.