te lo faresti uno come Trump?

«te lo faresti uno come Trump?».
«no, dai, che stupida!».
«ma come stupida? fai marchette in zona centro Milano e un paio di volte al mese a Roma Montecitorio, e non ti scoperesti uno come Trump?».
Maria Teresa, in arte Marité, prende tempo rollandosi una sigaretta:
«io mi scoperei Trump, non “uno come Trump”!».
prima puntualizza, poi ride e rido anch’io.
parla proprio una coniglietta dell’Iowa a un concorso di bellezza.
Marité ha così tanti talenti, che in un Paese che non fosse questo avrebbe potuto fare l’attrice e avere successo.

ma lei preferisce non lamentarsi. non scapperebbe mai da questo troiaio.
così miagola del tizio con tanti capelli che ieri le avrebbe scritto in privato, e che farebbe bene a invitare a casa sua al più presto, saltando l’aperitivo, in modo da togliersi lo sfizio, prima che qualcosa vada storto come è successo con il bellissimo cardiologo modenese che, un mesetto fa, al telefono e prima d’incontrarsi di persona, le ha messo in fila tanti di quei “piuttosto che” congiuntivi che l’unica sarebbe stata rivederlo imbavagliarlo, salvo poi perdersi l’unica attività per cui la lingua di alcuni uomini è necessaria, e che non è mangiare il gelato.

«mi domando soprattutto che senso abbia vivere mummificati, mangiare soltanto verdure crude e stare lontani dai piaceri se si è ormai con un piede nella fossa. una bella bottiglia di rosso, una grigliata mista, per sciacquare la bocca finocchi o puntarelle… una sacher per concludere… roba che forse fa male ma è l’unica cosa per cui valga la pena vivere. cresci figli, paghi il mutuo, vivi frustrazioni e mangi verdure crude?
sì, cioè, se ti fai il mazzo per una vita intera che senso ha evitare il cancro fino al giorno della tua morte?».

balbetto qualcosa di politically correct circa il fatto che ognuno è libero di morire come meglio crede e che su certe cose sarebbe meglio non prendere posizione altrimenti i vegani che sono fanatici iniziano a insultarti…

«sì, però, dai, dimmi che anche tu hai pensato la stessa cosa, che prima di morire una bella grigliata mista Veronesi poteva pure farsela».

biglietto scaduto

leggendo questo bellissimo romanzo di Romain Gary edito Neri Pozza, da cui il titolo del presente post, capisco quanto la perdita di appetito e potenza sessuale siano un vero dramma per un uomo.
il protagonista, brillante, colto, all’apice della propria carriera professionale, mi ricorda un amico di famiglia con fama da play boy che, quando seppe di avere il cancro alla prostata, mi telefonò facendomi una proposta tanto indecente quanto disperata. tra le lacrime, lacrime vere, mi pregò di assecondare il proprio desiderio di tenermi tra le braccia per una notte soltanto, che aveva comprato per me della biancheria intima e voleva vedermela indosso, che gli suscitavo emozioni importanti e che non aveva nessuna intenzione di far altro che guardarmi, che aveva bisogno di un ricordo sublime da portare via con sé.
sì, usò esattamente queste parole.
candidamente gli risposi che gli avrei fatto sapere in giornata, quasi mi avesse domandato di aiutarlo a scegliere un paio di scarpe.
non denunciai l’accaduto a mia madre, e non per la gravità della richiesta, d’altra parte non era la prima volta che un uomo così adulto mi domandava certe cose. ho sempre vissuto al limite dell’illegalità e dell’indecenza senza che nessuno se ne accorgesse. ero una ragazzina solitaria e autonoma, sin da ragazzina alla ricerca non di un fidanzato per la mia Barbie ma di una ragione per cui vivere. o forse sarei dovuta nascere nella Francia del 1.700

mi ripeté il numero del suo studio almeno tre volte per essere sicuro riuscissi a contattarlo. cosa che non feci, lasciando morisse pochi mesi dopo senza esaudire il suo desiderio, perché quindicenne, perché distratta, troppo distante dall’idea della morte.