cantavo l’Inno di Mameli

per cui considero una figuraccia indegna, gonfiare il collo e passare la giornata a digitare puttanate galattiche sul colpevole immigrato di turno, e invece. oggi ce n’è di gentaglia del genere che va a votare, papà. che parcheggia fuori dalle strisce e in doppia fila e che quando glielo fai notare, dandogli dell’incivile, ti risponde pure che l’incivile sei tu e che ti devi informare prima di parlare, perché lui stava “a portà a spesa ar padre, che porello nun se move”.

è gente che ti passa avanti alla cassa e poi dice: nun l’avevo vista, me scusi. tanto per farti sentire indegno di nota.  invisibile ai suoi occhi bovini, come chiunque non abbia un nome sulla porta di un camerino TV di un programma becero del pomeriggio casalingo.

qui si tratta di fermarli. di fermare la valanga di opinioni non richieste, di insulti. ho conosciuto un mondo diverso, fatto di obblighi e di dati di fatto, di dogmi incrollabili, di punti di riferimento e del bello oggettivo.

ho acceso la luce e ho visto moltitudini, gente che ucciderebbe a mozzichi i tuoi figli per difendere i suoi, anziché ragionare per trovare un modo di salvarli entrambi.
e il mondo si ferma, papà.
beato te che non li vedi.

qui il mio libro da leggere con due mani nonostante il titolo

qui il mio romanzo Castelvecchi, in attesa del prossimo, a gennaio

le case vanno viste in piena estate

se affittate o peggio comprate casa, vi consiglio di farlo sempre in piena estate.
anche se la vostra esigenza è di traslocare in inverno andate a dare un’occhiata alla zona e all’immobile in questione attorno alla fine di luglio, quando tutti sono ancora a casa, le ferie, quei cinque giorni che noi pezzenti ci prendiamo, ancora lontane.
per poter dare un giudizio oggettivo e, soprattutto, ascoltare.

dello splendido attico di via leonina, venduto per pagare i debiti del mio ex marito e le banche, ricordo soprattutto l’uomo che abitava di fronte, un lupo, sua moglie, una lepre, la figlia sedicenne che andava in giro per Monti con gli occhi pesti e il suo fratellino, quello che ci chiedeva aiuto dalla finestrella del bagno, e per il quale noi vicini chiamavano la polizia.

l’estate è il periodo dei lavori in corso e delle finestre aperte, quando i sordi di quartiere vengono allo scoperto e i cafoni si affacciano alla finestra in short e canottiere, l’estate è il periodo in cui i violenti fatti di birra menano di brutto, sbraitano e bestemmiano senza pudore, e i bambini maleducati giocano in cortile alle due del pomeriggio.
se poi vogliamo esagerare in bon ton, possiamo stilare la classifica dei cafonal di quartiere facendo un giretto del condominio a ora di cena, quando il romano magna cà bocca aperta e, volendo, rutta.

stavolta, a parte i lavori in corso son stata veramente fortunata, ancora una lode ai compaesani anguillarini che probabilmente mangiano con la bocca chiusa.

indisponibilità (cafonal VS cultural)

non so cosa stia accadendo, se tutti i sorrisi li consumate sui social o siete cafoni per indole, ma io non ho mai tollerato chi risponde male al cellulare o chi non risponde dopo avermi dato un appuntamento .
forse non ho mai tollerato il cellulare in grado di rendermi raggiungibile sempre, e presto metterò via anche quello, ma se mi prendo la briga di darlo in giro, il numero, poi non mi devo lamentare.
ora vi spiego come funziona. il cellulare (non il telefono fisso eh), può essere lasciato spento o in mute. Pensate che magia, potete evitare di rispondere allo scassaminchia di turno senza umiliarlo.
lo sapevate già?
bene.
se io non posso rispondere, vale a dire dalle 16:00 alle 21:00, ossia quando lavoro, semplicemente richiamerò appena possibile.

ma voi “cafonal”, evidentemente, siete pieni d’impegni, e gli impegni vanno mostrati al mondo.
e non parlo di veri giornalisti, veri scrittori e veri editori, o veri Agenti letterari -come Santachiara di cui possiedo da anni il numero privato ma che non ho mai chiamato- no, loro non sono mai cafoni.
sono i numeri zero a trattare il prossimo come un intruso anche quando invitato.
quelli senza arte né parte che si danno arie da iper impegnati tra riunioni e brain storming e che, invece, chiusa la conversazione frettolosa scappano tra le scartoffie di un ufficetto nel sottoscala.
e mi domando ogni volta chi gliela fa fare a fingersi altro. perché la miseria interiore, purtroppo, nonostante le apparenze e il cellulare ultimo modello continua a trasparire.

gli stessi che ovunque.

arrivano, ti follouano e se non ricevono il follow back defollouano.
se non ricevono un rilascio immediato di dopamina, puoi anche essere Moravia, non si fermano.
ti copiano e non virgolettano.
citano ma storpiano ciò che hai scritto.

ciò che non possono decifrare è brutto.
ciò che è alla loro portata è bello.
ciò che è difficile da leggere è mal scritto.
ciò che è semplice è un capolavoro.

ti fottono il parcheggio.
alla cassa del cinema ti passano davanti.
parlano ad alta voce durante la proiezione.
inviano messaggi lasciando alto volume della tastiera.

portano il pupo al ristorante.
raccontano della cacca del pupo al ristorante.
se al ristorante il pupo piange non è colpa loro.
al buffet si riempiono il piatto per abbandonarlo pieno sul proprio tavolo.

amano i cani ma non li educano.
non inseriscono il chip ai cani.
non raccattano le deiezioni dei propri cani.
se i cani disturbano il nuovo assetto familiare li abbandonano.

lavorano per lo più in uffici pubblici.
sono per la meritocrazia ma anche per il voto di scambio.
parlano con il boccone in bocca.
postano foto languide sugli anziani ma poi li maltrattano.

sui treni regionali urlano abbasso Berlusconi.
nel segreto della cabina elettorale votano Berlusconi.
educano i figli adolescenti a suon di schiaffi.
si fanno le seghe su youporn e sulle adolescenti.

i loro slogan sono, libertà e uguaglianza.
che la fraternità vada pure a farsi fottere, a meno che non abbia il loro stesso cognome.

(P.S. non facciamo come sui social, dai quali sono scappata, non venite qui sotto a scrivere che VOI lavorate in un ufficio pubblico MA non siete cafoni. non sono dio, anche se mi piacerebbe: parlo soltanto di ciò che conosco).