bibolotty moments e la mia luna, che più invecchio più mi lega al possibile e mi allontana dal sogno.

“il man” non me ne vuole, tanto mi ha presa per quello che sono, per la fantasia, e le sconcezze, anche, immagino e spero, i “bibolotty moments” che mi animano, (Eco di lassù mi scuserà ma il plurale stavolta ci sta anche in italiano).
bibolotty moments è il titolo dei miei blog, regalatomi anni fa dall’amico Bruno Ballardini.
sono “moments” che mi passano per la mente e non solo, che metto nero su bianco nei momenti di sconforto, che mi ridanno vita, che mi fanno sentire onnipotente quantunque sconosciuta, e che scandalizzano molti (a quel che so) ma soltanto in apparenza.

ore 20:31 mi trovo davanti a una delicata faccenda sintattico/logico/grammaticale, sicuramente noiosa per una mercuriana più incline al gioco che dello studio, ostinatamente ribelle al pragmatismo vergine della mia luna, che più invecchio più mi lega al possibile e mi allontana dal sogno.
ma devo andare avanti.

ed ecco la distrazione, il cellulare e la chiamata persa: è il giardiniere. il giardiniere che sto rincorrendo da settimane, un cinquantenne di cui non posso e non farò l’elenco delle qualità, e che mi serve comunque esclusivamente (e sottolineo esclusivamente) a tagliare il folto prato che circonda la NOSTRA casa, e che non leggerà mai questo post, al contrario “del man”, che però ho scelto e amo sopra tutti.

quindi decido di chiamarlo, il giardiniere, e mi risponde al secondo squillo.
io mi scuso subito: magari sei a cena, perdona il disturbo…
no, peggio, è sotto la doccia.
nessuno è più vulnerabile di uomo sotto la doccia.
ed ecco sulla finestra di twitter una inopportuna gif animata in bianco e nero: un culo femminile di senso compiuto sculacciato da una mano maschile come si deve e che si ripete e si ripete, e che io lascio lì sullo schermo perché il moment abbia inizio.
ed ecco finalmente la visione di lei, la signora che non sono io e che può chiamarsi quindi altrimenti, che ingolosita da quelle immagini potrebbe decidere di condividere quella scena con lui, il giardiniere, mettendosi a ridere nel bel mezzo della conversazione di lavoro: «no scusami… è che… no vabbeh, dicevi? Ma no no no… non te lo dico, mi vergogno». o che potrebbe volgere a un più plausibile dramma, reprimersi e masturbarsi poi per il resto della serata, un po’ tristemente, colpevole di non aver colto al volo l’occasione, tirando infine le somme della propria esistenza e decidendo infine per un suicidio all’alba.

il moment è soltanto questo, una visione.
(p.s. comunque, il giardiniere non potrà venire neanche domani, e in caso, manderà suo figlio)

il mio lettore

il genere di visita che preferisco è quella del lettore attento.
ne ricevo all’incirca una a settimana, normalmente durante i pre festivi; generalmente scorre il mio blog in lungo e in largo nel primo pomeriggio. mi piace immaginarlo maschio e attento alle cattiverie che scrivo. vorrei pensasse che sono una che ragiona, non la solita blogger da rivista femminile che sta a menarsela sugli argomenti più “inn” come tette, tette rifatte, nasi, nasi rifatti, matrimoni, divorzi e corna. perché non so se l’avete notato, ma noi donne siamo sempre quelle che chiocciano su facezie, anche quando tiriamo fuori le unghie su quotidiani nazionali non si va al di là del gossip su serie tv.
magari si commenta qualche omicidio per poi dimenticarlo.
oppure sesso. sesso e femminismo, femminismo nuovo e vetero, o ancora peggio donne insultate da donne. donne perfette insultate da quelle imperfette… il solito gné gné gné da social network da far accapponare la pelle.

comunque qui si racconta di come l’editoria stia facendo a pezzi la Cultura e di come chi scrive come me, non raccontando pettegolezzi e con qualche subordinata in più, si ponga il problema, in vista dell’incontro con un editor importante, su come impoverire il manoscritto.
temo di non essere alla bassezza di tanti lettori.
ha ragione Bianciardi, ormai è il libro che cerca il lettore, anzi no, lo rincorre disperato.

e allora son contenta, e desidero ringraziare il mio lettore, o lettrice, che legge quaranta articoli di questo blog e magari ci ritorna.
buona festa del lavoro.

cavalcare l’onda della notizia

che noia. arriva LadyLike, le oche spennate o il lifting di Tizia e fioccano post ironici, sfacciati, seri, incazzati. così per tutto: blog, status su twitter, FB, televisione, radio. poi non se ne parla più. dopo l’indigestione di opinioni e al termine delle baruffe ci rimettiamo la maschera neutra e ricominciamo a cercare scoop per ottenere una manciata di retweet. tanto sappiamo come funziona. conosciamo i trucchi. si legge in giro qual è l’opinione dei più e ci si schiera, citando qualche fonte, raramente, di solito impossessandosi del pensiero dell’altro o opponendosi scioccamente, tanto per mostrare la propria diversità.

ma nonostante le nostre opinioni fiocchino sul web nulla cambia. la nostra indignazione non ha peso, nessuno riesce più a dire qualcosa di veramente incisivo, presi come siamo dalla ricerca di consenso. Il consenso, la malattia più grave del nostro secolo. in barba a tutti i grandi del passato che hanno cambiato il mondo grazie alla forza del loro dissenso.
Fosse per noi, per questa società malata di selfie, la terra sarebbe ancora piatta.